Filosofia, il piacere di pensare

Se l’associazione U Castarill ripete anche quest’anno iniziativa del Corso di storia della filosofia, evidentemente i risultati della precedente esperienza sono stati lusinghieri. Questo non può che farmi piacere. Confesso che quando la Presidente, la Prof. Nina Centrone, me ne ha parlato, mi ha chiesto anche un personale parere sul tema che questa serata, che rappresenta l’inizio formale del Corso, dovesse affrontare. Ne abbiamo discusso e, in maniera quasi sorprendete, abbiamo condiviso come l’iniziativa dovesse avere lo stesso tema dello scorso anno, Filosofia, il piacere di pensare. Se ve ne sarà la possibilità, questo tema potrà restare fisso, quasi a caratterizzare quello che è lo scopo ultimo, l’obiettivo finale, la ragione vera che ispira l’associazione all’iniziativa. Abbiamo condiviso come la motivazione di fondo di un percorso che produca una serie di incontri sulla filosofia, non possa che essere una sola: la passione, l’amore, il piacere, del pensare. Si tratta, in realtà, proprio della ragione vera e prima della filosofia stessa. Il filosofare coincide con il pensare. Rappresenta la ricerca infinita della comprensione delle mutevoli vicende umane, della vita, in tutte le sue complessità. Una ricerca infinita, un percorso che deve rinnovarsi e mai interrompersi. Perché solo così, cercando a lungo – come diceva Senofane – noi uomini, che possiamo avere solo opinioni, possiamo scoprire ciò che meglio si addice.
Amare la filosofia significa amare il pensiero. Significa voler capire. Amare la filosofia significa amare la saggezza del vivere, quella che consente di vivere la vita come una continua ricchezza. La ricchezza che ci viene dall’incontro con la vita stessa e con la vita degli altri. Non sarebbe possibile vivere senza gli altri. Non sarebbe possibile pensare alla vita senza pensare e pensare la vita stessa con gli altri. L’altro. Pensare con lui gli stessi problemi, uscendo dalle logiche particolaristiche, dagli atteggiamenti di superiorità, cercando quella comunione che condurrebbe all’unità. La scelta di fondo, infinita, perenne, mai doma, è tra la chiusura e l’apertura. La sfida dell’apertura all’altro, al suo pensare, reclama il superamento di ogni forma di egoismo e di protagonismo: reclama l’abbandono di quella forma di dominio che deriva dalla supremazia del proprio essere, modificandolo; reclama lo zittire il proprio io, questo terribile personaggio che si mette in conflitto con l’altro. Tutto questo è possibile solo se ci si eserciti, quali condizioni, nella consapevolezza del proprio limite, nel concedersi il dubbio, nell’avvertire il disagio della ovvietà; condizioni che conducono a ritenere utile l’approfondimento, l’analisi, la considerazione che l’incontro con l’altro può soddisfare.
Come sarebbe mai possibile tutto questo, questo pensare, senza riconoscere la ricchezza anche del silenzio? Soprattutto del silenzio interiore. Quello che consente di ordinare i propri pensieri, dar forza alle proprie idee, alle proprie convinzioni. Per poi esporle, anche meglio. Solo quando si è taciuto e ci si è fortificati si può parlare correttamente. Ci si può capire. Dialogare. Vivere con l’altro.
Il pensare implica un procedimento complesso di comprensione, di riflessione, di approfondimento. Implica una particolare attenzione al tutto. Al tutto ed all’altro. Implica l’aprirsi alle varie esperienze, sapendo cogliere, in esse, quanto di sia di buono e di meglio. Implica la coscienza e la capacità di sottoporre tutto, il tutto, da chiunque provenga, ad un attento esame critico. E’ il senso racchiuso nella lettera di S. Paolo ai Tessalonicesi (I, 5, 21 – 22), nel testo greco di πάντα δοκιμάζετε (pànta dokimàzete), cioè di “vagliare”, “controllare”, “sottoporre ad esame critico” ogni cosa. Paolo sembra riprendere la lezione di Socrate: tutto va considerato e sottoposto ad esame, per poter distinguere in esso ciò che va da ciò che non va. Il testo latino recita: “…Omnia autem probate: quod bonum est, tenete. Ab omni specie mali abstinete vos…” (Esaminate tutto: tenete il bene. Astenetevi da ogni specie di male). Ed è importante notare come Paolo si rivolgesse non solo ai capi della chiesa di Tessalonica, ma a tutti i suoi fedeli; il suo omnia probate si rivolgeva a tutti i membri della comunità, a tutti, nessuno escluso.
Dunque, è necessario aprirsi alle più varie esperienze di pensiero. E’ necessario aprirsi alla filosofia. Aprirsi alla filosofia significa partecipare a ciò che Leonardo da Vinci chiamò “…il piacere più nobile: la gioia di comprendere…”. Come l’aspirazione che secondo Ralph Emerson caratterizza il “vero alunno”: in ogni creatura c’è qualcosa che io posso imparare, e in ciò appunto io sono un suo alunno.
Questo processo di comprensione, infinito, in perenne perfezionamento, questa continua ricerca, questo costante pensare, consente di conoscersi meglio. Consente di conoscere meglio noi stessi. Con l’umiltà propria anche del “conosci te stesso” che riassume il pensiero di Socrate (pur senza entrare nel merito delle diverse significazioni di quella espressione), del tener conto i propri limiti e l’esigenza del migliorarsi. Quel corretto migliorarsi che, appunto, si ottiene solo attraverso una corretta applicazione di quel procedimento – difficile, costoso, impervio – secondo cui occorre cogliere quanto vi sia di buono dalle diverse esperienze, lasciando perdere il resto.
Riterrei che in questo percorso, molto ci aiuti la “filosofia”. Anzi, più correttamente, in questo consiste la “filosofia”.
Riterrei, poi, che non vi sia modo migliore per concludere questo mio intervento ed avviarsi a questo Corso, se non facendo propria la raccomandazione di Socrate a Critore: “Sii, dunque, ragionevole e non domandare se i maestri di filosofia sono buoni o cattivi, ma pensa solo alla filosofia in sé. Cerca di esaminarla bene e fedelmente; e se è cattiva, cerca di allontanare da lei tutti gli uomini; ma se essa è come io la credo, seguila e sta di buon animo.”
Apriamoci alla filosofia, allora, perché ci aiuta a pensare. E il pensare ci aiuta a vivere.
Grazie per l’attenzione.








