La cultura, strumento di progresso umano e sociale

La parola cultura soffre l’essere prevalentemente accostata al mondo scolastico o comunque alle nozioni o conoscenze acquisite attraverso un titolo di studio. Basterebbe ricorrere all’etimologia della parola per smentire questo convincimento. Cultura origina dal latino colere, che significa “coltivare”, intendendosi un percorso di crescita della personalità; proprio al pari di come si coltiva la terra. Cultus, invece, indicava ciò che si presenta ben curato, elegante, oltre che ben lavorato e coltivato, in opposizione al termine neglectus, indicativo dei contrari disordinato, trascurato. Cultura, allora, è sintomatico di un modo di vivere, piuttosto che dell’insieme delle nozioni possedute.
Il modo di vivere è, poi, frutto e risultato del più ampio percorso dell’esperienza di ognuno, quella che si costruisce mattone dopo mattone, tra gli infiniti impulsi ed occasioni di conoscenze che la vita ci riserva fin dalla nascita e per tutta l’esistenza. È la ragione per cui la cultura si accresce in proporzione al desiderio di aprirsi a nuovi interessi, a nuove scoperte, aspirazioni ed aspettative.
È necessario, allora, fare e promuovere cultura perché la vita, propria, che ci appartiene e che costruiamo attimo per attimo, giorno per giorno, è tensione continua, procedere incessante, viaggio fascinoso sempre aperto a nuove mete ed orizzonti: un inesauribile percorso di arricchimento della personalità. La sfida culturale da cogliere è quella di accendere la fiamma della curiosità ed il desiderio della conoscenza.
La cultura, così intesa, diventa metodo di vita ed il dialogo è il suo strumento. Perché la cultura, risultato della ricchezza dell’esperienza, si potenzia ancor più attraverso l’esperienza comune, fatta di colloqui, confronti, analisi, condivisioni, scambi di opinioni. Il dialogo, anzi il lògos, nella sua più profonda e totalizzante accezione, è il cuore pulsante ed animatore del vivere. È il confronto dialettico chiaro, pacato, tollerante, trasparente, animato da volontà di spiegare, capire e farsi capire in maniera disinteressata, obiettiva, leale. Richiede serenità ed equilibrio, con lo scopo non già di affermare la propria ragione, ma di giungere alla verità.
Agostino, riprendendo la lezione di Platone, ammoniva come non si potesse cercare la verità in maniera migliore se non interrogando e rispondendo (impegnandosi in una disputatio), cioè attraverso il dialogo, il metodo più indicato per filosofare. L’Ipponatte esorta a “fare filosofia”, ossia a cercare la verità (ad quaerendam veritatem), precisando come senza questa ricerca sia impossibile essere felici.
Nel dibattito se e quale sia la verità; se sia effettivamente una o sia viva e mutevole; se essa possa essere raggiunta in vari modi; sui diversi sensi della ricerca della verità, religioso o filosofico; ebbene, sempre ed in ogni caso l’avvicinarsi ad essa, il ricercarla, l’accertarla, richiede il dialogo, il migliore strumento di conoscenza. L’aforisma del retore pagano Quinto Aurelio Simmaco, “Ad un mistero così grande non si può giungere per un’unica via” (Uno itinere non potest perveniri ad tam grande secretum), contenuto nella sua Relazione sull’Altare della Vittoria (del 384 d.C.), è stato utilizzato nel tempo per auspicare un’ampia ed inesausta riflessione sulla verità, sia per quanto riguarda la meta, sia per quanto riguarda l’itinerario o il metodo della ricerca. Simmaco, in polemica con Ambrogio, vescovo di Milano, facendosi portavoce di una concezione ispirata al pluralismo, opponeva il relativismo della sua concezione politeista della tradizione romana alla concezione unica della nuova vita cristiana, sostenendo l’apertura universale e tollerante della prima.
A questa opposizione sbagliata tra uniformità cristiana ed apertura pagana, la tradizione patristica cristiana rispondeva come le vie per raggiungere la verità rimanessero molteplici, ma come riflesso della ricchezza inesauribile della verità, costituita dal Cristo, il Lògos – Verbo di Dio, indicato quale via e vera meta finale. In questo percorso di apertura della patristica nei confronti della cultura tradizionale, che affondava le radici nella filosofia greca, si inserisce la visione del logòs spermatikòs di Giustino, secondo cui in ogni uomo alberga in sé qualche sperma, cioè seme, germe, scintilla, della razionalità del Lògos, termine con il quale egli definisce Cristo, ma che per la filosofia greca richiama il principio di razionalità universale.
Nella sua enciclica Fides et ratio Papa Giovanni Paolo II riprende l’aforisma di Simmaco scrivendo proprio del rapporto tra fede e ragione. Ricorda come tra la tradizione pagana e la nuova proposta dei Padri, soprattutto con i contributi di Giustino e Clemente Alessandrino, si realizzò un incontro di culture, con la seconda che non ebbe timore di riconoscere tanto gli elementi comuni quanto le diversità con la prima. L’espressione finale utilizzata dal Papa è che “…La coscienza delle convergenze non offuscava il riconoscimento delle differenze…”. Un auspicio che dovrebbe animare la continua ricerca del dialogo paziente e costruttivo, proprio di coloro che, pur riconoscendosi diverse identità, dialogano per cercare convergenze.
L’ammonimento diventa indicativo della via maestra da seguire: favorire la cultura del dialogo, con la consapevolezza che in ogni uomo è presente una qualche scintilla di razionalità da ricercare e far emergere, così facendo in modo che nei rapporti sociali prevalga il rispetto, la fratellanza, il bene, la ricerca di pace e serenità.
In continuità con il predecessore, Benedetto XVI ha ripreso il tema richiamando frequentemente la necessità della storia contemporanea di superare ogni divisione, di contrastare le intolleranze cagionevoli di tanti disastri in ogni parte del mondo, di aprirsi al pluralismo, attraverso la profondità del Lògos, Dio fatto Uomo, incarnato, venuto a vivere tra noi e pur presente in noi come lògos spermatikòs. Benedetto riconosce nelle vicende umane del Lògos incarnato la presenza e la sublimazione del lògos-amore, la cui mancanza, ovvero il non ispirarsi nell’agire, l’agire senza, è contro ogni natura, umana e divina. Il non agire con lògos è contrario a natura; solo l’agire con lògos, invece, consente un proficuo incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione, tra culture diverse.
Anche Papa Francesco si inserisce e prosegue questo solco magisteriale. Nei suoi scritti (si veda in particolare la Evangelii Gaudium) auspica la ricerca della “verità” richiamando tre verbi: riconoscere, interpretare, scegliere. È l’invito al discernimento, cioè al saper distinguere tra le varie fonti, saper analizzare i contesti, saper scegliere azioni ed attività corrette. Tutto va sottoposto ad un attento esame critico affinché si possa coglierne la ricchezza e la positività, in un’ottica del miglioramento dei dialoganti e della società tutta.
Quello del sottoporre ogni cosa ad esame critico è quanto Paolo suggerisce scrivendo ai Tessalonicesi (1, 5, 21 – 22) attraverso l’espressione pànta dokimàzete: vagliate, controllate, esaminate con attenzione il tutto, così da trattenere quanto vi è di buono, allontanando ogni specie di male (“…vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male…”). Tutto va considerato e sottoposto ad esame, per poter distinguere in esso ciò che va, da ciò che non va. L’invito di Paolo, originario di Tarso, città all’incrocio delle vie di commercio del tempo, con l’inevitabile mescolarsi di idee, di culture, di religioni, aperto dunque egli stesso a mentalità diverse, grande viaggiatore in contesti plurali, pur rivolto in quel momento ai Tessalonicesi, può ben interpretarsi come rivolto a tutte le comunità, nessuna esclusa. Un invito alla dialettica ed al confronto sociale, mantenendo salda la identità ma senza rinunziare alla ricchezza del dialogo.
Attraverso queste indicazioni, quello del lògos, quand’anche se inteso solo come principio “laico” di ragione fondato sulla natura comunicativa dell’uomo (dià-lògos) e dunque sulla sua costitutiva razionalità, comporta e presuppone tolleranza e rispetto, responsabilità e ragionevolezza, assurgendo a principio primo di ogni consorzio civile.
Ecco, allora, il modo di vivere cui aprirsi, con la cultura che diventa fondamentale strumento di progresso umano e sociale, sia personale sia universale. In sintesi, fare cultura è l’allenare la capacità di discernimento tra ciò che è bene, valido, rispondente ad un interesse collettivo e generale, e ciò che è male perché ingiusto e limitato alla sfera del desiderio e dell’interesse individuale, singolo, specifico e particolare. Un discernimento che guardi, in prospettiva e con maggiori responsabilità, ad un nuovo umanesimo e ad un più corretto ordine sociale. Che in questo percorso ci si faccia guidare dal lògos o dal Lògos, è determinato dalla personalità di ognuno, dalla libera adesione ad una visione laica oppure credente. In ogni caso, è assolutamente necessario fare e promuovere questa visione di cultura.
Pubblicato nella rivista “Vivere In”, 1/2024, pagg. 11 – 14








