Costruttori di pace cercasi

Le guerre che si stanno combattendo, in Palestina come in Ucraina, scandiscono le nostre giornate. Dal primo notiziario del mattino e fino all’ultimo della sera, le aperture sono dedicate, alternativamente, a seconda degli elementi ritenuti di novità, da ciò che accade in quelle due aree geografiche.
Inermi, impotenti ed impreparati, non solo non riusciamo proprio a comprendere le più profonde ragioni di queste guerre, ma ce ne sfuggono ormai le origini. Anche perché le origini sono talmente risalenti nel tempo, da sfuggire – forse – anche alla piena consapevolezza dei loro stessi attori. Meno che mai la nostra miserrima conoscenza delle questioni, certamente complesse, ci consente di ipotizzare soluzioni che non siano gli auspici di pace. Reclamiamo pace, per fortuna. Invochiamo che cessino le armi. Ci scandalizziamo per le tragiche conseguenze di scontri armati e bombardamenti. Ci emozioniamo guardando le immagini. Ma proprio non riusciamo a capire perché non la smettano o come farli smettere.

Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Chissà se Isaac Newton, esprimendo per la prima volta il terzo principio della dinamica – sembra ricavandolo per induzione dall’osservazione di numerosi casi particolari, alcuni dei quali ben noti all’esperienza comune – si riferisse anche alle guerre che a quel tempo imperversavano. Correva l’anno 1687. Quell’anno, il Partenone di Atene, simbolo della democrazia ateniese, venne parzialmente distrutto dalle forze armate veneziane durante la grande guerra contro l’Impero Ottomano; il francese Luigi XIV, detto Re Sole, occupò per la seconda volta Avignone, sede papale, nel corso di importanti dispute economiche; la stessa supremazia francese in Europa si avviò al declino in favore della coalizione costituita dall’Olanda, la Spagna, l’Austria, la Svezia, la Russia, il ducato sabaudo e (dal 1688) l’Inghilterra. Fu, quello, un periodo di violente guerre territoriali. Non più guerre “di religione”, come prevalentemente nei secoli passati, debellate con la pace di Westfalia del 1648, ma guerre il cui scopo esclusivo era il possesso di aree per stabilire nuovi equilibri tra Stati. Un secolo intero di guerre a cavallo tra il 1600 ed il 1700.
Non sapremo mai se il buon Newton abbia pensato anche alla reazione scomposta che le guerre provocano; ma, vera o no che fosse la storiella della mela cadente sulla sua testa (quantomeno secondo la leggenda successivamente diffusa da Voltaire), sembra che lo scienziato fosse particolarmente abile a trarre ispirazione da eventi quotidiani.

Queste guerre odierne sono effetto palese di reciproche reazioni, uguali e contrarie, da parte dei contendenti. Un po’ come il vetero testamentario “occhio per occhio, dente per dente”. Un po’ come le liti tra bambini, dove un capriccioso dispetto giustifica l’altro. Ed un po’ – giusto per rendere ironicamente meno drammatica la situazione – come la sfida del reciproco calpestarsi gli stivali tra il colonnello Douglas Mortimer ed il cacciatore di taglie il Monco in Per qualche dollaro in più, mito cinematografico del regista Sergio Leone. Cercatela sul web. È ben rappresentativa di come possa essere semplice e breve il passo dalle minacce (anche tramite terze persone) alle azioni; dallo sfidarsi guardandosi negli occhi, al calpestarsi gli stivali e poi a scazzottare; per poi passare alle pistole, ma finendo a concludere affari accordandosi per sparare a qualcun altro. Va bene, sarà pure una sceneggiatura cinematografica, ma rende perfettamente l’idea.
Ecco, almeno in Palestina – forse, ma molto molto “forse” – la svolta. Attacca di qua, bombarda di là; tra un attentato ed un massacro da una parte e dall’altra; tra rappresaglie ed uccisioni di ostaggi; nell’incapacità della comunità internazionale di salvaguardare i più minimali diritti civili alle popolazioni; ecco, in tutto questo, l’uccisione di Yanya Sinwar, capo del gruppo politico armato palestinese di Hamas, il massimo rappresentante della linea dura nei confronti di Israele, ideatore dell’attacco ad Israele del 7 Ottobre 2023, occasione ultima della guerra scatenata in Palestina; per tutto questo (in verità anche per molto altro), da tempo primario obiettivo da eliminare per Israele.
“La guerra ad una svolta” è stato il titolo e l’apertura di tutti i notiziari di qualche giorno fa. La guerra ad una svolta. In pratica si dovrebbe provare soddisfazione perché, con l’uccisione di qualcuno – per quanto non “uno qualunque”, ma del capo del movimento islamico più spietato – continuare a sparare, lanciare missili e bombardare, non avrebbe più ragione. Che strano. Da decenni, se non da centinaia di anni, in quel luogo si sparano reciprocamente addosso senza minimamente curarsi di chi sia il loro leader, mentre adesso si dovrebbe sperare nella pace perché un leader è stato ammazzato.
Il ragionamento sarebbe più o meno quello che segue. All’azione (meglio, alla provocazione) bisogna reagire in maniera corrispondente, cioè eliminando uno ad uno i capi dei nostri nemici e senza tener troppo in considerazione gli effetti collaterali, da mettere in preventivo perché così accade in guerra. Eliminati i capi dei nostri nemici, possiamo pensare di smettere. Pensare di smettere. Non smettere e basta. Possiamo cominciare a pensarci.
Questo ragionamento si riassumerebbe con un pratico fare guerra per ottenere pace. Un approssimativo e alternativo modo di esprimere il principio de ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.
C’è qualcosa che non va. E perché chi scrive non è mai stato un campione in fisica, in lui si giustificherebbe finanche il dubbio che il buon Newton si sia sbagliato e che, più che dall’osservazione di una mela cadente, sia stato persuaso da qualche bicchiere di troppo. Ah…ecco… Quel principio descrive ciò che accade nella materia; nei rapporti umani forse meglio evitare e, piuttosto, essere prudenti, provando per l’appunto ad evitare azioni che possano scatenare reazioni uguali e contrarie.
Tuttavia, sovviene il dubbio che quel fare guerra per ottenere pace costituisca opinione piuttosto diffusa. Sia nei rapporti personali, sia nelle relazioni internazionali. Insomma, la guerra, quantomeno il prepararsi ad essa, costituirebbe deterrente e favorirebbe la pace. In linea con gli antichi brocardi si vis pacem para bellum e paritur pax bello, che evidentemente, per quanto antichi, si sono affermati nel tempo e nella storia.
La tragica assurdità di questo discorso smarrisce e tradisce proprio la natura umana della storia. La storia, fatta dagli uomini per gli uomini, edificio costruito, mattone dopo mattone, da ogni singolo individuo, che con la propria azione quotidiana ne diventa responsabile.
Utopistico o irreale che possa apparire e quand’anche appaia contraddetto dal tempo e dagli accadimenti, siamo tra chi ritiene non esserci altro modo, per fare pace, che costruire pace: adoperarsi ogni giorno, in ogni momento, in ogni occasione, per favorire incontri costruttivi, dialogare e cercare soluzioni. Insomma, pacificare.
La pace si costruisce con la pace, lavorando reciprocamente per essa, adoperandosi pur faticosamente per essa. Come un tesoro prezioso, nascosto ma da cercare instancabilmente, senza sosta, senza timori, confidando nella soddisfazione del ritrovamento.

Nella consapevolezza che i ponti si costruiscono per comunicare tra sponde opposte e che, dunque, richiedano interesse e volontà comuni tra opposti, cerchiamo costruttori di pace. Cerchiamo persone lungimiranti, prudenti e sagge, che facciano del metodo del dialogo ragione di vita, diventando costruttori di pace. Così che si possa sperare che quegli antichi brocardi possano trasformarsi nei più giusti si vis pacem para pacem e paritur pax pace In fondo, la speranza è il cuore della vita e la mediazione, la paziente ricerca della “terza via”, è la vera sfida per la risoluzione di ogni controversia.
(pubblicato in Vivere In, 5 2024, pagg. 5 – 8)








