Aborto o vita?

Non è mai chiaro come si conducano certe indagini statistiche.
Vale per molte indagini; vale per i sondaggi; vale anche per le indagini demografiche.
In questo caso, per esempio, non credo che gli studiosi passino il tempo a contare le teste delle persone che popolano il nostro pianeta, unico metodo che conferirebbe certezza. Infatti, non si capisce bene se su questa Terra siamo in troppi o in troppo pochi.
C’è una forte, grave e allarmante crisi demografica, questo l’abbiamo capito; ma non abbiamo capito ancora bene in quale senso. È la Cina troppo piena o l’Italia troppo vuota? E chi è colpevole, l’India che sforna a tutta forza bambini che poi faranno i morti di fame, o il Brasile, dove si estinguono inesorabilmente gli indigeni dell’Amazzonia? O forse almeno dalle nostre parti siamo, sì, molti, ma tutti titolari di libretto di pensione, mentre quello che manca è l’articolo giovanile, decisamente in ribasso, o addirittura latitanti sono i neonati? Ah, pochi neonati…
Mi sembra di ricordare che in Italia ci sia stata una nobile conquista civile, la interruzione volontaria della gravidanza, chiamata così perché il termine aborto in una legge suona male.
Mi sembra anche di aver capito che una tale conquista civile si voglia, oggi, riformare. Il “come” non si è ancora capito.
Però, è confortante leggere di come, nonostante lo sciagurato comportamento di molti signori (e signore!), il tema della vita umana continui ad essere oggetto di cura e attenzione.
Una lettura mi ha incuriosito. La lettura di un articolo, il cui titolo non poteva non richiamare: “Il cerimoniale materno nella nursing ottimale del bambino” .
Protagonisti? Il bambino e la madre, entrambi attori che recitano in quel complesso di moti affettivi, vezzeggi e modi di fare che costituiscono il cosiddetto “cerimoniale materno”, una vera e propria “liturgia assistenziale” nei confronti dell’essere appena nato, basata su manifestazioni spontanee di vario genere: parole o altri suoni, carezze e moine magari futili che tutte le mamme rivolgono ai propri figlioletti scherzandoli.
Tutti questi piccoli gesti ed atteggiamenti sembrano in apparenza gratuiti e superflui; a prima vista potrebbero soddisfare più la madre che il bambino, quasi come un modo per esternare la propria gioia di fronte al miracolo della vita. Al contrario vanno considerati come un modo, sperimentato attraverso secoli di storia umana, di prendere il nuovo individuo che sta emergendo e condurlo per mano verso la traversata genetica che gli consentirà di affermarsi in quelle che sono le qualità e prerogative di uomo.
Sembra che addirittura si attribuisca al cerimoniale materno un ruolo fondamentale nell’evoluzione della specie umana, che si è diffusa e affermata sulla terra, mentre contemporaneamente altre forti specie animali si estinguevano.
L’uomo sopravviverebbe rispettando rigorosamente determinate leggi biologiche, che non si distaccano dalle grandi leggi sulla selezioni di specie e impongono all’organismo pruricellulare che diventa madre una serie di riti spontanei che hanno un contributo preciso nell’assicurare condizioni di vita ottimale al piccolo uomo che viene alla luce. L’uomo che continua lentamente a fare diverse esperienze vitali e a migliorare le proprie strutture organizzative sopravvive, superando le inevitabili difficoltà che l’avventura evolutiva comporta, anche grazie all’aiuto che gli viene dato dai suoi simili, principalmente dai più vicini: parenti, genitori, madre. E soprattutto subito dopo la nascita, quando l’uomo non può vivere in assoluta autonomia, ha bisogno di essere assistito.
Questa assistenza deriva da un patrimonio di sapienza innato per la donna che diventa madre. In questa originale ottica evoluzionistica vengono allora sottoposti all’attenzione del lettore vari esempi di usanze universali riconducibili nell’ambito di cerimoniali materni, tutti estremamente significativi. Eccone alcuni.
In certe tribù primitive la donna subito dopo aver partorito prende il bambino e se lo pone sull’addome. In tal modo con il suo ritmico respiro e con le periodiche variazioni di volume della cavità toracica e addominale aiuta il piccolo a respirare, imponendogli una vera e propria ginnastica; e inoltre lo riscalda, continuando a comunicargli dall’esterno quel calore che teneva in vita l’esserino quando era ancora custodito nel suo seno. E così se consideriamo la maniera in cui tutte le madri del mondo tengono in braccio il bambino e lo cullano, ci rendiamo conto che tutto ciò non è altro che un ritmo oscillante che continua a produrre una ginnastica respiratoria e che continua a trasmettere tepore.
La stessa cosa avviene quando la madre si pone sul dorso il figlioletto per avere le mani libere nel lavoro domestico, secondo quanto ci mostrano tradizionali immagini di donne delle regioni andine.
Ben vengano – si sostiene – le madri che continuamente si muovono, lavorano e portano il bambino sulle spalle, perché così facendo fanno fare ginnastica, trasmettono oscillazioni al bambino. La madre è tonica, è sterica.
Ed ancora, quel gioco molto comune che la madre fa col bambino sollevando e riabbassandolo, maltrattandolo un pochino, trascinandolo in alto con le braccia costituisce – a parte la solita ginnastica respiratoria – un modo per sollecitare il piccolo ad abbandonare la posizione fetale chiusa e ranocchiata e ad “aprirsi” verso l’ambiente esterno, verso il mondo, senza sfuggirlo.
Naturalmente non va dimenticato che tutti questi gesti hanno – e questo le nostre mamme lo sanno benissimo – anche l’effetto di tranquillizzare il figlio quando è nervoso, piange e comunque dà segno di disagio. Il bambino, infatti, ha già una sensibilità, certo ancora aspecifica: se sta male egli non sa esattamente perché, ma sa di star male; e ne soffre. Questa sensibilità, sebbene aspecifica, è però fondamentale per la sopravvivenza: se c’è qualcosa che non va, egli trova il sistema per comunicarlo, e quando è appagato si acquieta.
Si stabiliscono così cari ritmi vitali (sonno-sveglia, fame-pianto, appagamento-quiete) che vanno assolutamente rispettati. A conferma dell’importanza di questi ritmi, viene riferita la diversa efficacia del nursing materno tradizionale, che su questi è basato, rispetto ai “trattamenti in serie” delle cliniche, in “…allevamenti in cui il bambino non viene messo in condizione di vivere secondo questi ritmi, che si accordano perfettamente con i ritmi cosmici…”
Resta da capire allora come mai tante donne sanissime e senza problemi preferiscono in nome di una presunta “modernità”, far nascere il proprio figlio intervenendo chirurgicamente con taglio cesareo anche quando le circostanze non lo richiedano, rinunciando così ad un primo rapporto naturale e personale.
Anche nei primi anni di vita, ed a maggior ragione dopo il parto, il bambino ha bisogno di avere degli antenati in cui riconoscersi; per essere presente ha bisogno di suo madre, della sua casa, del suo ambiente.
Il rischio del bambino è di essere un anonimo. Il rischio è di inserirlo in una uniforme collettiva, in un’anonima massività in cui non può sviluppare una sua identità. Ma invece deve avere un’identità per poter diventare un uomo evoluto, un uomo che può programmare le sue azioni, può agire, può operare.
Si dice – ed è vero, ci mancherebbe altro – che il bambino è egoista. Ma ciò che in pratica è una virtù, non un difetto, perché è il sacrosanto istinto dell’ io che egli afferma. Può rapportarsi agli altri solo se ha una identità propria, altrimenti con l’altro non si confronterà mai, perché con l’altro si confonderà e basta.
A questo punto l’assistenza al neonato diviene l’assistenza al bambino che cresce, anche ad ulteriore conferma che dar la vita ad un figlio non significa solo metterlo al mondo e poi chi si è visto si è visto, ma curarlo continuamente.
La presenza e l’aiuto della madre non deve venir meno nel momento in cui il bambino conquista la parola, intesa sia come mezzo di comunicare e soprattutto come strumento di pensiero (ogni ideazione è persa se non dispone della parola).
Da parte dei genitori non sarà superfluo né sarà sintomo di pedanteria sterile adoperarsi per ottenere una ricchezza del vocabolario dei bambini, perché più ricco è il segno verbale, maggiore è la possibilità intellettiva e ideativa.
Acquistata la parola, che dopo sarà seguita dalla capacità di leggere e di scrivere, il bambino ha raggiunto la sua vera autonomia, e può rivolgere la sua attenzione al mondo esterno. E ancora una volta si rivela fondamentale il ruolo della madre, che di questo mondo esterno è pur sempre parte, ma ha vissuto in simbiosi con il bambino prima del parto e continua a farlo anche dopo, e quindi è la persona più adotta proprio per mediare in maniera perfetta il rapporto tra il bambino ed il mondo stesso.
È molto importante – continuiamo a leggere – nell’arricchimento dell’individuo in fase evolutiva che la madre guidi il bambino in una giusta esperienza del mondo, per evitare che la realtà eterna non corrisponda a quella interiore.
La lettura si avvia alla conclusione ricordando che è necessario conoscere la storia del proprio ambiente attraverso la testimonianza dei parenti, che dà all’uomo la sensazione di appartenere ad una specie, ad una razza, ad una storia.
È noto a tutti che in alcune tribù africane esistono uomini deputati a raccontare ai ragazzi le vicende antiche e le loro generazioni, perché questo è considerato un momento essenziale per le maturazione interiore e il proseguimento della propria vita. L’uomo senza radici è una pianta che muore e quindi è decisamente necessario non perdere di vista il proprio passato, anche se sbagliato o sgradevole, perché è anche maturando sulla base di esperienze fatte da persone vicine, di cui ci si possa fidare, che il bambino diventerà un uomo arbitro di se stesso, protagonista della sua vita. E questo – secondo la conclusione “aperta” dell’articolo – è l’unico mezzo per evitare che l’evoluzione dell’uomo si interrompa o addirittura si inverta in una marcia a ritroso dell’evoluzione attraverso la quale l’uomo passa dal suo stadio evoluto al pianeta delle scimmie.
Non possiamo sapere cosa succederà al resto del mondo, ma probabilmente è possibile che l’Italia perda l’uomo, nel senso che potrebbe capitarle di restare senza cittadini se chi ci abita non impara una buona volta a portare il dovuto sacro rispetto all’uomo e alla vita.
Fortunatamente una visione apocalittica del genere per il momento non ha ragione di essere proprio perché, se vogliamo restare nell’ottica evolutiva, è la stessa natura che privilegia le forze della vita rispetto a quelle della morte.
Sul pianeta delle scimmie non ci torneranno certo gli uomini che responsabilmente vivono e responsabilmente si preoccupano di lasciare un segno vivo della propria esistenza e una continuazione di se stessi dando la vita a dei figli e allevandolo come si deve. Ma al contrario quale continuazione di sé potrà esserci per quelli che, forti della protezione e della laica benedizione della legge sulla interruzione della gravidanza, continueranno indisturbati ed anzi osannati (risolutori della crisi demografica!) a far fuori i propri figli prima ancora di averli visti?
La domanda provocatoria e finale appartiene alla personale riflessione di chi si è incuriosito dal titolo dell’articolo citato all’inizio ed ha voluto proporre qualche sua considerazione.
La risposta? La risposta adesso appartiene anche a voi che avete appena finito di leggere queste considerazioni.
Francesco Scagliusi








