Superare il totalitarismo attraverso il “giusto diritto”

Dicono che la storia dovrebbe insegnare a non reiterare gli errori commessi. L’affermazione appare anacronistica e fuori luogo se si pensi ai disastri causati, in varie epoche e certo anche in tempi moderni, da ogni forma di totalitarismo. Che, tutti, si alimentano da una idea di fondo: il primato dell’assetto statuale ed istituzionale come assoluto rispetto a quello della persona.
Appare alquanto singolare come, mentre si registrano sempre ampie e generali condivisioni sulla esigenza di riconoscere tutela e primato alla persona, non sempre ciò accade quando, a tale scopo, si invoca una rivalutazione del diritto naturale. Ci si riferisce ad una concezione del diritto naturale non già in senso “naturalistico”, ma fortemente personalistico, come suprema affermazione del valore e della dignità della persona, di ogni singolo individuo, contro ogni forma di prevaricazione da parte di un potere che trascura la sua essenziale funzione di “servizio”.
La più autentica e verace “autorità” oppone e contrasta l’autoritarismo totalitario. L’autorità vede al suo vertice la carità, anzi – meglio – l’ἀγάπη (agàpe) ebraico-cristiana, l’amore oblativo, il “servizio alla persona”. Se e quando arriva ad essere carità, l’autorità raggiunge il massimo della sua forza.
L’autoritarismo totalitario rappresenta, invece, la fase culminale di un positivismo giuridico, il valore assoluto della norma proveniente dall’autorità costituita, che, separando il diritto dall’etica, rende il primo completamente asservito al potere.
La stagione dei totalitarismi del secolo scorso, con le loro inaudite violenze, dovrebbe indurci ad allontanare con fermezza qualsiasi “mito dello Stato”. In qualunque modo, forma o modello si presenti. Quelle esperienze tragiche, dal nazismo al fascismo al marxismo sovietico, hanno espresso la necessità di superare una visione puramente proceduralistica del diritto per ancorarlo al valore supremo, non disponibile da parte dello Stato, della persona umana. Ma lo sguardo al passato richiede particolare attenzione per il futuro, ai rischi insiti nella democrazia, che è per definizione una società aperta, come tale sempre esposta al rischio di una nuova catastrofe. Occorre, invece, rammentare come la vera democrazia richieda la partecipazione comunitaria, viva ed operosa, attenta alle esigenze dei singoli gruppi che, nel quotidiano, producono le situazioni e la esperienza che si chiede allo Stato di regolare.
I vari gruppi vivono della esperienza faticosa del singolo individuo, che si nutre e cresce nelle relazioni, all’interno di una comunità che, nel gradino più alto, è rappresentata dallo Stato. Il segreto delle relazioni non è la soddisfazione personale, ma la crescita comune, quella che richiede a ciascuno di uscire da sé stesso e vivere nell’altro e per l’altro. Dalle dinamiche del vissuto quotidiano proviene e si costruisce quella esperienza che, diventata esperienza giuridica, rappresenta la base di una corretta concezione dello Stato, con la persona che, dunque, ne è protagonista e rivendica il suo primato su ogni assetto statuale ed istituzionale.
Occorre decisamente rammentare, in ogni contesto ed occasione, come il diritto affondi le sue radici nell’esperienza comune diventata esperienza giuridica. La produzione di un diritto giusto, attento a bisogni ed esigenze, è attività umana, in capo ad ogni individuo compartecipe dei vari gruppi nei quali si svolge la sua esistenza. Prestare attenzione a questa realtà, che spesso – troppo spesso – ci sfugge, vivendo inconsapevolmente, è lo strumento, quasi come un prezioso tesoro che rimane nascosto, che consente di produrre assetti statuali ed istituzioni attenti alla dignità dell’uomo. Distrarsi da questa realtà, invece, produce norme ingiuste, talvolta imposte da effimere maggioranze assembleari, non attente alla verace volontà della comunità sociale ed alla sua corretta crescita.
La riscoperta, costante e quotidiana, del valore del singolo, della dignità dell’uomo, il suo primato rispetto allo Stato, è l’unico metodo che consente legittimamente di avversare ogni rischio di deriva totalitaria, comunque espressa. Non servono rivoluzioni, certo ancore più cruente. Serve acquisire consapevolezza di questa realtà, impegnandosi nella vita di ogni giorno, tutti ed ognuno, anche singolarmente, poi nella vita comunitaria, alla produzione del giusto diritto.
(Pubblicato in “Vivere In”, 2/2024, pagg. 36 – 38)








