Dalla fatica individuale al beneficio collettivo.

Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sulla uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga.
(da Frammenti di diario intimo, 12 giugno 1871 )
In un mondo sempre più social, spesso alimentato da frasi ed aforismi vari, copiati ed incollati di qua e di là, capita anche che qualcuno chieda e pretenda una tua estemporanea opinione. Mi è capitato con il brano sul valore delle masse tratto da Frammenti di diario intimo di Henri-Frédéric Amiel.
In altre occasioni avrei potuto ignorare la richiesta. Non con quell’amico, al quale avevo piacere a rispondere. Non per assicurargli la mia condivisione sul giudizio negativo espresso da Amiel, in verità discutibile; piuttosto, per provocare la sua riflessione sulla parte di quel brano, che conoscevo per esserne stato incuriosito in passato.
Così, gli scrivo: “Conosci Amiel?”.
Mi risponde: “Non so chi sia”.
Non c’era da aspettarsi diversa risposta, provenendo la frase da quel mondo social dove interessarsi, verificare e sindacare le fonti costituisce oltraggioso affronto.
Allora continuo, provando ad indirizzare la conversazione dove mi interessava: “Male. Molto male. Una delle letture preferite di Capograssi, il mio Capograssi.”
A quel punto la curiosità dell’amico di conoscere la mia opinione, è svanita. A lui interessava la possibile condivisione del giudizio negativo di Amiel sulle masse; a me di quella frase interessava il senso della fatica individuale, peraltro carattere significativo nel pensiero Amiel.
Ho concluso così: “Di quella frase sulle masse vorrei solo poter spiegare il senso della fatica individuale , in Amiel come in Capograssi.”
Il “Diario intimo” di Amiel è stata una delle letture preferite del giurista filosofo Giuseppe Capograssi.
I due autori sembrano accomunati dal voler spiegare e superare quella che chiamano “fatica della vita”.
Partendo dalla disamina dello stesso fenomeno, dalla vita, dalle difficoltà che l’individuo incontra nella vita quotidiana, dalla fatica della vita, giungono a conclusioni opposte.
Il primo, Amiel, non trova risposta. Sembra quasi chiudersi alla vita, rivendicando con orgoglio la scelta della solitudine: quasi una specie di eremita laico.
Il secondo, Capograssi, che trova risposta nel percorso dell’azione, che si completa solo nell’Infinito.
Amiel, spirito molto religioso, si dibatte verso la ricerca della vita in tutte le direzione; una interminabile ricerca del più autentico io , con l’obiettivo di conoscere se stesso per capire cosa fare della propria vita; una costante aspirazione per una comprensione globale del mondo ed una comunione totale con il prossimo; quasi un sogno cosmico aperto sul mistero dell’infinito, per quanto non completato in una piena e soddisfatta apertura al divino.
Una ricerca affannosa, insomma, perché si scontra con le realtà della vita quotidiana e la condizione degli uomini, le loro gioie e le loro miserie, i loro lavori e le loro occupazioni: una vita che costa e richiede fatica.
Una ricerca affannosa testimoniata dal suo “Diario intimo”, enciclopedico, monumentale: dodici volumi di mille pagine l’uno, non sufficienti a consentire al suo autore di trarre la “verità” su se stesso, per quanto utili al suo dialogo interiore, consentendogli di capire meglio determinate situazioni.
Anche di accettare le frustrazioni della vita. Il 5 Maggio 1879, Amiel annota: “La penna dà sollievo alla penna. Confidarmi a me stesso mi alleggerisce il cuore. E non sarò mai disposto ad aprire un nuovo conto a colui che mi ha irritato fino a quando non avrò chiuso queste pagine. Il fatto è che in fondo, poiché spero pochissimo di cambiare le cose o le persone, poiché non mi piace né il reclamo, che è inutile, né il rimprovero, che aggrava il male, mi studio soltanto di modificare la mia impressione e di tornare all’equilibrio.”
La scrittura del Diario ha dato ad Amiel la sensazione di poter neutralizzare lo sgretolarsi dell’esistenza: “Questo diario è forse il mio più importante idolo, la cosa a cui tengo di più. Il fatto è che da quindici anni a questa parte è il solo risultato netto, consistente e coerente della mia vita”. (21 dicembre 1860)
Le motivazioni più rilevanti che emergono dalla lettura delle migliaia di pagine sono fuggire la noia e la tristezza ed evitare qualsiasi impegno e azione concreta. Con una sincerità toccante, l’introverso Amiel ripete instancabilmente tali benefici deplorandone i costi: “Questo diario che mi consente di resistere al mondo ostile, solo a lui posso raccontare ciò che mi affligge o mi pesa. Questo confidente di libera da molti altri. Il pericolo sta nel fatto che fa evaporare in parole non solo le mie pene ma anche le mi risoluzioni; tende a dispensarmi dal vivere, a sostituire la vita. È la mia consolazione, il mio cordiale, il mio liberatore; ma forse anche il mio narcotico” (21 dicembre 1860).
Amiel si logora nella riflessione interiore perpetua, quella nella quale “…il monologo sostituisce l’azione” (17 aprile 1861), spendendosi “… a spulciare i ricordi, piuttosto che ad andare alla conquista di qualcosa, a realizzare una volontà. Monologo o ‘a parte’ pressoché continuo, a sostituire gli sproloqui alla lotta positiva, il sogno alla realtà. Vita contemplativa, in cui il ritorno su me stesso usurpa la parte dello slancio. Sentirsi vivere non è pur tuttavia l’essenziale della vita…” (13 marzo 1865). Quasi l’attestazione del fallimento di una personalità che diventa consapevole, giorno dopo giorno, della sua incapacità di andare oltre lo scrivere la frammentazione della vita quotidiana, pur consapevole di come “ La sola cosa essenziale da conoscere è l’uomo” (16 novembre 1860).
La precisazione sulla personalità di Amiel consente la corretta interpretazione del suo brano sulle masse, la cui lettura deve essere completa con la lettura della prima parte, dedicata alla democrazia, sempre del 12 giugno 1871: “ La saggezza è un equilibrio, quindi si trova soltanto negli individui. La Democrazia, conferendo il dominio alle masse, dà la preponderanza all’istinto, alla natura, alle passioni, cioè all’impulso cieco, all’elementare gravitazione, alla generica fatalità. L’oscillazione perpetua tra i contrari diventa il suo unico modo di avanzamento: perché è la forma infantile, stupida e semplice della mente limitata, che si infatua e si disamora, adora e maledice, sempre con la stessa avventatezza. La successione delle opposte sciocchezze le dà l’impressione del cambiamento, ch’essa identifica col miglioramento… Alla stupidità di Demos è pari soltanto la sua presunzione…Non nego il diritto della Democrazia; ma non ho illusioni sull’uso che farà del suo diritto, finché scarseggerà la saggezza e abbonderà l’orgoglio. Il numero fa la legge; ma il bene non ha nulla a che fare con le cifre. Ogni finzione si espia, e la Democrazia poggia su una finzione legale, cioè che la maggioranza ha non solo la forza, ma la ragione; che possiede la saggezza insieme col diritto…”.
Segue la parte finale della riflessione, quella secondo cui le masse saranno sempre al di sotto della media.
Dunque, non una negazione netta del valore della democrazia o finanche delle masse, quanto un sostanziale richiamo alla virtù della saggezza, da ricercarsi nell’individuo.
L’individuo, vocabolo (intriso di alte connotazioni valoriali) anch’esso comune e tanto caro a Giuseppe Capograssi, che traccia il senso della fatica della vita partendo proprio dall’osservazione dell’individuo: “ L’individuo si sforza di costruire la sua vita nelle situazioni concrete, elementari ed empiriche dell’esistenza. L’azione è il momento che rivela al soggetto la sua realtà ed esprime, nel suo svolgersi, lo sforzo e la fatica dell’individuo che tenta le mille forme della vita associata.”
L’individuo può aprirsi alla saggezza “…solo privilegiando un’etica della difficoltà e dello sforzo, l’esperienza della fatica, del sentire la propria responsabilità verso la vita e verso la storia.”
Occorre fatica. Perché solo il riconoscimento del valore della fatica individuale può, infine, condurre e risolversi in beneficio collettivo: dall’individuo alle masse, dai più alla vita associata, dal vivere comune alla storia.








