Educare alla vita

Il confronto sul tema della vita può avvenire in vari modi. Il tema richiederebbe, ormai, soprattutto un approccio “tecnico”, poiché i temi della vita, dal suo inizio al suo termine, impongono sempre più una precisione scientifica per evitare banalizzazioni ed errori.

Sono ben consapevole che molti lettori potrebbero preferire un approccio “laico” e il meno possibile condizionato dalla tradizionale visione cattolica secondo cui occorre educare alla pienezza della vita sostenendo e facendo crescere una cultura della vita, dal concepimento al suo termine naturale e, dunque, favorendo, sempre, la vita stessa. Anche quando è debole e bisognosa di aiuto, secondo la raccomandazione che in più occasioni la CEI propone.

In verità, già a livello linguistico forse sarebbe preferibile imparare a sostituire l’ “anche” con un “soprattutto”. La vita deve essere favorita sempre, soprattutto quando è debole. Non a caso i temi più delicati della bioetica (e della biopolitica) riguardano proprio la dimensione della vita “debole”: il suo inizio e la sua fine.

Provo, allora, a proporre qualche riflessione evitando ragionamenti ideologici in favore di maggiore precisione e rigore tecnico. Questo ci impone proprio il carattere di debolezza che, soprattutto in alcun momenti – come nel caso della vita nascente – caratterizza la vita. Sull’argomento, ricerca scientifica e tecnologica si ritagliano un ruolo di assoluto rilievo. Del resto, se già un approccio tecnico appare complesso laddove si debbano proporre definizioni o circoscrivere, a titolo di esempio, gli stati del coma irreversibile o vegetativo, ciò vale ancor più laddove ci si lasci guidare – e viziare – da mere valutazioni ideologiche.

D’altra parte, qualora ci si riferisca a valori etici non può certo dirsi che possa garantirsi una larga ed ampia condivisione. Esiste una pluralità di ideologie o di antropologie cui ogni essere umano può liberamente riferirsi.

Così, questa riflessione tenterà di affrontare il tema della “vita” in modo quanto più “naturale”, cioè più comune alla natura umana, tentando di escludere valutazioni ideologiche.

Partendo dalla necessarietà che una corretta definizione e limitazione degli ambiti della indagine sulla vita richieda un approccio quanto più “tecnico” possibile, non si può fare a meno di riferire dell’interessante dibattito, introdotto agli inizi degli anni ’70 (con gli studi di Gilbert Hottois ed Alexander Koyrè), su quella che è stata chiamata “tecnoscienza”. Quel dibattito ci ha consentito di ricordare come tutti i successi di cui godiamo siano il risultato del rapporto tra speculazione teorica ed applicazione pratica; che la teoria è uno strumento al servizio della tecnica; che è sicuramente utile ed auspicabile il controllo sulla tecnoscienza. Tutto ciò, che può apparire banale, è invece sostanzialmente straordinario e troppo spesso dimenticato. Perché, invece, la tendenza, oggi, è proprio a dimenticarlo proprio quando si parla di bioetica! La teoria é uno strumento della tecnica; non può essere il contrario. Per quanto si potrebbe ritenere che Jacques Maritain sia stato un pensatore “di parte”, mi pare che si possa convenire con lui quando scrive che “… non è legittimo ridurre tutto alla scienza (come propongono Husserl e Wittgenstein), relegando l’esperienza interiore e spirituale del singolo e dell’umanità…Non esiste la (sola) scienza. Ma l’uomo che opera nella scienza.” Si tratta di una osservazioni che tutti – anche i contestatori della visione antropologica del pensatore francese – condividerebbero. Ma se le sperimentazioni, che non siano giustificate da una preventiva speculazione toerica, non hanno grande senso scientifico, perché mai ciò appare quasi scandaloso quando si tratti di sperimentazioni che riguardano il bìos, la vita? Riterrei perché ci si dimentichi che quando parliamo di “uomini” parliamo di “qualcuno” e non di “qualcosa”. Salvo che non si voglia considerare il corpo – e finanche la vita corporea – un oggetto, ogni tipo di sperimentazione dovrebbe indurci a cautele mai eccessive.

Sembra, invece, che si vada assistendo, in maniera sempre più evidente, a tre fenomeni pericolosi sotto il profilo della “cultura della vita”.

Il primo è quello della radicalizzazione dell’apparato scientifico-tecnologico. Da qualche tempo vi è una esasperazione sempre maggiore nell’utilizzo del corpo in via sperimentale.

Il secondo è il sempre maggiore seguito della visione liberista in virtù della quale ciascuno di noi sarebbe libero di poter soddisfare ogni propria aspirazione. Trascurando, invece, l’aspetto egoistico celato da questo liberismo. Abbondano i proclami per i “diritti di libertà”, come per la “libertà di scegliere”. Sta di fatto che tali proclami trascurano come nessuno di noi abbia deciso di nascere; però, stranamente, si pretende di poter disporre della vita.

Non mi pare che sia corretto sostenere che esista un diritto di disporre della vita. Michael Behe, nel suo libro Darwin’s Black Box (“La scatola nera di Darwin”) introdusse il concetto di “irriducibilità” per descrivere quei sistemi il cui funzionamento dipende dall’interazione di molte parti, tutte indispensabili. Anche quando si parla di “persona”, di “vita”, emerge questo senso di “irriducibile”. E dalla irriducibilità deriva la impossibilità di disporre della vita in modo arbitrario. Come non ricordare come il disporre della vita fosse un potere esistito in epoche arcaiche? Il sovrano aveva il potere di disporre della vita. Il potere moderno ha sostituito a tale potere assoluto sulla vita, il controllo della politica. Le stesse politiche sulla vita (tutte. Comprese quelle che limitano le nostre libertà) si esercitano come potere della tecnica sulla vita.

In questa maniera, si è giunti progressivamente al terzo dei fenomeni pericolosi: la statalizzazione del bìos. Abbiamo, con ciòo, dimenticato la aristotelica distinzione tra il bìos e la zoè, tra la nostra vita e la “nuda vita”, la corporeità. Con la statalizzazione del bìos si è introdotta, in realtà,  la politica sulla zoè, sulla corporeità. E la “nuda vita” è diventata oggetto della politica. Con la conseguenza che di essa si può anche disporre. Infatti, la “nuda vita” (termine e concetto ripreso da Walter Benjamin) è ciò di che, almeno teoricamente, si può disporre. Ed anche uccidere (come ha straordinariamente insegnato Giorgio Agamben, applicando a questo tema la nozione di homo sacer).

Peccato che in questa tendenza alla statalizzazione della vita, in questo voler disporre della corporeità, ci si è dimenticati di un carattere assolutamente connaturale all’uomo ed alla sua vita: l’uomo, il suo corpo, hanno sempre bisogno di aiuto. Sempre. Il corpo richiede cure. Sempre. Basti pensare, anche naturalmente, al del tutto spontaneo processo di rigenerazione delle cellule. Certo, può essere aiutato; e ciò è compito della medicina, della scienza. Ma il corpo si dispone autonomamente a curarsi. Un corpo, “malato” o no che sia, è, in realtà, come un qualcosa di fragile. La fragilità non è indice di qualcosa di cattivo, di guasto; ma di un qualcosa che può essere infranto, può rompersi, può spezzarsi. Fragile è ciò che è prezioso, che è delicato. Se proviamo, poi, ad associare il concetto di “fragilità” e quella di “irriducibile”, ci rendiamo conto che qualcosa che sia, al tempo stesso, fragile ed irriducibile, si segnala come necessitante oggetto di cura. Parliamo del puro e semplice occuparsi del vivente: che è, al tempo stesso, fragile ed irriducibile.

Così, il livello minimo della biopolitica, cioè di una politica della vita, non può che essere la cura del corpo. Un corpo che, peraltro, in ogni momento si caratterizza per domandare rapporti: un bimbo non parla, ma piange e grida; il feto stesso (come addirittura ciò che lo precede!) ha anch’esso tratti biologici; il malato, anche se anziano, finanche terminale, richiede organizzazione, anche di tempo, mantiene il suo peso, la stessa corporeità. Anche quel corpo, malato, pur fragile, chiede “rapporto”. Siamo portati a ritenere che un corpo giovane non abbia il carattere della “fragilità”. Invece anche quel corpo ha un tratto che va protetto e che lo accomuna agli altri: il “rapporto”, il sistema delle relazioni sociali. Dunque, il prezioso che emerge e che va protetto è il “rapporto”, prima e somma forma del vivente. Nessun corpo vive privandosi di relazioni.

Per condividere e promuovere tutto questo occorre una rivoluzione culturale. Una rivoluzione che parte dal recupero del concetto di “nuda vita”, anch’essa portatrice di diritti.

La politica, allora, non si esercita sulla vita, ma si esercita rispondendo alla vita e della vita. Soprattutto, recuperando il “rapporto”, recuperando le “relazioni sociali”.

Non servono ideologie. Del resto, da sempre il grado di civiltà di un popolo si manifesta e si misura attraverso la cura che esso riserva e dedica al corpo, alla vita. Anche in questo caso si possano offrire tre momenti di riflessione.

Il primo riguarda l’antica civiltà spartana rispetto a quella ateniese, così come ci è stata tramandata per oltre duemilacinquecento anni. Gli spartani abbandonavano sul Monte Taigeto i bambini deformi, destinati a soccombere alle intemperie ed alle fiere. Nell’immaginario comune, nella comune opinione di ormai migliaia di anni, questa usanza spartana non è mai stata seriamente condivisa o degna di esempio di civiltà. Evidentemente si è ritenuto, per svariati anni, che quella tradizione non fosse del tutto “naturale”, cioè più confacente la natura umana, prima ancora che più o meno “giusta”.

La seconda riflessione è quella che deriva dalla pungente e gelida ironia dello scrittore irlandese Jonathan Swift, che nel 1729 scrisse la sua “Modesta proposta per impedire che i bambini irlandesi siano a carico dei loro genitori o del loro Paese e per renderli utili alla comunità”. Consigliava di ingrassare i bambini denutriti e darli da mangiare ai ricchi proprietari terrieri irlandesi. Compiuto un anno, i figli dei poveri potrebbero essere venduti in un mercato della carne per combattere la sovrappopolazione e la disoccupazione. Così facendo si sarebbe risparmiato alle famiglie il costo del nutrimento dei figli, fornendo loro una piccola entrata aggiuntiva si sarebbe migliorata l’alimentazione dei più ricchi e si avrebbe dato un contributo al benessere economico dell’intera nazione. Swift offriva un supporto statistico per le sue asserzioni e dati specifici sul numero di bambini da vendere, il loro peso, il prezzo e i possibili modi di consumazione, suggerendo alcune ricette per preparare questo delizioso tipo di carne, essendo sicuro che questa cucina innovativa avrebbe dato spunto per ulteriori pietanze. L’implementazione di questo progetto, concludeva, aiuterà a risolvere i problemi complessi dell’Irlanda in materia sociale, politica ed economica più di ogni altra misura finora proposta.

La provocazione che ci consente l’ironia dello scrittore è straordinaria. Salvo che non si voglia accedere veramente a giustificare l’infanticidio a livello mondiale o la pratica cannibalesca per risolvere problemi sociali, dovremmo piuttosto pensare a politiche di “relazione”, a politiche sociali, di salvaguardia e di tutela della persona e della vita, sotto ogni aspetto.

O forse – e questa è la terza provocazione – dovremmo pensare di avviarci alla scelta di una prassi “erodiana” per risolvere i problemi della vita? In particolare quelli di sovraffollamento nei paesi sottosviluppati. O magari per risolvere milioni di gravidanze indesiderate nei paesi della America Latina, molte delle quali anche derivanti dal quel fenomeno tristemente occidentale e tanto pericolosamente italiano che si chiama “turismo sessuale”?

Si tratta di evidenti provocazioni che dovrebbero indurci a riflettere sul valore della vita.

La soluzione qui proposta, il recupero del “rapporto”, del sistema della “relazioni sociali”, coincide, in realtà, con la sempre attuale esigenza di promuovere un nuovo umanesimo. Questo è possibile recuperando prima di tutto la dimensione culturale dell’uomo ed investendo su di essa. L’uomo è l’unico essere vivente che, a differenza degli altri animali, ha una natura culturale.

Ognuno di noi dovrebbe farsi promotore di questo carattere. Ognuno di noi dovrebbe promuovere la cultura della vita, una rinnovata cultura della vita. Per farlo occorre essenzialmente amare la vita. Sempre. È proprio la bellezza e la forza dell’amore a dare pienezza di senso alla vita.

Amare la vita significa ricordarsi come l’uomo sia per la vita. Uomo e vita, la sua vita, coincidono. Tutto in noi ci conduce e ci spinge verso la vita, condizione indispensabile (“irriducibile”) dello stesso essere.

Quello che ci sembra scontato, in realtà, è proprio la vita stessa e la importanza di dover esprimere, in ogni momento, negli infiniti momenti di essa, il nostro “grazie” ad essa. Il grazie alla vita.

Esiste, tra i tanti, un bellissimo inno “laico” alla vita. Si tratta del testo della canzone “Meraviglioso”, di Domenico Modugno  (testo di Riccardo Pazzaglia). Quel testo, tra l’altro, recita: “Ma come non ti accorgi di quanto il mondo sia meraviglioso. Perfino il tuo dolore potrà apparire poi meraviglioso. Guarda intorno a te, che doni ti hanno fatto: ti hanno inventato il mare. Tu dici non ho niente, ti sembra niente il sole, la luna, l’amore…La luce di un mattino, l’abbraccio di un amico, il viso di un bambino, il sapore della vita”.

Sì, non c’è altra soluzione: si promuove la vita amando la vita. Solo riconoscendo la superiorità dell’amore – e dell’Amore – si può amare veramente. Anche la vita. È necessario innamorarsi della vita. Ed è uno degli auguri più belli che si possa fare.