Alla ricerca della parresìa scomparsa…

Parresìa è un termine greco antico che indica in generale la loquacità; ma, più in particolare, il saper dire la verità, il parlare con franchezza, il saper parlare liberamente, l’imparzialità di discorso e di giudizio. È il saper parlare in maniera autentica, mai strategica o strumentale, anche quando ciò potrebbe essere sconveniente. Insomma, un bel problema: il dire sempre la verità.
Ho scoperto casualmente un libro che precisa i caratteri della autentica parresìa (Michel Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica ).
Sembra che la parola parresìa compaia per la prima volta nell’Oreste di Euripide (V sec. A.C.) e ricorra in tutto il mondo letterario greco fini ai testi patristici del V secolo dopo Cristo. L’ultimo ad usare la parola parresìa sembra essere stato Giovanni Crisostomo. Poi la parola parresìa sembra scomparire, se ne perdono le tracce.
Con quella parola forse scompare anche il significato sotteso: il saper dire, con coraggio, la verità.
La storia della parresìa si svolge parallela a quella della politica.
Anche nell’Atene del V secondo a.C., quando ci si chiedeva se quella della parola dovesse essere facoltà estesa a qualunque cittadino ovvero riservata solo ad alcuni, per condizioni sociali o virtù personali. Un problema non secondario, ieri come oggi. Perché si sostanzia nel riconoscere la superiorità del principio dell’uguaglianza, in virtù del quale occorre lasciar spazio sia al parresiàstes (a chi parla bene dicendo la verità) sia a chi usa una kamathei parresìa , ossia una “ignorante licenza verbale”, che rischia di condurre l’assemblea a prendere decisioni peggiori per il bene della pòlis .
A volte si ha l’impressione che duemila e passa anni non abbiano modificato la politica; anzi, la storia della politica. In virtù della sua stessa costituzione, la democrazia – tutte le moderne democrazie – lascia la libertà di parola anche ai peggiori cittadini che dovrebbero invece restar in silenzio. La democrazia, soprattutto, sembra non lasciare spazio alla parresìa.
Se non altro perché, ad una mera analisi delle più comuni esperienze, sempre più spesso i politici di successo sono quelli che colgono e sublimano, allineandosi, l’opinione dei più, l’opinione della massa, del popolo. Chi ha il coraggio di opporsi resta solo e, dunque, incapace di svolgere un ruolo di rilievo.
Insomma, in democrazia o si è adulatori, piegandosi all’opinione del popolo, dei più, o si è minoranza assoluta. Proprio come nell’antica Atene. Eppure, una nuova figura del parresiàstes cominciò a delinearsi già dal Socrate dell’Apologia. Qui il parresiàstes è colui che ha il coraggio di opporsi all’assemblea, proponendo un parere vero, ma contrario all’opinione del dèmos , rischiando addirittura l’esilio o la morte. Fu proprio così che la nozione di parresìa cominciò a legarsi saldamente all’idea di verità.
Nata come piena realizzazione della libertà di parola nell’assemblea politica, nata come realizzazione effettiva di un diritto civico, quel termine si risolse sempre più con il più ampio tema del chi avesse il coraggio di dire la verità difronte all’assemblea.
Spesso i libri fanno riflettere su ben altro rispetto al loro contenuto principale.
Perché quel termine, con il suo significato, sparì nel V secolo d.C.?
Si tratta, forse, di un atteggiamento definitivamente scomparso da tempo?
Non dovrebbe costituire, invece, virtù da coltivare, specie nell’esercizio delle pubbliche funzioni?
Ho paura che la riflessione si sposti nel campo delle virtù civiche e dell’etica. E quando oggi si parla di etica, soprattutto di etica pubblica, conviene cambiar immediatamente discorso.
Allora questa nota finisce qui. Così, bruscamente. Guardandomi bene dall’affermare che propugno e rivendico il primato dell’etica sulla politica, prima che qualcuno mi accusi di blasfemia…
Se, invece, qualche parresiàstes avesse ancora voglia di caricarsene la croce, avrei voglia di conoscerlo: il peso si sopporta meglio quando lo si divide.








