Il caso Tavecchio allo specchio

La Federazione Italiana Giuoco Calcio ha eletto il suo nuovo presidente, Carlo Tavecchio.

Nelle scorse settimane la candidatura di Tavecchio alla presidenza federale è stata fonte di  accese discussioni per alcune gaffe e dichiarazioni del tutto infelici. A seguito del procedimento elettorale previsto dal regolamento federale, Tavecchio è risultato eletto.
Come nelle scorse settimane quello di Tavecchio e delle sue gaffe è stato uno degli argomenti mediatici più seguiti, allo stesso modo da ieri, giorno della sua elezione, si sono alimentate nuovamente le polemiche.

Tra i commentatori, c’è chi ha sottolineato come la federazione abbia perso una occasione storica per un forte cambiamento, necessario nel mondo del calcio come più in generale nel Paese; c’è chi ha minimizzato le dichiarazioni di Tavecchio evidenziandone  le doti personali; c’è, poi, chi si è limitato a segnalare la spaccatura registrata all’interno della federazione.

Il calcio è lo sport nazionale più seguito e ricco e, dunque, è giusto che se ne sia parlato e che tutti si siano espressi. Questa mattina, dopo aver letto i giornali ed ascoltato alla radio una puntata speciale di approfondimento dedicata alla elezione ed al “personaggio Tavecchio”,  sono rimasto perplesso.
Come spesso succede, ci piace dividerci tra favorevoli e contrari. Sempre la storica italica lotta tra guelfi e ghibellini in perenne contesa, spesso per posizioni precostituite più che per ragionamento. In tutta sincerità, di esprimermi su Tavecchio – di cui non so nulla – non mi va.

La mia riflessione è altra. Il problema non è Tavecchio, né mi va di commentare ed  esprimermi nel merito delle sue gaffe e dichiarazioni. Ma rifletto sul fatto che sia stato scelto, cioè sia stato democraticamente eletto. Il caso Tavecchio, molto discusso, è del tutto parallelo al più ampio problema di rappresentatività generale; del tutto coerente con il costume nazionale.  Attiene alle nostre scelte della classe dirigente. Il caso Tavecchio è lo specchio di tanti altri casi, infiniti, cui siamo ormai abituati e forse addirittura consapevoli.

Non serve lamentarsi degli eletti, specchio del Paese; lamentiamoci di noi stessi. Tavecchio non è  stato nominato d’imperio da qualcuno; è stato eletto a seguito di regolare procedimento. Non conosco la persona e gli concedo addirittura il beneficio della ingenuità delle dichiarazioni, come sostiene chi lo ha difeso e voluto. Ma questa questione, al pari di tante altre, ci serva da lezione: dovremmo imparare tutti  – e soprattutto chi ricopre o punta a ricoprire un ruolo istituzionale – a usare il linguaggio in maniera corretta, principio generale che consente a tutti di esprimere il proprio pensiero, condivisibile o no che sia.

“Parlare” (meglio, “dialogare”) sta diventando un problema serio. E non mi riferisco solo a stile o tecniche di linguaggio, ma a ben altro…

La cosa più drammatica è che ci lamentiamo dell’andazzo generale e continuiamo a scegliere e premiere chi spara sciocchezze a ripetizione; a premiare le frasi ad effetto; a premiare le approssimazioni; a premiare accondiscendenze   pericolose. Fino a quando ci piacerà specchiarci e, specchiandoci, non riusciremo a scorgere i nostri difetti, non miglioreremo mai.