A proposito di discriminazioni…

Si parla spesso di discriminazioni. Mi sembra di ricordare che se ne parlasse – a giusta ragione – anche a proposito degli esperimenti genetici nazisti, come delle loro follie sella superiorità della razza ariana.
Strano, però, come nel tempo il nostro approccio nei confronti delle sperimentazioni genetiche sia mutato.

Sviluppo, ricerca e progresso scientifico ci hanno giustamente indotto ad apprezzare interventi di selezione genetica. Ma non abbiamo ancora ben chiaro se vi siano limiti.
Ogni volta che si affronta il tema degli interventi genetici ci si trova davanti al dilemma: favorire il progresso scientifico che donerebbe speranza o temere le creazioni di vite umane in laboratorio?

È notizia di ieri che il Parlamento britannico ha approvato una controversa tecnica di fecondazione artificiale. Si tratterebbe della possibilità di ottenere embrioni provenienti da tre genitori diversi, mediante la sostituzione del dna mitocondriale difettoso della madre con quello di una donatrice sana.
L’hanno chiamato “metodo dei tre genitori”, che è già tutto un programma.
Sorvoliamo sulla tecnica, molto controversa ed oggetto anch’essa di profonde critiche; badiamo al sodo.

Tra dubbi e perplessità, lo stesso premier David Cameron, che ha sostenuto le nuove norme, ha lasciato libertà di coscienza, dicendo: “Non si tratta di giocare a fare Dio, ma di dare ai genitori la possibilità di aver un figlio sano e felice.” Eliminando il riferimento apprezzabile solo dai credenti, non si tratterebbe di “giocare con la vita”, ma di assecondare bisogni ed aspettative genitoriali.

La questione etica fondamentale non è neanche quella, strettamente derivante dalla tecnica utilizzata, della distruzioni di molti embrioni; piuttosto, si pone la questione di fondo della selezione della vita.
Si pone la questione di produrre scelte sulla vita.
Come sia possibile scegliere una cellula che diventerà vita rispetto ad un’altra, non lo sa ancora nessuno. Ma il perché si debba preferire una vita possibile ad un’altra, invece, lo sanno tutti.
La scriminante è quella della eliminazione di una vita che presumibilmente sarebbe malata. Eliminiamo la possibilità della trasmissione di una patologia genetica ed abbiamo risolto il problema, restituendo felicità ai genitori. O soddisfacendo il loro egoismo. Dipende dai punti di vista.

È difficile esprimersi.
Ripetiamo il dilemma: ci troviamo difronte ad un segno di progresso scientifico che migliora la qualità della vita, oppure al primo passo verso la creazione di vite, di bambini, di persone, progettate in laboratorio?
Tuteliamo la vita o produciamo designer babies, bambini su misura, come li hanno battezzati a Londra?

Ma in questo nostro dilemma, non siamo forse gli stessi che non nutrono dubbi deprecando giustamente e condannando, anche a distanza di anni, le teorie genetiche sulla razza che – mi pare possa condividersi – hanno sconquassato l’umanità?

Strano. Condanniamo ogni forma di discriminazione, ma siamo pronti a giustificarne alcune.
Prima o poi il progresso scientifico potrebbe consentire altre selezioni genetiche. E così potremo soddisfare le legittime aspettative di noi genitori di avere figli scandinavi, alti, biondi e con occhi azzurri, oppure mediterranei, bruni ma in ogni caso sempre alti.

Nel tempo avremo creato un mondo di tutti bellissimi e così ogni discriminazione sarà terminata.
Mi pare che se la risposta al dilemma sia determinata dallo scopo da raggiungere, tra il progresso che doni speranze o rischi di selezioni egoistiche, questo della fine di ogni discriminazione cancella ogni residuo dubbio.
Allora suvvia, spazio al nuovo umanesimo da laboratorio.

Leggi anche: Memoria, ricordo e moderne discriminazioni