I “semina veri” di Vico per la rinascita sociale.

Non c’è un giorno in cui, da qualche parte, non si alimentino critiche nei confronti dell’autorità dello Stato, oltre che della politica. Viene messo in discussione lo stesso concetto di autorità.
In politica, autorità è pura forza avulsa da ogni contenuto e significazione morale o spirituale, oppure è espressione di una tensione al bene e all’altruismo presente nell’indole propria della persona umana?
Basterebbe fermarsi a riflettere un attimo.
La crisi attuale della politica rinviene dalla crisi di ciò che dovrebbe sorreggerla: dal concetto di autorità.
Un’autorità senza un sostegno certo e vero rischia di trasformarsi in autoritarismo o anarchia.
Il concetto di autorità va legato a quello di verità. Ancor più: va ancorato all’origine di ogni autorità e diritti, cioè nella prima autorità e nel primo diritto dell’Assoluto.
Esiste un principio di autorità naturale della persona umana ed è insito nella sua stessa mente, nella quale, secondo Gian Battista Vico, sono presenti “…quasdam communes aeterni veri notiones…” , le comuni nozioni dell’eterna verità. Sono queste nozioni comuni del vero che rendono possibile, dall’origine, la nascita della società e dello Stato. Sono le nozioni minimali che consentono la comunicazione e l’unione tra gli uomini.
Gli uomini, però, non potrebbero possedere tali nozioni se non avessero in comune anche l’idea dell’ordine eterno ( ordinis aeterni ideam ), il quale, per essere eterno e comune a tutti, non può essere prodotto da menti finite. È l’Assoluto l’autore delle verità eterne da noi possedute.
L’uomo non è soltanto corpo e bisogni materiali, appagabili con quanto si riferisce alla categoria dell’utile; dunque insocievolezza e prevaricazione. L’uomo è anche mente, tensione spirituale, naturalmente e fortemente incline alla socievolezza e all’equità.
Equità e socievolezza che sono reciprocamente connesse: non c’è l’una senza l’altra, entrambe connaturate all’uomo e strutture essenziali dell’originaria natura umana. Se nella natura umana non fosse già implicita, accanto al corpus, una mens, avente insita in sé la nozione di equità, non ci sarebbe neppure una naturale socievolezza.
Mentre il corpo e i bisogni materiali ingabbiano l’uomo nel carcere della propria carne e delle proprie opinioni, chiudendo i singoli nella cura della propria personale utilità; la mente, invece, rende l’uomo possessore di quelle “…alcune comuni nozioni di eterna verità…nelle quali l’uomo, con gli altri uomini, viene a congiungersi…nel creare la comunicazione tra gli uomini…” La mente, così, creando la comunicazione tra gli uomini, favorisce la nascita della società e, quindi, dello Stato.
La nozione di un’uguaglianza misuratrice delle fugaci utilità costituisce – per Vico – la “…fonte di ogni naturale diritto…” .
Il diritto, perciò, non promana dalla mera forza messa in campo per realizzare il proprio utile, ma dall’idea di eguaglianza insita nelle menti umane e alimentante l’impegno sociale dei singoli soggetti, in quanto costruttori di storia.
La vita della persona umana, la storia dell’uomo, è animata da una fondamentale libertà e originalità, derivanti dalle “…quasdam communes aeterni veri notiones…” rese dall’Assoluto come permanenti ed attive della mente umana. Una mente, dunque, permeata di semi divini, di nozioni di eterna verità, quelli che nutrono le fondamenta della vita sociale e politica e la nozione e la funzione stessa dello Stato. Perché dall’uomo e dalla sua mente si generano la vita, con i suoi costumi, abitudini, svolgimenti, occupazioni; da questi, i governi e le leggi che le regolamentano. Motivo, questo, che impedisce di risolvere il tema delle istituzioni civile e politiche – dunque, dello Stato – al di fuori dell’uomo o solo all’interno della scienza giuridico-politica, che non può essere estranea all’uomo stesso, alla sua mente ed ai suoi valori naturali.
L’uomo, gli innati semina veri della sua mente, è l’anello primo della catena storico-etico-politica cui esso integralmente appartiene ed alla quale è intimamente legato.
Bisogna curare e non lasciar sopraffare la naturale ragionevolezza (i semina veri ) presente nell’uomo, che conduce alla socievolezza ed all’equità civile.
Questo è il percorso che, dallo sviluppo naturale dell’uomo, dell’individuo privato, conduce, infine, all’universale pubblico. D’altra parte, non si sottovaluta come alla vita non sia estranea la libertà. Quella libertà che consente al soggetto, persona umana, di allontanarsi dalla verità e rifugiarsi altrove: nei tanti altrove che costituiscono la rovina del mondo sociale.
La crisi del nostro tempo nasce dall’inadeguatezza dell’azione umana al principio di moralità implicito nella ragione. La persona umana, libera, confonde la sua libertà con il suo contrario: per indipendenza.
In questo inganno ci si assoggetta perennemente alle passioni, con la conseguenza che “…non la volontà umana ha preso il dominio della vita, ma la passione, il senso, la massa…” , come precisa Giuseppe Capograssi, studioso tra i più vicini alla filosofia vichiana. Di fronte al disincanto della vita che ha reso vane le cose della vita e di fronte agli uomini “…che non vogliono capire il vero valore delle cose presenti,…le forme della vita nelle quali l’individuo ha creduto di potersi rifugiare…spariscono, si dissolvono, si inabissano nella rovina del mondo sociale…”.
La rovina del mondo sociale coincide con la grave rovina dell’ordine civile e politico.
Quando viene a mancare la tensione alla socialità tipica della persona umana, ove manchino le condivisioni scambievoli, si potrà realizzare al massimo una comunità di uomini sottoposti a leggi ferree ed autoritarie; ma non nascerà mai una società di uomini liberi e collaboranti.
Compete alla persona umana non degradare se stessa, lasciando piuttosto crescere e fiorire, nell’esercizio della sua libertà, quei semina veri in essa presenti ed in grado di opporsi alla rovina utilitaristica individuale, sociale, politica, giuridica, morale.








