“Il pianeta che speriamo”. I cattolici italiani si interrogano sulle nuove sfide

In un contesto politico dove i protagonisti di un tempo, i partiti, animati sempre più da tendenze verticistiche e leaderistiche, arretrano rispetto al favorire occasioni di dibattito e confronto su temi di attualità, quantomeno un filo di speranza: quello costituito dal mondo cattolico, tra i pochi che, pur a fatica, continua ad incontrarsi, riflettere, discutere, leggere i cambiamenti della storia, provare ad indirizzarli.

Colma di aspettative, è ormai prossima la “49 settimana sociale dei cattolici italiani”, in calendario dal 21 al 24 Ottobre a Taranto. In preparazione da tempo, costituirà la sintesi di un ricco percorso sul tema “Il pianeta che speriamo”, nell’ambito del quale ci si è interrogati su tutela e valorizzazione del bene comune. A far da cornice, la stretta connessione tra i grandi temi dell’ambiente, del lavoro, del futuro. Con l’auspicio di alimentare un confronto culturale in grado di condizionare, migliorandolo, il modello di sviluppo di comunità e territori. Soprattutto, il tentativo di offrire un contributo concreto al tema, sempre più spesso evocato come slogan ad effetto, ma non ancora adeguatamente declinato, della transizione ecologica che riguardi ogni ambito sociale.

L’auspicata transizione ecologica presuppone primariamente un nuovo modello di sviluppo. A sua volta, perché la creazione di un modello possa assumere il carattere della novità in modo credibile, occorre affidarsi a nuovi protagonisti che se ne occupino direttamente. Solo soggetti attori diversi rispetto a quanto comunemente accaduto nel corso degli ultimi anni – ed ancora accade – possono essere in grado di apportare visioni e contributi differenti. Dunque, occorre riconoscere il ruolo centrale del cambiamento in capo alle nuove generazioni, ai giovani. Sono loro che, liberi da condizionamenti strutturali, da schemi culturali già predisposti e da tempo operanti, possono aprire a visioni e programmi radicalmente innovativi rispetto agli impianti tradizionali.
Individuati i protagonisti, a loro compete adoperarsi affinché quello della transizione ecologica non rimanga semplice slogan. Piuttosto, urge elaborare concrete rimodulazioni dei modelli di sviluppo economico; delle modalità di trasformazione e rigenerazione dei territori, sia da un profilo strettamente urbanistico, sia da un profilo più largamente formativo e culturale che investa tutti i settori sociali; dei paradigmi che reggono e governano i rapporti sociali, avendo cura di valorizzare il capitale umano, fonte prima di ricchezza.
Solo acquisendo consapevolezza che occorra una vera rivoluzione metodologica e programmatica ci si può liberare dai fardelli di quel passato che, se si intende superare, è perché evidentemente non più in grado di soddisfare le comuni esigenze di vita nel pianeta.

Cambiare il pianeta è ben più di una speranza: è certezza derivante dalla inadeguatezza dei sistemi tradizionali rispetto alle mutate condizioni storiche, sociali, economiche, politiche e, non certo ultime, climatiche. Le sfide contemporanee non si risolvono solo con la speranza: occorre promuovere una visione antropologia che parta del valore delle persona umana e del suo ruolo nel creato.

La settimana tarantina, i cui lavori preparatori sono in corso da tempo attraverso incontri, riunioni, convegni, studi, affidati e favoriti dalle comunità ecclesiali locali, darà spazio a come favorire gli auspicati nuovi modelli di sviluppo. Esistono almeno due parole chiave su cui affidarsi per ottenere esito positivo del percorso: dialogo ed alleanza.
Attraverso lo strumento del dialogo tra i diversi soggetti ed agenzie coinvolte, può favorirsi la creazione di quelle alleanze che, nei vari contesti e territori, possano operare le transizioni. Perché è attraverso il dialogo che pensieri ed idee superano i limiti della individualità per assumere le forme dell’azione comune, fondamento della struttura sociale, ad ogni contesto e livello.

Se la riflessione sul bene comune si arena sulle concrete modalità realizzative, è forse perché la si affronta attraverso un modello culturale chiuso, legato più ad aspettative personali, locali o comunque campanilistiche, piuttosto che a panorami ampi, diffusi, ultraterritoriali. Sta di fatto che ogni qualvolta si discute sui modelli culturali, si registra un immotivato irrigidimento rispetto a quelli etici su cui da millenni si fonda il pensiero sociale della Chiesa Cattolica. Una specie di resistenza spesso dettata più da riserve nei confronti del soggetto proponente, che da profonde divergenze di opinione.
È per questa ragione che appare sempre più essenziale il ruolo dei laici. A loro compete, cresciuti ed arricchiti dal magistero e da una illuminata formazione, operare attivamente nelle comunità affinché i loro valori di riferimento possano mutare o quantomeno condizionare i modelli di sviluppo. A loro compete favorire una visione antropologica cristocentrica, trasferendola nei vari contesti storici del tempo presente.

Del resto, le positive risonanze riscosse dalla enciclica Laudato sì anche da parte di non credenti, induce a ritenere sussistenti ampi margini per favorire le alleanze tra diversi, su affermate come fondamentali. La ricerca del bene comune riguarda tutti coloro che accusano l’urgenza della transizione affinché essa non resti mera innovazione semantica rispetto al termine cambiamento, anch’esso da tempo ed a vario titolo invocato.

A tutti compete la ricerca di nuovi equilibri che producano duratura armonia tra modelli ed esigenze disparate.

Ai giovani, il muovere i primi passi; ai più maturi, accompagnare quei passi offrendo il contributo dell’esperienza, ma con umiltà e senza pregiudizi.

Taranto, la città dei due mari, dalle nobili ed antiche tradizioni classiche, la Taranto tanto sfortunata e violentata da un modello di sviluppo economico manipolato da pochi a scapito di molti, può costituire il nuovo porto dal quale far partire non navi di speranza, bensì navi di certezza di un futuro diverso. Navi cariche di uguaglianza sociale, di solidarietà, di giustizia, di inclusività, di sviluppo corretto e sostenibile per tutto e tutti. Perché, come spesso ammonisce papa Francesco “…il mondo esiste per tutti…” (Fratelli tutti, 118) ed il mondo stesso è sempre più interamente connesso, in un groviglio multiforme e di complesse interazioni tra persone, esseri viventi ed ambiente. E nulla e nessuno si salva da solo.

Pubblicato nelle rivista “Vivere In”, 4/2021, pag.g. 22 – 23