Antigone ed il primato della politica.

D’ogni uomo è impossibile conoscere animo, intelligenza e pensiero prima ch’egli non abbia esercitato i doveri di un’amministrazione. Chi, governando un’intera città, non tiene conto dei consigli dei migliori ma, ossessionato da qualche timore, tiene chiusa la lingua, a me sembra essere un pessimo uomo e ora e prima; e chiunque crede che il plauso di un amico sia migliore della propria patria, costui non è degno di considerazione.
A quante riflessioni si presta questo passo dell’ Antigone di Sofocle?
Non saprei. Tante. Ogni volta penso qualcosa di diverso.
A leggerlo letteralmente, per quanto con una traduzione più o meno fedele rispetto alla versione originale, il brano esalta il ruolo dei migliori ( aristòn ) nel governo della città. Ai loro consigli dovrebbe attenersi chi esercita i doveri del governo della città, chi si esercita “…nell’esercizio del potere e delle leggi…” , secondo quando si legge nel testo.
Dopo questa enunciazione di principio, nei versi successivi Creonte giustifica la sua potestà normativa. Quella che gli consente di decretare onori funebri per Eteocle ma non per Polinice, non ritenuto degno di sepoltura.
E questo comporta la seconda riflessione. Il rapporto tra efficacia e valore del diritto positivo, della norma che trae origine dall’autorità costituita, rispetto a quello del diritto naturale, della norma che trae origine da ciò che supera l’autorità prescindendo da essa perché universalmente riconosciuta.
Terza riflessione. Chi esercita attività politica ( “…governando una città…” ) non deve lasciarsi condizionare dalle più semplici soddisfazioni amicali rispetto al prospero avvenire (“accrescimento”) della comunità.
Quarta riflessione. Si esalta il ruolo della parola rispetto al silenzio ( “…tiene chiusa la lingua…” ).
Nell’esercizio di un’attività politica è necessario parlare, esprimere opinioni, argomentarle. Non c’è spazio per eventuali timori che inducano a ritenere preferibile il silenzio.
Dieci versi, più o meno. Dieci versi che meriterebbero diversi volumi di approfondimento. Dieci versi durante la lettura dei quali Creonte, il re che pronunzia quelle parole, passa – a seconda dei casi, delle letture e delle opinioni personali di chi legge – da essere un illuminato governante ad essere un arrogante accecato dal proprio orgoglio. Dall’essere assertore dell’alto valore della politica – al punto da ritenerla attività utile per discernere le qualità di un uomo – con l’esigenza di dar spazio, in essa, al contributo dei “migliori”; al trasformarsi in un rigido applicatore di norme, negando la possibilità di un qualche rilievo, nella loro applicazione, all’aspetto umano del diritto. Dall’essere un saggio governante (o solo un tiranno?) che non si lascia condizionare da ciò che oggi chiameremmo ricerca del consenso che spesso induce a soddisfare richieste amicali altrimenti non dovute; all’essere egoisticamente incapace di rivedere una sua posizione, anche quando le contrarie argomentazioni meriterebbero attenzioni. Salvo poi a farlo tardivamente, quando è ormai inutile. Dall’essere, dunque, assertore del ruolo e del valore dei migliori, a tradire esso stesso per primo quella qualità, incapace di quel discernimento che renderebbe un governante saggio ed illuminato e non già rigido applicatore di norme, peraltro da esso stesso emanate.
Sono trent’anni che leggo quel brano e l’ Antigone , che è sempre stata la mia preferite tra le tragedie classiche. Ogni volta penso tante cose. Spesso diverse. Spesso contraddittorie. A seconda dei casi e del mio stato d’animo al momento della lettura, tifo per Creonte o per Antigone. Chissà, certamente lo avranno fatto i tanti spettatori che nel V secolo avanti Cristo assistevano a quella rappresentazione.
Loro erano già in grado di cogliere il tema ed il disagio dell’ obbligazione politica.
Oggi non mi va più di tifare. Mi va di pensare a quanto quel brano, in sé, suggerisce: quanto sia nobile ed al tempo stesso complicata l’attività politica. Ma quanto essa, in ogni caso, costituisca elemento unico ed essenziale per la civica convivenza.
Ho voluto rileggere quel brano dopo una conversazione amicale, nel giorno di Santo Stefano, sul ruolo della politica.
Molte cose, oggi, nella nostra società, non vanno bene. Ce ne siamo accorti tutti. Ma due sono le alternative possibili: quella dell’antagonismo o quella di credere nel primato della politica.
Credo e confido nella seconda alternativa. Anche un Creonte ha un senso. Ma anche un’Antigone. Che, infine, rappresenta proprio il primato della politica, il tentativo di persuasione rispetto a quello dell’antagonismo rivoluzionario e fine a se stesso.
Tentativo inutile? Non credo. Perché la figura di Antigone, alla fine, è quella vincente; con un costo altissimo e tragico, ma moralmente vincente. Lo stesso Creonte, per quanto tardivamente, comprende quanto sia stato cieco e grave, per la sua comunità e per la sua famiglia, il suo atteggiamento. Atteggiamento che, questo sì, finisce con il rappresentare uno sterile antagonismo.
Ma – infine – non sarà proprio Antigone, in realtà, a rappresentare il ruolo dell’antagonista?
Il suo è proprio il ruolo di chi rappresenta la corretta politica antagonista, quella che consente di contrastare il tiranno e le sue leggi ingiuste. Con un costo altissimo, ma del tutto personale: la propria vita. La propria, non quella di altri…
Antagonisti, lasciate stare barricate e proclami di sommosse varie.
Non servono rivoluzioni. Se servono, servono solo quelle culturali.
Non ci credete? Leggete l’ Antigone. Buona lettura.








