Fatica, lavoro, sforzo, perché prevalga “speranza”.

Ci sono occasioni in cui il mondo greco, con la sua mitologia, è capace di indurre interessanti riflessioni.
Oggi, al tempo del corona virus, mi andava di rileggere la parte del mito che racconta come l’umanità avrebbe potuto evitare di essere distrutta giovandosi dei vantaggi assicurati dalla tecnica.
In realtà, nelle prime versioni classiche del mito (oltre a quella di Esiodo, la versione di Eschilo nella tragedia Prometeo incatenato), la tecnica è considerata del tutto insufficiente a garantire la salvezza del genere umano. Ciò che davvero può consentire di sfuggire alla persecuzione di Zeus è un altro dono, apparentemente molto meno importante, che si rivelerà invece decisivo. Nella giara custodita da Pandora, una volta aperta, così fuoriuscendone tutti i mali che affliggeranno il mondo, resta un’ultima dono: Elpìs, la personificazione dello spirito della speranza. Malattie e vecchiaia, miseria e morte, renderanno difficile la vita degli uomini. Ma ad alleviare le sofferenze, rendendole sopportabili, vi sarà la speranza, rivelatasi il dono più importante.
Il mito racconta che Pandora avesse con sé questa giara che non doveva aprire; aprendola, spinta dalla curiosità, liberò tutti i mali, così infliggendoli all’umanità, ai quali rimase come rimedio ultimo quello della speranza, che ne Le opere e i giorni Esiodo chiama “timor del futuro”.

Ma quella femmina il grande coperchio del doglio dischiuse,
con luttuoso cuore, fra gli uomini, e i mali vi sparse.
Solo il Timor del futuro restò sotto l’orlo del doglio,
nell’infrangibile casa, né fuori volò dalla porta,
perché prima Pandora del vaso il coperchio rinchiuse,
come l’egíoco Giove, che i nuvoli aduna, le impose.
Ma vanno gli altri mali fra gli uomini innumeri errando,
perché piena è la terra di triboli, il pelago è pieno.
E vagolano morbi di giorno sugli uomini, ed altri
giungon di notte, improvvisi, recando cordoglio ai mortali,
muti, ché ad essi tolse la voce l’accorto Croníde:
sicché, modo non c’è di sfuggire ai voleri di Giove…
La giara, che dovrebbe contenere il grano (βίος bios), contiene invece i “mali” che affliggono l’uomo e che sono fino a quel momento separati da lui; Pandora apre il vaso e li disperde ovunque, facendo sì che l’esistenza umana venga da quel momento ne venga afflitta.
Solo Elpìs (ελπίς), la Speranza, l’attesa o il pensiero del presente – futuro che resta nella giara, costituisce riparo rispetto al male dominante.
Dispersi tutti i mali contenuti nella giara, nel mondo rimane solo Elpìs, riparo consolatore per l’umanità.
Da quel momento i “mali” si presentano come “beni” e quando l’uomo li riconosce come “mali”, questi ormai lo hanno raggiunto. Per poter raccogliere il bios, il nutrimento, e riempire la giara di “beni” l’uomo deve affrontare la fatica e la sofferenze ormai diffuse ovunque.
Solo il lavoro, la costanza e la diligenza possono riempire di beni la giara della vita e nutrirla di buone speranze, regalando così all’esistenza umana momenti di serenità in mezzo ai mali diffusi da Pandora in ottemperanza alla punizione di Zeus.
La Speranza, tradizionalmente definita come “ultima dea” (Spes Ultima Dea, la speranza è l’ultima a morire), è ultima risorsa per l’uomo, che solo grazie ad essa potrà e dovrà lavorare e faticare per superare mali e difficoltà…








