Elezioni U.S.A.: la vittoria del digitale

di Dalila Scagliusi

Tutte le strade portano a Mar-a-logo, la villa a Palm Beach da cui il neo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha tenuto il discorso della vittoria. In sottofondo, le note nostalgiche di YMCA dei Village People hanno accompagnato i suoi movimenti di anche.

Con il supporto di 295 grandi elettori, il tycoon è diventato il 47° inquilino della Casa Bianca. Per la vittoria gliene sarebbero bastati 270, ma – come direbbe lui stesso – go big or go home. Eppure, milioni di persone in tutto il mondo continuano a chiedersi come abbiano fatto gli americani a fidarsi di lui ancora una volta. Allucinazione collettiva o disperazione per il futuro? 
Sicuramente l’inflazione, le guerre e l’iniziale determinazione di Joe Biden ad inseguire un secondo mandato gli hanno giovato. Tuttavia, una parte del suo trionfo si deve alla capacità con cui è riuscito a forgiare il Trumpiverse, un multiverso social abitato dai suoi sostenitori – e non solo – che ha contribuito ad ingigantire l’eco della campagna elettorale. Le ultime elezioni americane, infatti, rappresentano l’apice del processo di integrazione tra politica e social media, all’interno di un ecosistema comunicativo complesso e in rapida trasformazione.

La keyword “Trump” è stata menzionata in un miliardo e mezzo di contenuti di vario genere e, negli ultimi 30 giorni prima dell’election day, ha generato il 50% di contenuti in più rispetto alla sua avversaria Kamala Harris.

Il repubblicano è apparso ovunque, umanizzando e mitizzando sé stesso.
Ha preso parte a podcast, chiacchierando per ore con i vari intervistatori e raggiungendo milioni di persone, non solo conservatrici, ma anche apolitiche e indecise.
Ha preso parte a reels, di solito sempre accompagnato da altri uomini bianchi e potenti; ha creato un modello e lo ha reso facilmente virale.
Ha dimostrato perfetta padronanza del nuovo ecosistema mediatico.
Soprattutto è arrivato ai giovani, consolidando uno status che lo ha fatto apparire, se non come uno di loro, come uno che almeno tenta di stargli vicino.

Ma Trump si è spinto ancora oltre: ha intercettato il grande potere dell’Intelligenza Artificiale e lo ha sfruttato per rimescolare le carte in tavola. 

C’è chi ricorda l’immagine, generata con IA, di lui circondato da gattini. Il tycoon è riuscito a utilizzarla per modificare la percezione negativa di sé che aveva dato durante il suo primo dibattito contro Kamala Harris. Grazie a quell’immagine, il suo discorso, fallimentare e complottista, è diventato prima un meme e, poi, una canzone che lui stesso ha alimentato. Trump ha, in sostanza, sfruttato gli algoritmi per riscrivere la storia a suo favore.

L’impatto massmediatico della sua campagna è stato studiato nei minimi dettagli ed è riuscito a coinvolgere tutte le generazioni. Non è un caso che, al termine di ogni comizio, abbia ballato sulle note di YMCA e di altre hit degli anni ’70 e ’80, nel tentativo di ricordare, agli elettori che l’anno vissuta, l’età dell’oro americana.

Non è chiaro il motivo per cui gli avversari progressisti non abbiano avuto la stessa capacità di “vendersi” sui social.

Kamala Harris gli è stata dietro: è arrivata più tardi su Tik Tok e ha fatto sentire la sua presenza sui social soltanto alla fine di luglio. Certo, non avrebbe potuto fare altrimenti, vista la reticenza del presidente uscente Joe Biden ad alzarsi dalla sua poltrona. La sua consacrazione è arrivata troppo tardi e i meme sulla “Brat summer” (tendenza estetica nata a seguito dell’omonimo album della cantante Charlie xcx), che pur hanno rafforzato la sua immagine tra gli elettori più giovani, non sono bastati.

Non è bastato nemmeno il sostegno della stella del pop Taylor Swift che ha deciso di schierarsi con lei dopo le fake news diffuse da Trump sugli immigrati che mangiano gatti.

Paradossalmente, la diffusione di notizie false ha contribuito all’ascesa social del neo presidente. Nel bene o nel male, purché se ne parli.

La strategia più pacata e le parole maggiormente pesate della Harris non hanno retto la sfida a colpi di clickbait. D’altronde, il confronto è stato reso quasi impossibile dalla più accanita cheerleader di Trump, Elon Musk, che ha sostenuto con ogni mezzo la sua vittoria.

Per molti giovani elettori, appartenenti ad una generazione che si informa sui social media piuttosto che sulle testate tradizionali, la presenza latitante della democratica ha rappresentato una grande mancanza.

La comunicazione della Harris si è concentrata principalmente nei confronti di un’élite ben definita che, probabilmente, avrebbe votato, a prescindere, per il suo partito. L’unico podcast a cui ha partecipato la democratica, Call her daddy, è sì seguitissimo, ma soltanto da giovani donne prevalentemente laureate. È una nicchia ristretta.

Secondo i sondaggi, solo le fasce di reddito più alte e più istruite hanno sostenuto i democratici. Il populismo trumpiano e la retorica eroica, al contrario, hanno conquistato il consenso di tutte le fasce elettorali, soprattutto di quelle più popolari. Così la virata a destra è arrivata anche dai latinoamericani e dalle persone nei distretti rurali.

Nella strategia di Trump hanno giocato un ruolo importante anche la semiotica e la prossemica. Tutto è stato studiato, come sempre, nei minimi dettagli: l’abbigliamento che richiama la bandiera americana, la carnagione paonazza che ricorda il colore del suo partito; ancora, i riferimenti alla battaglia e il pugno chiuso come reazione all’attentato durante la convention in Pennsylvania.

Gli statunitensi hanno visto Trump per quello che è: un uomo bianco, ricco, a tratti megalomane, con una serie di procedimenti penali pendenti. E questo non è stato sufficiente a dissuaderli dalla loro scelta.

Il risultato delle elezioni americane dimostra, quindi, che per salvare l’America e renderla di nuovo grande è necessario vincere non soltanto nella vita reale, ma anche e, soprattutto, nell’arena digitale.