Elezioni U.S.A. da dimenticare in fretta

Al momento di chiudere questo numero della rivista, Joe Biden è risultato eletto alla presidente degli Stati Uniti d’America. L’importanza dell’evento, che ha ricevuto giusta rilevanza mediatica, non è in discussione, trattandosi di uno Stato che – piaccia o no, nel bene e nel male – determina ed influenza larga parte delle relazioni internazionali e dei rapporti economici mondiali. Così qualche riflessione si impone anche da parte nostra e la nostra opinione è, essenzialmente, che queste elezioni si dimentichino al più presto.

Queste elezioni rappresentano il risultato di una campagna elettorale da dimenticare in fretta perché dai modi del tutto opposti alla nostra complessiva filosofia di vita ed alla specifica idea di dialettica politica che sosteniamo.
Il risultato più importante ma al tempo stesso preoccupante che leggiamo non è quello della vittoria di un candidato o della sconfitta dell’altro, chiunque essi siano, quanto quello di una Nazione in guerra con se stessa e di un popolo dilaniato e disunito come mai accaduto prima. Ad essere finita è la campagna elettorale, non lo scrutinio, che andrà avanti ancora per giorni tra riconteggi ed azioni giudiziarie, continuando ad alimentare il fuoco dei contrasti ideologici, politici, sociali ed economici, come addirittura quello degli scontri fisici, che in alcuni luoghi si sono già registrati.

Per quanto auspichiamo che prevalga una ragionevole composizione degli interessi e che il candidato sconfitto, l’uscente Donald Trump, ottenga le “garanzie politiche” che i commentatori più attenti ritengono a giustificazione della sua non ammissione della sconfitta e della annunziata battaglia legale, scorgiamo in questa parte finale, più che una vera e propria diatriba tra candidati ed interessi di cui sono portatori, l’apprensione di un intero popolo. Forse perché ormai da tempo cogliamo la stessa situazione anche nella nostra cara Italia, la fastidiosa sensazione è quella di una politica solo rancorosa, costruita su accuse personali più che da proposte.

Non ci sembra che Biden abbia vinto per una proposta politica ben chiara e definita, alternativa a quella di Trump, che sappia imporre un cambiamento come, nell’ambito del medesimo partito democratico, seppero fare a diverso titolo Clinton e Obama. Piuttosto ci sembra che Biden abbia vinto perché le elezioni sono state vissute e trasformate in un “referendum” su Trump.
Rispetto alla personalità di Trump, Biden, con la sua moderazione ed innegabile esperienza, ha rappresentato una specie di rifugio. Quasi un voler far prevalere la saggezza rassicurante rispetto alla irata inquietudine. Insomma, più che un voto a favore, un voto contro qualcuno o qualcosa.

La sfida più importante e complessa per il nuovo presidente comincia adesso: ricucire divisioni e conflitti, palesemente esasperati durante la campagna elettorale.
Di certo le profonde divisioni percepite originano negli anni della presidenza Trump, le cui scelte politiche sono state spesso estreme ed hanno radicalizzato le differenze tra democratici e repubblicani. In questo contesto, è certo piuttosto complicato che gli sconfitti riconoscano l’altrui vittoria, profondamente persuasi di brogli, errori, truffe e complotti vari!

Gli Stati Uniti sembrano alla ricerca di una nuova identità che, però, sfugge e si perde nelle frammentazioni sociali di gruppi sempre più divisi socialmente, economicamente, culturalmente, geograficamente. Come spiegare, altrimenti, l’accentuazione del fenomeno del voto ben localizzato, con divergenze notevoli tra zone urbane e periferie, tra grandi città e piccoli centri?

A chi conosce la politica degli Stati Uniti è ben noto come su alcuni temi e problemi, democratici e repubblicani sono sì distanti, ma molto meno di quanto appaia. Lo scontro più che sulle “politiche”, sulle scelte concrete ed operative, sui comportamenti, sugli schieramenti, si produce sulla vera e propria della militanza politica. Nel tempo le divergenze sembrano meno ideologiche e più personaliste. Il conflitto politico sembra radicalizzarsi sull’incerto e labile confine della “tradizione”, osannata dai repubblicani e contrastata dai democratici.

Ci pare che proprio la differenza con la quale Biden e Trump hanno affrontato il tema della pandemia in corso costituisca esempio emblematico delle radicalizzazioni.
Nonostante un importante rapporto del 2019 della prestigiosa John Hopkins University affermasse che gli USA fossero meglio preparati di altri per affrontare la pandemia, gli ormai 100 mila contagi al giorno ne fanno l’epicentro mondiale della malattia. Peccato che il settarismo politico abbia trasformato l’uso della mascherina di protezione in un simbolo, con il risultato di spostare la questione sul suo uso piuttosto che sulle evidenze scientifiche e sul tema di come accompagnare il sistema economico e produttivo.
Sembravano confrontarsi i sostenitori della crescita ed i sostenitori del distanziamento sociale, entrambi fiduciosi che solo il proprio assunto avrebbe pesato nell’urna. Tutti incapaci di lavorare ad una sintesi tra esigenze ed interessi contrapporti. Con il risultato di uno scontro tra fazioni che ha preso il sopravvento.

Tutti gli altri temi sembravano lontani dal confronto politico.
Il confronto stesso si è trasformato nell’essere a favore o contro qualcosa, degradando finanche il disaccordo critico e ragionato nella discordia radicale.

Il messaggio che ci sembra scorgere nella preferenza dai più attribuita a Biden, allora, è che andasse fermato il suo antagonista perché arrogante ed antipatico, non per una diversa proposta da preferire. Il sentimento prevalente sembrava la rabbia. Forse lo è ancora. Perché Trump ha esasperato la dimensione identitaria repubblicana accentuando le divergenze con i democratici ed i suoi oppositori con le scelte assunte su tasse, economia, immigrazione, scelte sostanzialmente non diverse da quelle tipicamente repubblicane, ma molto più radicalizzate. Non si erano mai viste in USA le gabbie per i bambini degli immigrati, né un presidente che vuole schierare (senza riuscirci) l’esercito contro le proteste dei neri per l’uccisione di cittadini afroamericani. O mettere in dubbio il sistema elettorale. O provocare l’immaginario dei suoi sostenitori per produrre una realtà diversa dal reale, proprio come nel caso della sua sconfitta elettorale, deformata e narrata come un’usurpazione, un imbroglio: si è affrettato ad affermare di aver vinto quando il conteggio iniziale lo dava in vantaggio, gridando al complotto quando lo scrutinio ha offerto dati favorevoli a Biden.

Superare questo sentimento, promuovendo ragionevolezza, dialogo e comprensione, non sarà semplice per il pur esperto e moderato Biden, già chiamato “il presidente tranquillo”. A lui il difficile compito di annullare le frontiere interne, prodotte dalle divisioni tra cittadini, prima ancora che quelle esterne. E poi a lui il compito di ricostruire i rapporti istituzionali tra alcuni Stati ed il potere federale; di rivedere i complessi rapporti con la Cina; di affrontare l’emergenza sanitaria; di superare la crisi ambientale; di ridurre le profonde disuguaglianze sociali interne e ragionare sullo scomodo tema dell’immigrazione.

Al tranquillo Biden si chiede di infondere quantomeno speranza. In questo riteniamo che l’esperto Biden abbia effettivamente un vantaggio: è ben consapevole che il suo predecessore non ha inventato divisioni e conflitti, ma li ha cavalcati estremizzandoli.
A Biden, oggi, il difficile compito di ridimensionare il fenomeno: curare la malattia della palese radicalizzazione sociale, che da latente si è resa manifesta e pericolosa.

Auspichiamo, dunque, che queste elezioni e che la più ampia fase storica che le ha riguardate, venga superata e dimenticata al più presto. Lo auspichiamo con la convinzione di chi ha ben nota l’influenza degli USA nella storia mondiale. Lo auspichiamo nella speranza che esasperazioni e radicalizzazioni presenti in ogni parte del mondo si consumino sopraffatti da nuova linfa. Lo auspichiamo perché anche la nostra Italia possa scorgere un diverso orizzonte di una politica sobria e non urlata; che sappia cercare soluzioni comuni senza invece esasperare i contrasti; che sappia vivere i momenti elettorali non come scontri tra avversari, ma momenti di valutazione di diverse prospettive.

Come sempre, quello che auspichiamo è il modello del dialogo, del lògos, l’unico metodo che può condurre alla crescita comune di cui questo nostro vivere, l’intero nostro vivere, necessita sempre più.

Pubblicato nella rivista bimestrale “Vivere In”, 5/2020, pagg. 34 – 36