Giornalismo e disinformazione. La responsabilità della corretta diffusione delle notizie.

di Dalila Scagliusi
Nel 2003 David Rothkopf, giornalista e scrittore statunitense, ha coniato il termine infodemic, che si tradurrebbe in “infodemìa”, per indicare la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, non vagliate con accuratezza, che si diffondono a macchia d’olio, quasi come un virus.
C’è chi parla di epidemia da informazioni e chi parla di democratizzazione dell’informazione. Tra eccessi di notizie non accuratamente verificate e libertà di diffusione di quelle più disparate, difficile capire dove e quale sia la verità.
Viviamo in un’epoca in cui le informazioni sono più accessibili che mai. In cui tutto può – anzi, deve – diventare notizia, nella spasmodica ricerca di un momento di viralità social.
Si stima che in un solo minuto vengano generati circa 575 mila tweet, che vengano fatte 5.7 milioni di ricerche su Google e che vengano caricate circa 65 mila foto su Instagram.
La quantità di dati creati, consumati e archiviati ogni giorno in rete ha registrato una crescita spasmodica con la pandemia. È la bulimia dell’informazione che impantana l’utente in una serie costante e massiccia di informazioni che non è in grado di processare da solo e che finisce per rigurgitare.
Quando trent’anni fa è nato il world wide web tutti credevano che sarebbe stato una meteora, un’intenzione altra, destinata a scomparire presto dalle loro vite. Trent’anni dopo nessuno – o quasi – sarebbe in grado di immaginare la propria vita senza una connessione dati.

I social hanno rivoluzionato la nostra esistenza. Sono stati presentati come una risorsa al servizio del bene comune; chissà se lo siano per davvero. Certo, ci permettono di connetterci in ogni secondo e di comunicare con gli altri; che è sicuramente un bene se si pensa che l’uomo è un animale sociale, portato, per sua natura, a relazionarsi con gli altri. Basti pensare che, secondo degli studi, il cervello umano è cresciuto e si è sviluppato proprio partendo dalla necessità di comprendere, interpretare e prevedere come si sarebbero comportati i simili. Le relazioni, quindi, ci arricchiscono.
Tuttavia, accanto a questo nobile scopo, i social network ci hanno alienato dalla realtà, trasformandoci in bambini la cui capacità di discernere le notizie vere da quelle false è stata quasi completamente atrofizzata.
La conseguenza diretta dell’aumento di dati, processati in maniera passiva o caricati sul web in maniera attiva, è la disinformazione e, con essa, la crescita di un risentimento da parte degli utenti nei confronti dei media tradizionali.

Fake news, teorie del complotto e manipolazioni mediatiche sono solo alcuni esempi di come la verità venga spesso distorta o addirittura oscurata. Gli algoritmi social, peraltro, portano a una maggiore visualizzazione di queste notizie, alimentando una società sempre più polarizzata e divisa, in cui ognuno tende a visualizzare le notizie che confermano e alimentano i propri preconcetti.
Gli studiosi parlano, a tal proposito, di camera dell’eco: una definizione metaforica che esprime perfettamente una situazione in cui le informazioni, le idee o le credenze vengono amplificate e rafforzate dalla comunicazione e dalla ripetizione all’interno di un sistema definito.
La democratizzazione dell’informazione porta, così, con sé il suo alter ego e svela l’altra faccia della medaglia.
In questo contesto, il giornalismo gioca un ruolo cruciale, fungendo da baluardo della verità e della correttezza dell’informazione.
Storicamente, i giornalisti hanno avuto il compito di verificare i fatti, contestualizzare gli eventi e presentarli al pubblico in modo chiaro e imparziale.
Oggi, tuttavia, non basta raccontare la verità. L’attenzione degli utenti è sempre più frammentata e cresce la tentazione di puntare su titoli sensazionalistici, che rischiano di nutrire la disinformazione piuttosto che affamarla.
Secondo Herbert Simon, economista e premio Nobel per l’Economia nel 1978, la ricchezza di informazioni genera povertà di attenzione; conseguentemente, aumenta la necessità e la difficoltà di allocarle in modo efficiente.

Il lavoro di contrasto del giornalista, quindi, non può limitarsi a operazioni di controllo. È fondamentale promuovere una cultura della trasparenza e dell’educazione critica, fornendo ai lettori non solo notizie verificate, ma anche strumenti per riconoscere le fonti affidabili e per poter distinguere le opinioni dai fatti.
In questo scenario, chi informa è più responsabile che mai. E ne consegue un importante spunto di riflessione in capo a tutti quelli cui, occupandosi di informazione, tale responsabilità compete prima che ad altri. Come operatori di informazione, ad ognuno di noi compete avere consapevolezza dei nuovi contesti in cui il lavoro si svolge. Ciò che poteva apparire futuristico, è attuale, presente e reale: la notizia, non appena viene diffusa, veicolata dal web, è spesso già bruciata. A volte addirittura irrecuperabile. Chi si occupa di informazione, allora, ha l’importante compito di vigilare responsabilmente sul proprio lavoro, su ciò che scrive e diffonde. Al pari di un medico che prescrive un farmaco o elabora una diagnosi, chi si occupa di informazione deve aver cura: aver cura della notizia e della sua correttezza. In contrario, le conseguenze, pregiudicando il vero, contrasterebbero con la primaria esigenza di equilibrio e discernimento di ogni persona, aggredita e malata di infodemìa.
(pubblicato nella rivista Vivere In, 5 – 2024, pagg. 9 – 11)









