Inni alla vita…

Capita che, al termine di una serata in pizzeria, già di per sé piacevolissima, anche per merito dei tanti commensali (soci ed amici dell’Associazione U Castarill di Polignano), uno di loro regali due libri. Due romanzi, La locomotiva a vapore e Il sale in gola, gentilmente resi disponibile dall’Autore, l’amico Gianni L’Abbate. Così, al gradevole ed inaspettato incontro, mancato da anni, si è accompagnata la mia promessa di lettura e di partecipazione di qualche mia impressione.

Sul presupposto che ogni romanzo parli diversamente ad ognuno dei suoi lettori, suscitando pensieri, riflessioni ed emozioni sempre uniche – determinate delle diverse personalità – ho raccolto qui le mie.

Ho letto i due romanzi senza soluzione di continuità e la prima sensazione, percepita da subito, è quella che l’Autore abbia voluto proporre, in forma narrativa, un inno alla vita. Mi sembra proprio che le due storie raccontate siano accomunate dal desiderio di proporre e rivendicare quanto la vita – pur tra difficoltà, incognite e misteri – sia straordinariamente bella e meritevole di essere vissuta pienamente, con attenzione, premura, responsabilità; nella certezza che anche avvenimenti tragici contengano, in loro, elementi ed occasioni di speranza.

La speranza, la voglia di riscatto, il desiderio di miglioramento, sono sentimenti che traspaiono, pur variamente, da tutti i personaggi dei due romanzi; anche da quelli minori, come nel caso di un padre sempre assente dalla famiglia. Finanche quando, in contrasto con la scelta ben consapevole e ponderata di allontanarsi dalla vita, emerge il senso di gratitudine per quanto la vita stessa possa presentare in modo inaspettato.

Del resto, la vita, secondo la metafora che l’Autore propone a dettare gli episodi di uno dei due romanzi, è una locomotiva a vapore che, pur sbuffando e procedendo lentamente, si ferma alle varie stazioni e poi riprende il suo viaggio “…sui binari della solita strada ferrata della vita.”

Una metafora che a me non poteva non ravvivarne un’altra – che mi è particolarmente cara perché proposta da Giuseppe Capograssi, filosofo del diritto, giurista, saggista, fine scrittore tra i miei preferiti – secondo cui l’azione di ognuno di noi è come un binario, “…il binario sul quale il treno della vita scorre, e a cui nessuno bada, come se non avesse realtà per sé. Il viaggiatore pensa al luogo che lascia e al luogo a cui va, e al binario su cui scorre il suo muoversi, che collega i due luoghi, che è proprio il segreto del muoversi, resta indifferente, come se non esistesse.” 

In fondo, quella locomotiva viene condotta da ognuno di noi, attraverso le nostre azioni. Come quelle poste in essere dai protagonisti di entrambi i romanzi. Anche di chi, dopo averne desiderato l’allontanamento, si apre alla vita che si rinnova, che offre nuove possibilità, che consente anche di sciogliere quel sale in gola che l’ha condizionata, che ti pone quotidianamente dinanzi ad un bivio, ad affrontare scelte. Con il consueto dubbio se sia preferibile l’attesa del domani o l’aggredire l’oggi.

La seconda sensazione, anch’essa emergente da entrambi i romanzi, in parte collegata alla prima, è cogliere l’amore immenso che l’Autore nutre per la vita e per i luoghi della sua vita. Solo chi, amando, ama i luoghi di vita può, descrivendoli, trasmettere emozioni. Che siano i cari luoghi sardi delle origini materne o quelli pugliesi può essere comprensibile; non altrettanto può dirsi per Parigi o Chamonix o per lo Yorkshire. Tanto da suscitare nel lettore la curiosità del come e perché mai l’Autore, tra infinite altre possibilità, abbia scelto di inserire proprio quei luoghi nelle narrazioni. Di certo si raccontano al lettore come luoghi del cuore, che l’Autore mostra di ben conoscere anche negli usi, tradizioni, peculiarità. In un originale amalgama tra luoghi e vicende dei personaggi.

Per la verità, anche altre sarebbero le curiosità su cui riterrei ogni lettore interrogherebbe volentieri l’Autore. Personalmente, tra molte – così passando alla terza sensazione –, mi basterebbe sapere perché mai abbia scelto, come musica preferita da Suzanne Giroud (in Il sale in gola), in auto, quella di Peter Gabriel. Forse perché giudicato una specie di moderno chansonnier, al pari dei più famosi francesi Aznavour, Baker, Dalida? O per gusto personale? In questo caso avrei scoperto, leggendo, un ulteriore punto di contatto con i miei gusti, oltre ad una certa attrazione per le tipiche dolci contee inglesi.

E sempre per rimanere nei punti di contatto, mai avrei pensato – te lo confesso e scusami, Gianni – che l’Autore, tra migliaia di possibilità, potesse conoscere e citare Charles Péguy, inserendo una scuola intitolata al mistico francese in un frammento narrativo.

Péguy in effetti non è un autore molto noto in Italia, per quanto apprezzatissimo da don Luigi Giussani. I suoi scritti avevano come obiettivo primario la riabilitazione del temporale come cuore del cristianesimo. Per Péguy il cristianesimo si fonda sulla incarnazione, cioè sulla volontà dell’Eterno di salvare il mondo, il tempo (a me piace più utilizzare la parola storia), entrandoci dentro, assumendolo fino in fondo. Se l’Eterno è entrato nel tempo, ogni tempo, ogni istante di tempo, ogni momento apparentemente insignificante di tempo, porta in sé un significato più grande. L’infinito trasforma continuamente il finito, e la miseria umana diventa così, a chi la sa guardare e vivere alla luce dell’eternità, grandezza.

Mi piace pensare – finanche a prescindere se sia o no vero – che i protagonisti dei romanzi di Gianni L’Abbate abbiano scelto di entrare nel profondo del tempo (della storia) da loro vissuto, finendo per farne profonda ragione di vita. Legando un certo bisogno di affidamento spirituale, che fa capolino nei momenti di difficoltà della vita, all’esigenza di lotta personale, faticosa ma ben determinata, assurta a ragione di vita per superare le difficoltà che quei protagonisti incontrano.

Caro Gianni, non potevo fare un riassunto dei due romanzi, tantomeno svelarne le trame; né avventurarmi in recensioni, per le quali non ne ho competenze. Spero, però, proponendo queste mie tre “sensazioni”, di aver incuriosito chi le leggerà a fare altrettanto con i tuoi due romanzi. E grazie per l’occasione e per questi tuoi inni alla vita!