Il caso Brasile, allarmante e riflessivo.

“Meno stadi, più ospedali”.
Questo il grido che da tempo infiamma la protesta in Brasile.

Dentro gli stadi lo sfarzo del milionario mondo del calcio, compreso i nuovi impianti fatti costruire dal governo giallo oro. Fuori, a cinquanta metri dai campi di calcio, le favelas, dove l’uomo annienta la sua dignità.

Venti centesimi in più. Tanto è bastato per scatenare le proteste. Un aumento di venti centesimi delle tariffe per i trasporti pubblici, applicate per finanziare i cantieri del calcio. La classica goccia che fa traboccare il vaso.

Il Brasile è stato considerato, fino a poco tempo fa, nazione emergente, con una macchina di sviluppo impressionante grazie alle sue tante risorse. Faceva parte del gruppo racchiuso nell’acronimo Bric, Brasile, Russia, India e Cina. Hanno raggiunto lo sviluppo tanto sognato, è evidente; ma a quale costo?
Quali sono i pegni da pagare per l’umanità a favore di uno sviluppo economico che crea differenze sociali, consuma suolo e terra, allarga i divari tra ricchi e poveri, fortunati e sfortunati?

Il Brasile di questi giorni, che a breve ospiterà Papa Francesco e la Giornata Mondiale della Gioventù, è l’immagine plastica di quello che l’economia, lo sviluppo, non dovrebbe produrre.

La riflessione che ne viene fuori è che affannarsi per avere sempre più non serve a nulla se per strada lasci morti e feriti. A chi le venderemo, infatti, le nostre merci se più nessuno potrà comprarle? 

(contributo di Roberto Centrone)