Anche lo sport al bivio, tra riforme e voglia di rinnovamento

Sono passate due settimane dalla mia elezione al Comitato Regionale Pugliese della Federazione Italiana di Atletica Leggera, parte di un gruppo di lavoro voluto da Giacomo Leone, presidente uscente, già maratoneta ed atleta di fama internazionale, vincitore – oltre ad altre – della Maratona di New York del 1996.
Come se non bastassero le gravi problematiche del tempo presente, anche il mondo dello sport vive un momento di profondo disagio, tra generalizzate e condivise esigenze di rinnovamento (in verità a volte ridotte a slogan qualunquistici e, perciò, insignificanti) e rischi di riforme non adeguate che, piuttosto che migliorare il fenomeno sportivo, lo condizionino negativamente. Fenomeno che, ampiamente diffuso e dalle molteplici implicazioni, merita attenzioni complessive e non settoriali, senza trascurare gli aspetti ludici rispetto a quelli competitivi, quelli educativi rispetto a quelli legati ai grandi eventi di massa, quelli delle grandi federazioni rispetto alle esigenze delle piccole associazioni, cuore pulsante di tutto il movimento.
Dopo due settimane, mentre scrivo queste riflessioni mi trovo seduto su una sedia in un enorme padiglione della Fiera di Roma, nel pieno dello svolgimento dell’assemblea federale nazionale convocata per il rinnovo degli organi per il prossimo quadriennio.
Ascolto gli interventi. Annoto alcune parole: giovani, scuola, situazione economico – finanziaria, atleti, futuro. Pur raramente, affiorano timidamente anche “enti locali”, “territorio” ed addirittura “Europa”.
E già…addirittura l’Europa. Che ci piaccia o no, c’è, esiste e va considerata una risorsa con cui confrontarsi.
Sullo sfondo si manifestano subito i due mondi: uno, l’attività sportiva in sé, completa di ogni disciplina, spesso svolta fanciullescamente in strada, anche per mancanza di impianti; l’altro, quello federale, che la prima dovrebbe governare cogliendone bisogni, aspettative, esigenze di rinnovamento.
Sembrano due mondi che viaggiano paralleli, senza incontrarsi e fondersi.
Noto subito la difficoltà del Presidente dell’Assemblea nel richiamare gli intervenuti al rispetto dei tempi assegnati (massima solidarietà da chi, con più piccola esperienza, ha vissuto quel disagio per diversi anni in un Consiglio Comunale di provincia). Tre minuti, il tempo per ognuno.
Mi chiedo: è mai possibile che, pur preparando gli interventi – come peraltro è giusto che sia – proprio non si riesca ad essere sintetici, schematici, stando nei tempi e senza lanciarsi in inopportuni sproloqui?
Interviene Maurizio Damilano, conosciuto ben oltre i confini di questo mondo. E si capisce il perché: è l’unico che, umilmente, sintetizza il suo più lungo intervento, rispetta i tempi ed esorta fortemente al riconoscimento di quello che chiama “il primato culturale dell’atletica”. Affermazione che sarebbe un po’ la mia filosofia e che mi induce a ritenere, non solo consolatoriamente, di non essere l’unico pazzo.
Per fortuna a contrastare il dubbio della solitaria follia giunge un altro delegato di cui mi perdo il nome, che ammonisce ricordando come missione dell’atletica debba essere quella di preparare “cittadini migliori”. Bene – mi consolo – se folli, siamo in buona compagnia.
Quello del rivendicare il “primato culturale” è urgenza completa di vita. Difficile, in contrario, superare egoismi, protagonismi, campanilismi, trascurando il valore superiore dello stare insieme, della comunione, della complementarità, condizioni sempre essenziali, anche in un ordinamento federale come quello sportivo.
Quei due mondi possono raggiungere l’unitarietà laddove prevalga, nelle scelte operative, una visione culturale ampia che favorisca i valori propri dell’atletica: fatica, sacrificio, disciplina, responsabilità, rispetto delle regole, passione, solidarietà e amicizia.
Mi distraggo. Perché anche per lo sport è tempo di riforme e, nonostante siano ampiamenti decorsi i termini previsti dalla legge delega (n. 86 del 08.08.2019), base per una riorganizzazione generale del mondo sportivo, del CONI, delle federazioni, delle associazioni dilettantistiche, del lavoro, di attività sportiva di base, di impiantistica, di salute e sicurezza, l’attuazione è in grave ritardo.
Il mondo sportivo viene chiamato a ruoli e responsabilità, anche legislative, come forse mai dai tempi della nascita dell’ordinamento sportivo. Ed allora mi sembra quanto mai necessaria la riflessione su quale sia il ruolo che vogliamo assegnare allo sport nella vita comune.
Solo chiarendo gli obiettivi si possono produrre regole di governo efficaci. Confidando in riforme che sappiano cogliere le esigenze di rinnovamento, occorre produrre esperienza comune che valorizzi primariamente lo sport come valore culturale, prima ancora che come pur importante gesto fisico e, non certo ultimo, fattore economico.
Spazio allo sport nelle scuole, dove lo abbiamo ridotto ad occasione per le giornate didatticamente più pesanti, al pari dell’insegnamento della religione; spazio allo sport quale strumento di protezione e benessere psico-fisico; spazio allo sport negli strumenti di pianificazione urbanistica dei nostri enti; spazio a favorire politiche di inclusione che consentano di praticare attività sportiva a tutti, a prescindere dalle condizioni economiche; spazio a misure solidaristiche per provvidenze equamente ripartite all’interno delle strutture federali, in modo che tutti si sentano gratificati dall’essere parte dell’ordinamento; spazio a premiare giovani, atleti ed allenatori volenterosi di svegliarsi ogni mattina con la voglia di superare se stessi, più che i loro competitori.
Perché tutto questo, oltre al supremo e perfetto gesto atletico che certamente emoziona, è in grado di consolidare l’emozione trasformandola in passione duratura. Quella di cui abbiamo bisogno. Senza perderci troppo nei tanto fantasiosi quanto effimeri sogni di vuoto cambiamento, che sempre più spesso ci deludono nelle aspettative, quasi minando la speranza di credere, invece, che il cambiamento reale si nutre dell’impegno di ognuno.
Come al solito, alla fine mi ritrovo sempre a predicare che le riforme siano prima di tutto etiche. Che volete farci, sono un romantico sognatore anch’io.








