Antenati polignanesi… (Diorama n. 18 di Carlo De Luca)

(dalla aletta della terza pagina di copertina)

In Carlo De Luca v’è una passione amorevole per la ricerca storica documentale. Questa sua ultima, si indirizza al cuore della storia: alle persone. Anche agli ultimi. Perché anche loro, con le loro vite, mai anonime, ne sono protagonisti; sia della loro storia personale, sia della storia di chi gli si accosti a qualunque motivo, così riversandone gli effetti, mescolandosi ed integrandosi.

Le persone, prima ancora che i loro luoghi, sono i protagonisti della ricerca. Le persone che sopravvivono alla caducità del tempo, più che nelle genealogie, nei cromosomi. Siamo anche ciò che altri sono stati prima di noi. Ne custodiamo i germi, più o meno celati o palesi. E chi è stato prima di noi, ci identifica a lungo nella comune considerazione sociale, fino al raggiungimento di una autonoma distinta caratterizzazione.

Ognuno di noi è stato indirizzato dalla dialettale traduzione del “Chi fuor li maggior tuoi” che Dante pone sulla bocca del ghibellino Farinata degli Uberti: “M:nì…a ci appartìn…?” A chi appartieni rende più del chi sei.
La domanda è finalizzata a conoscere l’interlocutore – e, perché no, a volte le sue posizioni politiche, proprio come nell’episodio raccontato da Dante – attraverso l’individuazione della sua famiglia. Magari confidando di cogliere nelle origini familiari, in quel dantesco maggiori, più che gli antenati, i responsabili della formazione morale e culturale.

Carlo De Luca sa bene che la storia di ognuno è cammino continuo, perenne costruzione identitaria in un complesso di relazioni che si intrecciano. Sta a noi, nel percorso, cogliere e radicarci in quelle maggiori , non limitandoci alla mera genealogia.

Non lasciamoci trascinare dal fiume vorticoso della mera curiosità; piuttosto, la ricchezza contenutistica della ricerca di De Luca ci induca ad ispirarci ai nostri maggiori affinché storie ed esperienze individuali diventino patrimonio della Comunità.