Assistenza alla maternità ed interruzione della gravidanza: una riforma incompiuta

Che l’Italia sia il Paese delle riforme incompiute non lo si è scoperto di certo a causa delle imposizioni europee dettate per beneficiare dei fondi del Piano Nazionale di Resistenza e Resilienza. Oltre a svariate riforme strutturali e procedimentali, vi sono materie che attendono di essere regolamentare in maniera specifica fin dalla promulgazione della Costituzione Repubblicana; molte altre, da diversi decenni. Così per il caso della tutela della maternità tramite i consultori e le strutture socio-sanitarie, tutela che, annunciata dalla legge n. 194 del 1978, non ha mai trovato sostanziale regolamentazione, limitandosi gli interventi – in mancanza di una disciplina generale nazionale – a previsioni a carattere regionale piuttosto occasionali e disarmonici.

Nelle passate settimane sulla materia della interruzione della gravidanza ha fatto molto discutere una delibera presentata in Giunta dall’Assessora al Welfare della Regione Puglia finalizzata al riconoscimento di un aiuto economico fino a €. 5.000,00 per sostenere la natalità in casi di difficoltà economiche, in attuazione di quanto previsto dalla legge n. 194/1978 (artt. 2 e 5), delibera approvata, ma mai pubblicata e poi di fatto sospesa per una rivalutazione da parte della maggioranza del governo regionale. La proposta – come si legge nel testo – si poneva l’obiettivo di assicurare, attraverso una schedatura delle varie situazioni, un presidio organizzativo funzionale a supporto delle donne incinte che a causa di una particolare condizione di vulnerabilità sociale, psicologica o economica, possono vedere condizionate le proprie scelte relative alla volontà di prosecuzione della gravidanza e alla gestione della propria maternità.

Sostenere economicamente le donne che avessero deciso di non abortire, fine della delibera in questione, era sembrata scelta largamente condivisa. Purtroppo la sospensione della delibera è avvenuta proprio a seguito di pressioni da parte della maggioranza di governo. E non è la prima volta che la Regione Puglia assume comportamenti contraddittori su temi eticamente sensibili a causa della poliedricità delle posizioni politiche all’interno della maggioranza.

Siamo alle solite: ci sono temi politici che dividono, nonostante proprio su di essi occorrerebbe una trasversale unità e compattezza decisionale. Ci risulta incomprensibile come ci si possa dividere sullo strutturare aiuti in favore di persone fragili, nella specie donne che vorrebbero mantenere la gravidanza nonostante versino in condizioni economiche e psicologiche difficili.
Siamo tuttavia consapevoli che qualsiasi provvidenza economica non sarebbe sufficiente, necessitandosi aiuti assistenziali integrati e multidisciplinari che tengano conto sia dell’aspetto strettamente medico, sia di quello più ampiamente sociale. A maggior ragione urge una organica regolamentazione nazionale che tratti in maniera completa il tema dell’assistenza alla maternità e, soprattutto, strutturi politiche a contrasto con la denatalità, così guardando alla tutela della vita. Non si tratta di prendere posizioni sulla libertà di portare a termine una gravidanza o interromperla, con le relative condizioni.
Siamo piuttosto nel cuore di un più ampio tema culturale che riguarda la vita delle nostre comunità, il nostro futuro, l’economia, i rapporti intergenerazionali, le politiche sociali e previdenziali e finanche sanitarie. Un tema che, con l’aumento progressivo dell’età media, accorre affrontare nel comune interesse, allontanando divisioni politiche viziate ideologicamente.

L’assistenza alla maternità ed alla natalità vanno viste nel loro immenso valore sociale. Opinare diversamente equivale a minare le fondamenta della crescita di un Paese, aprendoci definitivamente al pericoloso inverno demografico preannunziato da anni.

Sì, serve una riforma. Serve soprattutto una riforma che, una volta per tutte, guardi con coraggio alla vita e non a falsi miti liberisti che giungono a contrattualizzare, compravendere, affittare, il corpo della donna, così offendendolo nella sua più alta dignità naturale.

Pubblicato nella rivista “Vivere In”, 2/2023, pagg. 24 – 25)