Ben oltre l’amore… Una lezione dai lirici greci

La stagione estiva e l’amore. L’amore estivo: per definizione passeggero, rapido, fulmineo, da consumarsi in pochi giorni. O finanche poche ore. Comunque, nel breve spazio di una vacanza. Amore di un momento, di occasione. Arriva e quasi mai ritorna. Quasi mai.

Eppure, quest’anno, in questa stagione estiva appena passata, ho scoperto l’Amore. Ho riscoperto l’Amore. Quello che avevo dimenticato. Quello al quale, involontariamente, inconsapevolmente, mi sono educato. O forse sono stato educato. L’Amore. La cosa più bella. La risposta alla domanda, dal sapore liceale: “Qual è la cosa più bella?” Non rigurgiti di gioventù. Né passioni rinate. Ma letture. Letture e pensieri. Quelle letture che, ripetute nel tempo, suscitano emozioni sempre diverse; pensieri sempre nuovi. Letture che, se ripetute, non sempre lo sono volontariamente; ripetute, ma in modo del tutto occasionale. Chi me lo avrebbe mai detto, con una serie di letture programmate da un paio di mesi, che invece mi sarebbe ritornata voglia di leggere i lirici greci? E addirittura un lavoro scolastico, una tesina presentata alla maturità liceale: “Aspetti dell’amore nel raggio della classicità.” L’occasione, la più dolorosa: la scomparsa di una giovane, giovanissima vita, appena due mesi prima. Una serata con i suoi genitori, amici fraterni. Un argomento che non si vorrebbe toccare, ma che aleggia, ci sfiora, sembra scivolare in più occasioni. Infine esplode: il senso della vita. Tutto è cominciato ricordando come per apprezzare la vita, il suo valore, la sua straordinaria bellezza, non servano paroloni. Tantomeno prediche domenicali, a volte incomprensibili. Forse è meglio appellarsi ad una sana laicità. Anche quella di Riccardo Pazzaglia, autore del testo di Meraviglioso, cantata da Domenico Modugno. “Ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso… Perfino il tuo dolore potrà guarire poi, meraviglioso… Ma guarda intorno a te, che doni ti hanno fatto: ti hanno inventato il mare. Tu dici non ho niente. Ti sembra niente il sole, la vita, l’amore… Meraviglioso, il bene di una donna che ama solo te…la luce di un mattino, l’abbraccio di un bambino, meraviglioso…La notte era finita e ti sentivo ancora, sapore della vita…” Meraviglioso è l’intero sapore, il “gusto”, della vita. Un testo che sarà pure “laico”, ma si presenta – per chi volesse provarci – anche come una efficacissima preghiera.

Così, tra improbabili giustificazioni filosofiche; ancor più poco credibili – per evidenti incompetenze – ragioni teologiche; tra fatalismo e rassegnazione; tra speranze e disillusioni; dopo ore ed ore di amabili confronti, testimone il cielo stellato, il sonno della notte, infine, produce la voglia di rileggere gli amati lirici greci. Ed ecco riaffiorare, al mattino, il “gusto” di tuffarsi tra le risposte di chi, già duemilacinquecento anni fa, si interrogava sul “bene più grande”. Con una risposta univoca. Dopo l’esortazione dell’ideale epico, del valore guerriero, delle virtù eroiche, della gloria, ecco identificare il bene più grande con l’amore per la vita. È la passione per il bello e per l’amore ad animare la vita. Una passione che anima ogni aspetto della vita, l’intero suo svolgimento. Finanche i suoi risvolti civili, affinché si possa essere utili per la città: la passione e l’amore per la vita non più fine a se stessi, ma al servizio del bene comune.

Così per Bacchilide ed Archiloco, con il loro comune auspicio di superare le pur esistenti difficoltà della vita attraverso la necessità di compiere comunque il proprio lavoro, quale che sia, superando ogni rassegnazione. Ed ancora, in Archiloco, con il suo invito a godere la vita finché dura.  Non un godimento fine a se stesso; non una ricerca di eccessi; non un avanzare pretese. Bensì la valorizzazione della vita nella cura delle cose più belle: l’amore, l’amicizia, la bellezza.

Così per Ibico, che trova una bellissima icona della vita nel fiorire della primavera. Così Alcmane, con i suoi uccelli, con le sue estasi paniche e dionisiache.

Così per Saffo, che – come prima non era mai accaduto – distingue l’amore in se, dal “ciò che uno ama”. Non l’amore, ma ciò che l’amore suscita in ognuno di noi. L’amore che si relativizza, diventa soggettivo, diventa desiderio e piacere di bellezza. L’amore che vive attraverso la contemplazione di tutto ciò che è buono e bello. Buono e bello che arrivano a coincidere: tutto ciò che è buono è anche bello. Non sono tanto importanti i valori personali ma l’uomo in sé, con le sue passioni e le sue debolezze; quanto di buono, di bello, di vero, di giusto, di ideale di vita un uomo può rappresentare. Lo stesso vale per le cose; per tutte. Per tutto quanto ruota intorno alla vita di ogni uomo. Dunque, per la vita stessa.

Così per Alceo, fautore della bellezza della vita in comune; cantore del piacere del simposio quale occasione di incontro e di dialogo, dell’importanza delle discussioni amicali come ispiratrici di decisioni da prendere. Affinché le condotte siano, poi, le migliori; anche per il bene comune. Affinché questo metodo consenta di superare l’indifferenza per le sorti della comunità cui si appartiene.

Così in tutti i lirici, che propongono tutti un amore per la vita all’insegna dell’aristòn, del bene più grande, che proprio perché si confronta con limiti inconoscibili, va continuamente ricercato, desiderato e, per quello che è possibile, anche tragicamente conquistato. Una proposta, una filosofia di vita, una scelta: quella tra una vita piatta, tranquilla, senza ebbrezza né voli, e una vita in cui le passioni ardono sempre, ma devono costantemente ritrovare la loro misura. Passioni non solo attinenti la vita privata, le personali vicende sentimentali, ma coinvolgenti tutta la vita: politica, sociale, culturale, religiosa, che non dovrà mai acquietarsi in nessuna stagione di essa.

Il carattere unitario dei lirici greci è nella comune esortazione in favore dell’uomo, che vive il suo impegno di vita familiare, sociale, culturale, tutto al servizio della “cosa più bella da ricercare”: l’amore, la cura per il bello ed il buono. Quasi una missione, un servizio di promozione e di educazione ad apprezzare il piacere e la bellezza della vita, dell’amicizia, in prospettiva di un comune miglioramento della qualità della vita stessa, nel suo complesso. Migliorare, con la vita, quel “grande prodigio” (come lo definisce Sofocle nell’Antigone) che è l’uomo stesso.

La grande lezione dei lirici greci sta nella mancanza di distinzione tra i vari momenti della vita. Non singoli episodi distinti, come il lavoro, il mangiare, il dedicarsi ai propri hobbies, diremmo oggi; ma un continuo vivere politicamente. Una continua scelta di quanto, nei diversi momenti della giornata, si potesse fare di “buono”, di “bello”. Una continua aspirazione alla bellezza, a quell’amore che supera la irrazionalità per diventare prima “amicizia”; infine amore razionale, cioè “dono”. L’amore, l’eros, totalmente radicato nella natura umana, deve poter diventare agàpe, “dono”. Deve poter diventare ricerca di felicità per l’altro. Fino alla dimensione, straordinariamente bella, dell’esserci per l’altro.

La vita è bella. Il mondo è bello. Le nostre vite sono bellissime. Vita e mondo lo diventano ancor più allorquando si maturi la lezione dei lirici greci dell’esserci per l’altro. Che avrà pure duemilacinquecento anni, ma è attualissima. Ormai eterna. Ed ampiamente scopiazzata da altre filosofie: le stesse che periodicamente provano a relegarla in soffitta, tra le cose più vecchie ed inutili.

Duemilacinquecento anni fa…più “laici” di così!