Epoca di sociofumisti.

Uno dei miei maestri, gran letterato, esperto conoscitore ed interprete della storia e, per questo, capace di leggere il futuro, circa trent’anni fa coniò il termine “sociofumista”. Non si riferiva a nessuno in particolare; piuttosto indicava lo stato di chi riuscisse ad ottenere seguito pur senza brillare in idee e contenuti. Insomma, sociofumista era una qualificazione del più generico “chiacchierone”; un sinonimo di “venditore di fumo” o, meglio ancora, di “pallonista sociale”.

Ricordo perfettamente l’articolo di giornale in cui quel maestro utilizzò per la prima volta il termine sociofumista. Parlava di arrampicate sociali costruite sul nulla, se non sul vacuo parlare; di carriere costruite sfruttando la sola capacità dialettica; di successi costruiti assecondando abilmente gli interolocutori. Infine, solo al termine di quell’articolo, si indicava con quel termine, sociofumista, la classe politica dominante che avremmo avuto a breve: sociofumista specificava il demagogo che fa direttamente appello al popolo, lo blandisce o lo incita abilmente, lasciandogli credere di inserirlo e proiettarlo al centro della scena pubblica, da protagonista. Il dispiacere maggiore di quel maestro era che, come sempre, della scalata dei sociofumisti ne saremmo stati responsabili, scegliendoli.

Sono passati trent’anni. Quel maestro aveva visto bene. Sociofumisti. Addirittura non una persona in particolare, ma una collettività intera: un popolo di sociofumisti. Una specie di catena di Sant’Antonio. Parte il primo e gli altri subito a ruota e tutti, a loro volta, trascinatori pallonari, con cerchi concentrici che, come la pietra lanciata in mare, si allargano sempre più ed è impossibile fermare se non quando si consumi la pur minima energia cinetica prodotta.

Le ricette per ingannare i cittadini hanno fonti storiche: indiscussa capacità di comunicazione; semplificazione e quasi banalizzazione di ogni questione, anche la più complicata; trasmettere e sfruttare il timore per il superamento delle difficoltà della vita quotidiana; assicurare ogni cosa ed il suo contrario, a seconda dei casi e delle convenienze; garantire tanto ma mantenere poco; promettere ordine, sicurezza e minore tassazione. Insomma, prendere per il naso la gente intercettando sogni e bisogni. Perché, in fondo, quella del sociofumista è un arte e le sue regole ed astuzie sono le stesse da secoli.

Sì, sono passati trent’anni ed il sociofumismo sembra ormai farsi sistema. Come – forse facilmente – aveva previsto quel mio maestro, ne siamo stati responsabili. E lo saremo ancora. Perché quello del sociofumismo è parte della fragilità della democrazia; fa parte dei rischi crescenti cui la democrazia è esposta. Dunque, il sociofumismo è un po’ come la zizzania evangelica: non è possibile estirparla se non rischiando di danneggiare il buon grano. Conviene lasciar crescere entrambi, avendo cura di separarli al momento della mietitura. Basta saper distinguere zizzania e buon grano…avendo capacità di farlo.

Purtroppo la democrazia non è un campo e la metafora nella realtà serve poco.
Quel mio maestro indicava un metodo, un modo, una soluzione, una difesa dal sociofumista. A possibile rimedio indicava lo studio e l’accrescimento della cultura. Ma non se lo filava nessuno. Troppo complicato. Più facile ed appagante era – ed è – seguire la scia di fumo, pensando di inebriarsene.

Trent’anni. Sono passati trent’anni. Solitamente si impiega qualche decennio per comprendere gli errori storici e qualche altro decennio per correggerli. Dunque, dobbiamo soffrire ancora molto. Ma chi ha voglia di studiare e crescere culturalmente per affinare la capacità di distinguere zizzania e buon grano?