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Politica

Afghanistan, tra fallimento del “modello IKEA” e ricerca di pace duratura.

23/09/2021
Afghanistan, tra fallimento del “modello IKEA” e ricerca di pace duratura.

Suvvia, siamo seri: in Afghanistan stiamo assistendo, né più né meno, all’ultima e solo più recente cronaca del fallimento di quelli che, al netto e con i limiti di ogni definizione, in una concezione prevalentemente propria nel mondo occidentale, innegabilmente legata alla radice culturale romana e cristiana, sviluppatasi in ben più di duemila anni, si chiamano diritti umani, valori che, riconosciuti ad ogni persona per il solo fatto di appartenere al genere umano, indipendentemente dalle origini, appartenenze o luoghi ove la persona stessa si trova, diventano meritevoli di tutela da parte dello Stato.
Laddove manchi uno Stato, un ordinamento che possa dirsi tale, con regole precise e che diremmo democratiche, manca il presupposto primo del riconoscimento dei diritti.

Fatta questa premessa, emerge la prima perplessità: come ci si poteva aspettare mai, in Afghanistan, uno Stato che – anche a voler soprassedere sulla sua storia meno recente, scritta nel XVIII secolo per equilibrare gli interessi tra Russia e Gran Bretagna – è sempre stato teatro di fratricidi scontri interni, spesso su basi etniche e religiose, per quanto nell’ambito della medesima dichiarata fede islamica, intriso di divisioni ideologiche, invischiato in conflitti regionali, quasi sempre alimentati tra interessi economici locali e tribali, patriarcali, di clan e vari mullah; come ci si poteva aspettare, in questo contesto storico, che un ventennio, un misero e peraltro tragico ventennio, fosse sufficiente a generare una nuova ninfa che, nell’intero territorio, generasse diritti umani e l’idea stessa di libertà, di per sé fragile anche nelle più antiche democrazie? E come ci si poteva aspettare mai, in questi contesti altamente conflittuali e complessi, che alieni occidentali potessero creare e vieppiù stabilizzare, in pochi anni, istituzioni democratiche che a volte faticano a realizzarsi pienamente finanche dove le democrazie costituzionali sono nate e sviluppate?
Non ci si intende rifugiare nel comodo luogo comune, diventato finanche stucchevole e banale, secondo cui la democrazia non è roba da import – export e che i processi democratici richiedono processi lunghi ed impegnativi. D’altra parte, è sgradevole constatare come nel caso dell’Afghanistan si sia sottovalutata la tipicità del tessuto sociale da parte di chi, per ragioni su cui qui non ci si può soffermare (largamente politiche ed economiche, tra lotta al terrorismo e lotta al traffico di sostanze oppiacee; interessi strategici territoriali e di sfruttamento delle risorse minerarie, con il loro immancabile profluvio di corruttele), ha scelto di essere presente per tracciare un nuovo percorso storico.

La sensibilizzazione della comunità internazionale in difesa dei diritti umani, in essi compresa la tanto fragile quanto faticosa libertà religiosa, non dispone di grandi strumenti di persuasione. Specie in contesti sociali tradizionalmente indisponibili a serie strutture dialogiche.
Ci sono almeno due modi di intendere il dialogo.
Un primo, il poco più del mero parlare. Quasi il limitato saluto di convenienza per non urtarsi.
Un secondo, il parlarsi per capirsi e condividere azioni. Laddove manchino reciproche disponibilità dei soggetti coinvolti, risulta impossibile ottenere finanche il primo e più modesto risultato. Figuriamoci il secondo.
Nel caso dell’Afghanistan, le disponibilità al vero dialogo da parte dei Talebani appaiano alquanto deboli, se non del tutto effimere.

Le scene provenienti dall’Afghanistan, certo drammatiche, erano ampiamente prevedibili. Consegnano alla storia mondiale l’apoteosi fallimentare dei tentativi di “(ri)stabilire lo Stato di diritto”, quand’anche fornendo strutture, personale qualificato, giuristi chiamati a formare il personale giudiziario e delle amministrazioni, a fornire pareri su progetti di legge, a collaborare con università e centri di ricerca. Come se si trattasse di un palazzo da costruire pensando sia sufficiente chiamare una squadra di ingegneri senza avere gli operai per tirare su struttura e mattoni. Come se si trattasse di mobili “modello IKEA”, pronti da comporre da chiunque senza ausilio di montatori sul posto. I
nutile prendersi in giro: nel caso dell’Afghanistan gli operai del luogo non erano adeguati e molto tempo ancora occorreva per prepararli. Forse il tempo di una intera generazione. O forse più. Senza trascurare quella parte di operai, lontani dalle grandi città, confinati nelle periferie, nelle impervie zone montuose o desertiche, tipiche del territorio, che gli ingegneri ed i loro bei progetti, mobili e montatori – per restare in metafora – non hanno per niente conosciuto, saldamente legati ad antiche e radicate tradizioni sociali e culturali.

Non è seriamente credibile che la comunità internazionale – primi, tra tutti, gli Stati Uniti – non conoscesse le peculiarità della situazione afghana, mostrando una inadeguatezza elementare ed al limite del ridicolo agli occhi dell’intero pianeta in quella operazione complessa, impensabile in mancanza di collaborazioni da parte di una importante quota maggioritaria delle popolazioni, che si riassume nell’anglofono institution building.

Al termine del secondo conflitto mondiale, si pensò potessero sussistere le condizioni per la creazione di un nuovo ordine che fuggisse gli orrori delle guerre attraverso le Nazioni Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani , al cui testo si giunse attraverso un accurato lavoro di sintesi tra diverse culture e tradizioni. Gli eventi afghani, al pari di quanto accade in molte altre parti del mondo, dove i diritti umani vengono quotidianamente e brutalmente offesi e calpestati, spesso nell’ipocrita indifferenza istituzionale, suscitano profonde e giustificate riserve sulla idoneità degli strumenti che la comunità internazionale pone in essere per contrastare questi diffusi fenomeni di violazione di diritti umani.
Si tratta di situazioni variegate che, per quanto non del tutto assibilabili a quella afghana, sono tra loro accumunate dall’impotenza di rispondere alle esigenze di tutela delle minoranze, di riconoscimento di uguaglianza tra diversi, di rispetto delle libertà per una civile convivenza, di isolamento di ogni forma di discriminazione. Era quanto, in breve, in quel lontano 1948 si proponevano le Nazioni. Tra equilibri politici e meccanismi di funzionamento delicati, i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

E forse è arrivato il momento di ripensare ruoli, equilibri e meccanismi di certi organismi internazionali.
Preoccupa come, mentre il fenomeno identificato con l’espressione “esportazione della democrazia” genera pressoché unanimi giudizi negativi, non giustificandosi, oggi, operazioni da colonialismo culturale, il fenomeno – invece – della violazione dei diritti umani in ogni parte del mondo, non riscuota altrettanta ferma condanna, risolvendosi spesso in censure di facciata, talvolta in generici richiami diplomatici.
Eppure esso segna un più ampio fallimento, quasi strutturale, rappresentato dalla difficoltà di promuovere il valore persona tra tradizioni che, per quanto diverse, hanno in comune almeno una cosa: il protagonista, la persona, l’essere umano, soggetto vivente e costituente di ogni ordinamento, in ogni condizione, tempo e luogo. Anch’esso è un valore culturale che si enuncia variamente. Ma risulta alquanto singolare che gli unici seri tentativi di porre sullo stesso piano, con dignità e rispetto, le poliedriche espressioni della personalità e della umanità , pur in presenza di differenziazioni culturali antropologiche, provengano sempre dai più illuminati ambienti religiosi.
Tra tutti, quello della Chiesa Cattolica e dei suoi pontefici, impegnati nel ruolo di costruttori di ponti con gli altri capi delle diverse confessioni.

Tuttavia, quasi incredibilmente, i conflitti più cruenti e drammatici nascono da esasperazioni e fondamentalismi che trasformano le confessioni religiose in occasioni di violente repressioni degli oppositori, ampliate da farneticanti social messaggi.
Ci sdegniamo e rivendichiamo diritti, reclamiamo rispetto, invochiamo giustizia, predichiamo solidarietà, chiediamo accoglienza. Scioperiamo, manifestiamo e qualche volta auspichiamo finanche rivoluzioni. Di quale tipo, non si capisce mai bene. Di certo non si tratta di rivoluzioni culturali; tantomeno di rivoluzioni etiche che mirino a promuovere valori alti, superiori, largamente condivisi, propri di quel diritto universale che, al pari di ciò che si chiama diritto naturale, purtroppo releghiamo a stuccosi confronti accademici, spesso fini a se stessi, timorosi finanche di affrontarne le questioni in seno alle varie organizzazioni internazionali per ovvie ragioni di convenienza politica.
Soprattutto, sottovalutiamo l’importanza di promuovere queste rivoluzioni etiche in quei luoghi dove i diritti umani vengono violati.

Ci vorrebbe tempo. Tanto tempo. Ed allora meglio e più facile l’immediatezza del gridare allo scandalo internazionale, brigare sottobanco, usare la forza per rovesciare il cattivo di turno e poi salutare la popolazione affidandole il responsabile democratico compito di badare a se stessa. Un po’ come abbandonare neonato e gestante subito dopo il parto, trascurando i pur esistenti rischi successivi.

La questione afghana, insomma, ci appare come la punta di un iceberg che nasconde ben più voluminose difficoltà che ineriscono questo nostro mondo ed, in esso, la convivenza tra i suoi abitanti.

Appelli ed auspici di pace ci sembrano insufficienti. Quasi irragionevoli. Da un lato, chi offre una pacifica e disarmata mano; dall’altro, chi è pronto a mozzarla ad ogni occasione.
Occorrerebbero sforzi comuni da tutti i vari protagonisti sullo scenario internazionale, in ciò dovendosi riconoscere il ruolo fondamentale di Russia e Pakistan – come della furbescamente silenziosa Cina – per isolare politicamente ed economicamente i Talebani (ah, già, però Cina e Russia hanno potere di veto al Consiglio delle Nazioni Unite), così obbligandoli ad un serio processo di pacificazione.
Tutti dovrebbero essere uniti nel condannare le palesi, reiterate, ingiustificabili violazioni dei diritti umani da parte dei Talebani (ah, già, però qualcuno non ha propriamente la coscienza tranquilla per varie vicende in casa propria). E ciascuno di noi dovrebbe riservare il primo punto di riflessioni e confronti amicali alle sconcertanti disumanità dei Talebani, relegando a momenti successivi la colpevolizzazione di chi ha sottovalutato i fenomeni.

Ma sì, affidiamoci ad appelli ed auspici di pace! Marciamo, allora, per la pace e lanciamo aquiloni; magari illudendoci di averlo fatto per le strade e nei cieli di Kabul. Nel nostro piccolo, cos’altro potremmo fare? In fondo, è ben più facile marciare o lanciare aquiloni, rispetto ad una altra soluzione possibile, per quanto ognuno potrebbe provarci: riferirsi, nella operosità quotidiana, ai principi etici derivanti dalla novella evangelica. Quei principi che, affermati dal suo Protagonista, lo hanno eretto a primario segno e costruttore di pace duratura, promotore di un ordine giuridico di reale uguaglianza, giustizia e solidarietà.

Chissà cosa potrebbe accadere se tutti, governati e governanti, riuscissero realmente ad attingere a quella fonte, traendone concreti precetti di vita. Ma forse è un’altra storia, altrettanto complessa, per quanto è sempre bene ricordarla…

Pubblicato nella rivista bimestrale “Vivere In”, 4/2021, pagg. 36 – 39

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