Deontologia ed educazione per il “fare politica”.

La politica non ha mai goduto di buona letteratura. Probabilmente lo si deve alla vistosa carenza di proposte morali, oltre che della correttezza morale nell’esercizio delle funzioni politiche.
Sembra che fare politica equivalga a fare intrallazzi, compromessi, pettegolezzi, usare ed abusare del potere e della cosa pubblica per interessi privati o ambizioni personali.
È una opinione, molto comune, che deriva da una indebita ed ingiustificata generalizzazioni di fatti reali, ma per fortuna tali da non costituire la norma. Sono deviazioni della norma. I giudizi negativi, infatti, devono riguardare le singole azioni del politico, le singole attività, fatti concreti deplorevoli, non già la funzione della politica, la cui alta finalità non deve cogliersi dalle degenerazioni, ma dalla sua natura e dal suo significato più profondo.
Il vero significato delle cose, di ogni cosa – dunque anche della politica – non si può dedurre dall’uso che di fatto se ne fa, quale che esso sia; ma dall’uso che se ne dovrebbe fare, secondo la natura propria di ogni cosa. Un coltello da cucina serve per tagliare; nessuno si sognerebbe di bandirlo dalla tavola solo perché può costituire anche strumento di offesa.
Le cose non sono ambigue; sono specifiche per la loro tipica funzione, ben definita. L’eventuale ambiguità è quella che si verifica nella storia e che scaturisce dalle iniziative umane, che a volte diventano personali ed arbitrarie e violano la naturalità delle cose.
Vale anche per la politica. Il fare politica, allora, non va desunto dal costume, da ciò che accade, dalla diffusa critica che evidenzia più le deviazioni che la corretta funzione; va invece desunto dalla sua genesi, dalla sua natura, dalla sua finalità.
Così, il fare politica, esigenza necessaria della socialità e della umana convivenza, ha indiscutibilmente un significato ed un valore etico positivo: tende a procurare il bene comune e la completa promozione della persona umana.
Ma lo svolgimento concreto dell’attività politica, come libera espressione dell’agire umano, rientra nell’ordine morale.
La riduzione della morale alla politica (“è morale ciò che è validamente utile alla politica”) non è condivisibile. Non solo è la negazione della morale come ordine di valori trascendenti; ma è anche la negazione della facoltà umana di produrre giudizi di carattere etico sull’operato concreto dei politici.
Inoltre, rende insignificante la richiesta – spesso retoricamente reclamata, ma giusta – “moralizzazione della politica”.
Moralizzare la politica non vuol dire solo conformare l’attività dei politici all’ordinamento giuridico costituito, ma anche conformare l’attività dei politici ai fondamentali ed inviolabili valori morali.
La politica non è pura ideologia, né pura tecnica; ma è attività umana che deve scaturire da una coscienza ispirata almeno al fondamentale valore della politica, cioè il bene comune. Avendo come finalità questo bene, compete al politico studiarlo, precisarlo, definirlo, puntualizzarlo.
Quindi, il politico indirizzerà le sue scelte e le sue azioni non al particolare, al contingente, al costume del momento, ma alle esigenze che scaturiscono come condizioni essenziali per il conseguimento di tale bene.
Le deviazioni della politica dal bene comune assumono sempre carattere morale. In altre parole, la politica, come tutte le professioni umane, deve avere una sua deontologia.
L’esigenza di contenere o di ricondurre la politica nella sua specifica deontologia è sottintesa nella richiesta di “moralizzare la politica” avanzata da tutti i settori della società.
Purtroppo è una richiesta declamata retoricamente; talvolta ipocritamente e sempre nei riguardi degli altri.
Il vero concetto della politica si desume dalla sua deontologia, che è la ricerca, la cura e la promozione del bene sociale.
Allora il fare politica, a tutti i livelli, in ogni settore della pòlis, vuol dire non solo osservare, studiare e impegnarsi nella cura dei mali sociali, ma soprattutto promuovere il bene sociale: cogliere le varie esigenze della società, calcolare le disponibilità, predisporre i servizi necessari, controllandone il corretto svolgimento.
Il buon politico non deve agire trascinato dalla piazza tumultuosa, incostante e contraddittoria, dando così l’impressione del vuoto, dell’incertezza politica e della debolezza; ma deve precedere la comunità aprendo e indicando sentieri anche nuovi nelle nuove situazioni, ma sempre chiari e con convincenti motivazioni.
In questo compito di indirizzo si manifesta la funzione educativa della buona politica. Ma per educare occorre prima educarsi: educarsi alla politica.








