Intelligenza artificiale ed esperienza giuridica

L’introduzione dell’enciclica Magnifica Humanitas ricorda come con la Rerum novarum del 1891, Leone XIII aprì una importante riflessione su nuove questioni su cui confrontarsi, riferendosi alle concrete esperienze di vita dei popoli, che in quel tempo offrivano impulsi sui temi della società, sull’economia e sulla politica occasionate dalla rivoluzione industriale.
A distanza di centotrentacinque anni, Leone XIV propone un confronto su quelle che nella sua enciclica definisce “le res novae del nostro tempo”, questa volta occasionate da una nuova rivoluzione, tecnologia e cognitiva, con specifico riferimento all’intelligenza artificiale. Quello di Leone XIV non è un testo sull’intelligenza artificiale, quanto un testo che – finanche per espressa menzione nel suo sottotitolo – espone le preoccupazioni, le cautele, le raccomandazioni, del doversi confrontare con la velocità e la fluidità dell’innovazione tecnologica.
L’innovazione tecnologica viene riconosciuta come espressione della creatività umana che non può però essere giudicata soltanto nella dimensione della sua efficienza, ma impone di dover tener sempre presenti le implicazioni del suo utilizzo sulla dignità dell’uomo.
Il tema del rapporto tra tecnica, sviluppo e dominio, affrontato nel terzo capitolo dell’enciclica, si presenta come di particolare interesse per il giurista ponendo il tema e del confine netto tra ciò che è proprio della tecnologia, diremmo della “macchina”, e ciò che è proprio dell’intelligenza umana, inimitabile. Perché solo l’intelligenza umana vive una esperienza ed un corpo che, anche attraverso la gioia e il dolore, maturano nella relazione, conoscendo dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Solo l’intelligenza umana ha una coscienza morale: giudica il bene e il male, coglie il senso ultimo delle situazioni, assume su di sé il peso e la responsabilità delle conseguenze. Le intelligenze artificiali “…possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente…”. Soprattutto, anche se in qualche modo capaci di “apprendere”, lo fanno in maniera del tutto diversa dalla persona umana, che, attraverso l’esperienza, si plasma dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà. Non un meccanico un adattamento statistico di dati e riscontri, ma una personalissima crescita interiore.

Il primo sguardo alla Magnifica Humanitas ha indotto lo scrivente, riservando successive e più meritevoli attenzioni, cogliendone comunque evidenti affinità, a ritornare ad alcune proprie fonti privilegiate. In particolare all’impegno di alcuni giuristi a raccogliere, nel loro operare e nella loro speculazione, l’esperienza totale dell’uomo per ridurre i confini tra scienza e filosofia del diritto.
Studi autorevoli consentono di affermare, ormai in ampia condivisione, come il diritto non vada concepito solo come “norma”, ma come attività, come esperienza e, anzi, come “esperienza giuridica”, che altro non è, in definitiva, che l’esperienza umana, poiché l’esperienza giuridica si allarga fino a comprendere tutta l’esperienza concreta della vita del soggetto. Sono studi autorevoli che rimandano alla filosofia dell’azione di Blondel e risalente a Rosmini, vedendo nel diritto l’uomo e la sua azione e, alla fine, attraverso Vico, la sua storia. Soprattutto, attraverso Agostino, vedono l’esperienza giuridica come preparazione dell’esperienza morale, anzi come aspetti della stessa esperienza etica, con l’una che richiama l’altra. Perché l’esperienza giuridica ed esperienza morale contribuiscono a dare il senso della filosofia pratica del soggetto, preso nella quotidianità concreta, nelle fatiche della vita. Una filosofia pratica che diventa la difesa dell’azione, della vita del soggetto che agisce ed opera, titolare di valori che non dipendono da ciò che realizza o produce ma in quanto portatore, in sé, di diritti umani inviolabili che competono per il solo fatto di esserci.

È singolare come questi studi si svilupparono in modo particolare con le crisi del secolo scorso e del mondo contemporaneo, con le tragedie e le miserie di guerre e totalitarismi, il cui superamento si rinveniva indicando al soggetto, all’individuo, anche all’ultimo più umile e perso, la necessità di agire e dispiegare le proprie potenzialità di umanità, evitandone la qualificazione di “superfluo”, secondo l’ammonimento sempre attuale espresso da Hannah Arendt. Oggi diremmo, usando altro termine ampiamente presente in tanti documenti del magistero, “scarto”.
Nell’enciclica (n. 32) si ricorda come in quei momenti drammatici post bellici e della ricostruzione, Pio XII tratteggiava i lineamenti di un ordine internazionale fondato sul riconoscimento della dignità umana, sulla giustizia e sulla pace, proponendo un dialogo all’interno della società a partire da un richiamo esigente al diritto naturale, insieme di principi oggettivi che precedono gli interessi dei singoli (e degli Stati) e da assurgere a regole di vita anche tra le nazioni.
Ecco, questo primo sguardo alla Magnifica Humanitas offre solidi argomenti per resistere alla tentazione di un progresso tecnologico che neghi il primato della supervisione umana da cui discende una presa di responsabilità etica, giuridica e morale. Recuperare la centralità dell’uomo non significa rifiutare la scienza e la tecnica, ma assumerle con gratitudine e collocarle “con i piedi per terra”, rendendole al servizio dell’uomo, calato nella vita e nella storia. Dunque, non un rifiuto o una proposta alternativa al progresso, ma l’importanza di viverlo guidati da un unico sentimento: quello dell’amore. Tutte le nostre relazioni, il tutto della vita, nasce da ciò che ci sta più a cuore e che amiamo. È sempre un amore che ci guida, ricorda Leone XIV. E quello che amiamo davvero, sia come singoli individui che come società, orienta al fine la nostra vita e il nostro agire.

“La città celeste e la città degli uomini”, miniatura,

Questa poetica dell’amore presente nell’enciclica ci riporta ad Agostino, che espressamente viene richiamato perché “…descrive la storia umana come luogo di lotta tra due amori, che hanno costruito due modi di abitare il mondo e di convivere, due ‘città’: da un lato l’amore di Dio e del prossimo, dall’altro l’amore unicamente di sé…”, con riferimento espresso al De civitate Dei e con un ammonimento finale: “…Come in tutta la storia umana, anche oggi questi due amori lottano nel nostro cuore per il predominio. Il tempo dell’Intelligenza Artificiale non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi…”.
Ci sembra che l’enciclica rinnovi la sfida a farsi attori corresponsabili della vita, della storia e del bene comune. Con la raccomandazione di rivendicare il primato della persona, della sua dignità, della vulnerabilità e della moralità che certe istanze del post-umanesimo e del transumanesimo vorrebbero superare.
pubblicato nella rivista “Vivere In”, numero 3/2026
https://vivere.in/rivista-vivere-in-n-3-2026/









