La forza della solidarietà, dall’io al noi

Intervento completo in occasione dell’incontro a Crotone,
8 Novembre 2025
Percepiamo una attuale e comune tendenza a confondere la solidarietà con una certa forma di carità; anzi, con quella forma di carità che è prettamente filantropia. Chiunque può fare filantropia e – forse – si tratta della forma più semplice (se non addirittura più banale) di carità: donare qualche cosa che per noi è superflua. Che sia qualche spicciolo, qualche vestito, del cibo.
Le origini
Solidarietà è molto di più. Lo si comprende bene partendo dalla etimologia del termine, che trae le sue origini in ambito giuridico; precisamente nel diritto romano, che contemplava una tipologia di obbligazione in solidum. L’obbligo in solidum era quello contratto da una persona, appartenente a un gruppo di debitori, di pagare interamente il dovuto. Per cui il gruppo di debitori erano legati tra loro da questa forma di obbligazione, così formando un’unità indivisibile in cui ciascuno doveva rispondere per l’intero debito, non solo per la sua parte. La persona solidale era strettamente vincolata ad altri inun legame di interdipendenza. L’aggettivo solidus – da cui deriva il sostantivo solidum – aveva anche il significato di pieno, intero, oltre a quello di solido e robusto. Il pagamento in solidum era quindi un pagamento completo, per intero.

Prima ancora che si consolidasse come obbligo giuridico, quello della solidarietà era un principio, un sentimento, un valore, del tutto connaturale alla persona, che poteva indurre a fare qualcosa per altri anche senza esserne dovuti. Non sono tenuto, ma lo faccio ugualmente; in piena applicazione del principio di libertà.
L’attuazione originaria del principio di solidarietà si rinviene nella famiglia. Anche quella dei primordi. All’interno delle prime cellule di convivenza – finanche nell’età delle caverne – si manifesta la cura e l’attenzione verso i componenti del gruppo. Quasi come un naturale principio di conservazione e protezione, senza vincoli formali. Nel tempo, quel principio si è consolidato come carattere di civiltà, senza vincoli, senza ragioni che lo qualificherebbero propriamente come “giuridico”.
La regola aurea
Quello del fare qualcosa per altri, pur senza esserne dovuti è un principio etico a carattere generale che affonda le sue radici nell’antica regola aurea (nella sua versione positiva, “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”), quella dell’amore. È il sentimento che chiamiamo amore che, libero e spontaneo, anche quando non richiesto o corrisposto, si manifesta nello slancio altruistico, nel volere e nel fare del bene. Coincide con l’idea di amicizia di Aristotele (nell’Etica Nicomachea), l’amicizia dei buoni, che “…vogliono in ugual modo l’uno ciò che è bene per l’altro…”.

Nei vangeli sinottici, Luca lega la regola aurea al Vecchio Testamento attraverso il dialogo tra Gesù ed il dottore della legge che introduce la parabola del Buon Samaritano.
«Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?»
«Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?»
«Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso.»
«Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai.»
«E chi è il mio prossimo?…
Segue la parabola.
Si incontrano due uomini. Altri erano transitati prima. Ma uno solo è quello che coglie lo stato di bisogno dell’altro e ne ha compassione. Non conta più la nazionalità, né possibili differenze culturali o sociali o economiche. Non c’è più giudeo, galileo, filisteo o samaritano; tantomeno romano o greco. Lì, sulla strada da Gerusalemme a Gèrico, si elidono le differenze. Perché c’è qualcuno che si accorge che un altro è in difficoltà. Lo vede e ne ha compassione. Sulla strada di Gèrico il principio di assistenza familiare – o, più in genere, di appartenenza ad un gruppo – viene stravolto. Perché quel Samaritano non è colui che fa qualcosa perché conosce chi ha bisogno ed interviene a sostegno. È molto di più. È uno sconosciuto. Addirittura uno che potrebbe apparire come un “nemico”, che, senza esserne affatto tenuto, soccorre e si occupa dell’altro. Lo cura. Lo affida ad altri, pagando per lui. Paga, in proprio, per danni cagionati da altri; per le conseguenze dannose delle malefatte altrui, di quei briganti che hanno lasciato il secondo uomo percosso a sangue, derubato e mezzo morto per terra. Non solo: affida colui che ha bisogno ad altri; paga per lui; promette addirittura di pagare anche per le cure successive e che saranno necessarie in sua assenza, garantendo di farlo al ritorno.
E se nei sinottici, attraverso questa parabola, si raccomanda la legge antica dell’ama il prossimo tuo come te stesso, nel Vangelo di Giovanni si compie il passo ulteriore: l’amore diventa universale. Perché, lì spiegato come direttamente rinveniente dal Padre, attraverso il Figlio viene trasmesso a tutti, come onere e precipuo strumento di salvezza comune. Il comandamento primo diventa il che vi amiate gli uni gli altri, sublimato nel sacrifico fino alla morte e che non incontra limiti, come spiegherà più tardi Sant’Agostino con il suo ama e fai ciò che vuoi.
L’artista Vincent Van Gogh nel 1890 volle raffigurare a suo modo l’episodio de “Il buon Samaritano”. Un desiderio alquanto singolare, non appartenente alla sua arte dipinti a sfondo religioso. È possibile ritenere che l’Autore, gravemente malato, si identificasse sia con colui che è soccorso – come spesso gli accadde in vita –, sia con il soccorritore, ipotesi, questa, avallata dalla somiglianza tra il volto del samaritano e lo stesso Van Gogh.
Tutti i particolari della parabola evangelica sono presenti sulla tela, compreso i due che, passati prima del samaritano, si allontanano lungo la strada, voltando le spalle. Al centro, il samaritano prova a fatica a sorreggere il malcapitato e caricarlo sul cavallo dopo avergli fasciato la testa. Solleva il carico. Sembra non riuscirci. Si aiuta facendo leva sulla gamba destra. L’aggredito sembra volerlo aiutare provando ad aggrapparsi mentre solleva il bacino per salire a cavallo. Tuttavia, nel complessivo contesto figurativo sembrerebbe che il samaritano, più che voler caricare l’aggredito sul cavallo, lo voglia caricare sulle sue spalle. Chissà se si sia trattato di un messaggio dell’Autore: per aiutare il prossimo, è necessario condividerne il dolore, far proprie le difficoltà, caricandole sul proprio corpo, su sé stessi. Interpretazione resa credibile anche dalla riferita somiglianza del volto del samaritano e dell’Autore. Più che un soccorso, sembra la scena di un abbraccio. Quasi a voler comunicare l’esigenza che l’aiuto debba essere reciproco. E certo nessuno si azzarderebbe ad opinare che Van Gogh non sarebbe stato in grado di raffigurare quella scena diversamente!

La moderna rivoluzione semantica
Il rispondere per altri, tipico della solidarietà costruita negli ordinamenti giuridici su ispirazione dell’originaria costruzione romana, ha acquisito significazione più ampia, indicando l’atteggiamento di supporto, sostegno e vicinanza (estesa anche ai propri concittadini e connazionali), solo in tempi moderni, con la Rivoluzione Francese. Nel periodo post rivoluzionario avvenne la trasposizione della solidaritè da un concetto prettamente giuridico o privato verso una sfera pubblica, così interessando la generalità delle relazioni sociali nel loro aspetto basilare di fratellanza, interdipendenza, di corresponsabilità universali. In questa accezione, a seguito del processo di codificazione, dal Codice Napoleonico in poi ha influenzato diversi ordinamenti giuridici europei e, successivamente, trovato ingresso in numerose dichiarazioni di istituzioni di diritto internazionale.
La svolta semantica fu possibile solo attraverso un ampio percorso di maturazione culturale, sociale, politico, che incise nella costruzione di nuovi modelli di “società civile”.
Il magistero della Chiesa
Nei documenti del magistero sociale della Chiesa, a cavallo tra XVIII e XIX secolo (specie da Leone XIII e Pio XII) il termine solidarietà compare quasi esclusivamente in modo implicito, con espressioni ad essa equivalenti, specie quello di amicizia tipico della filosofia greca. Una specie di cautela giustificabile sia per la più consolidata tradizione giuridica del termine, sia per l’accezione più laicista proveniente dalle vicende francesi, quasi a sostituirsi ai termini “carità” e “fraternità”. Questo non impedisce a Leone XIII, in una società dilaniata dai nascenti conflitti di classe, di riferirsi alla solidarietà sia nella Rerum Novarum che in scritti successivi, richiamandosi più volte con fermezza alla nativa fraternità e reciprocità sussistente tra tutti gli uomini; alla esigenza di un utilizzo dei beni della terra ispirato a condivisione non negatore del diritto alla proprietà privata; di un incontro tra le rispettive, ma non contrapposte, esigenze del lavoro e del capitale; di un’unione e armonizzazione tra tutti i membri del corpo sociale in uno spirito di vera fratellanza, fondato su un vincolo originario di natura e di grazia; di un attivo intervento riequilibratore dello Stato, soprattutto a favore dei più deboli; di un intenso associazionismo cooperativistico per la promozione e la tutela dei lavoratori.
Queste esigenze vengono riprese ed approfondite nella Quadragesimo anno di Pio XI, che auspica la costruzione di un nuovo “ordine sociale” in senso ontologico ed etico, ispirato a solidarietà e sussidiarietà, da costituirsi nella cooperazione armonica della proprietà, del capitale e del lavoro, delle classi e delle professioni. Un ordine solidaristico, unitario e articolato al tempo stesso, in grado di opporsi e trascendere la massificazione spersonalizzante a base ideologica – nazionalistica indotta dai regimi totalitari esistenti. Pio XI utilizza il termine – certo non meno significativo – di carità sociale.
Con Pio XII il disegno di un socialis ordo in senso solidaristico, fondato sulla singolare comunanza di tutti quanto a origine, natura, fine prossimo, abitazione, fine soprannaturale e mezzi per conseguire tale fine, si completa, arricchito ormai dall’esplicito utilizzo del termine “solidarietà” già a partire dalla sua prima enciclica Summi pontificatus. Nel magistero di Pio XII la persona diventa soggetto, fondamento e fine di tutta la vita sociale, che deve essere finalizzata al bene comune, orientata ad un equilibrato bilanciamento tra unitarietà e articolazione della società al suo interno, e tra esigenze del singolo Stato e della comunità delle nazioni. Si riferisce, dunque, di una solidarietà strutturata come “legge” o “principio” di ordine morale naturale; come tale, universalmente normativo dei rapporti umani, che è necessario tradurre sia in relazioni di reciproco aiuto, fiducia e collaborazione in ogni ambito della vita sociale, sia in forme istituzionali, in grado di ridisegnare il quadro giuridico, politico ed economico esistente.
Giovanni XXIII tratta della solidarietà, che rintraccia già presente nella Rerum novarum, per lo più in riferimento alla questione economico-sociale, ormai dilatata anch’essa a dimensioni globali. Nella Pacem in terris si afferma che i rapporti tra le comunità politiche “…vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà…”; così che la solidarietà, insieme con gli altri tre pilastri fondamentali per l’edificazione della pace a raggio universale assume, nell’ambito dei rapporti internazionali, la stessa collocazione della carità, in precedenza riferita alle relazioni interpersonali.
Nei documenti conciliari, la solidarietà viene posta tra le aspirazioni più urgenti dell’uomo d’oggi ed ulteriormente riletta in chiave storico-salvifica, con la fede che diventa strumento per promuovere e rinnovare ogni vera forma di solidarietà esistente.
Nel percorso post-conciliare, Paolo VI amplia il concetto di “carità sociale” in quello di civiltà dell’amore, riservando attenzione peculiare alla solidarietà nella Populorum progressio,dedicata allo sviluppo dei popoli o, meglio, allo “sviluppo solidale dell’umanità”, a compimento della prima, “per uno sviluppo integrale dell’uomo”. La solidarietà è esigenza intrinseca dell’umanità. Perché siamo tutti eredi“…delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti… La solidarietà universale, che è un fatto, per noi è non solo un beneficio, ma altresì un dovere…”. Essa è originaria evidenza che si manifesta nell’obiettiva interdipendenza tra i popoli, dono che costituisce tutti reciprocamente debitori, da cui la coscienza di un corrispondente dovere morale universale.
Anche in Octogesima adveniens Paolo VI propone un’azione solidale corale in risposta alle aspirazioni e ai problemi del mondo contemporaneo; una solidarietà in grado di divenire impegno, responsabilità comune, partecipazione.
È con Giovanni Paolo II che la solidarietà raggiunge uno straordinario sviluppo, assurgendo a sintesi dell’intero suo insegnamento sociale.

Già nella Redemptor hominis viene indicata come principio che deve ispirare la ricerca efficace di istituzioni e di meccanismi appropriati, a favore della dignità di ogni uomo. Nelle successive tre encicliche sociali viene articolata anzitutto quale esigenza irrinunciabile dell’uomo, chiamato al lavoro per l’edificazione propria e di tutta la società. Nella Sollicitudo rei socialis emerge il ruolo peculiare della solidarietà in quanto virtù etico-sociale per eccellenza. Essa rappresenta “…la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti…”, in grado di esprimere le esigenze della giustizia e di condurre alla pace. Nell’ottica della fede essa “…tende a superare sé stessa, a rivestire le dimensioni specificamente cristiane della gratuità totale, del perdono e della riconciliazione…”, evidenziando numerosi punti di contatto con la carità, di cui è declinazione in ambito sociale ed istituzionale, così che ogni altro uomo possa essere raggiunto attraverso la sua mediazione.
In Centesimus annus la solidarietà, rintracciata entro l’intero arco di sviluppo centenario del magistero sociale della Chiesa, è intesa come principio che tende al diretto intervento sociale, complementare alla modalità indiretta invocata dal principio di sussidiarietà e si esprime in forme peculiari nel lavoro, nel volontariato, entro la cultura e in un globale rinnovamento dell’ordine sociale.

La riflessione dottrinaria della Chiesa ampia ulteriormente la sua dimensione nel magistero di Benedetto XVI, che, interpretando il segno dei tempi, per primo parlò di responsabilità sociale d’impresa nell’ambito della necessità di una economia al servizio dell’uomo che sia decisamente orientata al bene comune.
Appartengono, poi, alla storia più recente gli innumerevoli richiami di Francesco alla fraternità ed all’amicizia sociale, strumenti per un mondo migliore, superando quella che si è chiamata globalizzazione dell’indifferenza.
Quanto a Leone XIV, appare altamente significativa – al momento – la scelta del nome, ponendosi in successione di Leone XIII, il quale – in un contesto storico caratterizzato da profondi conflitti culturali e sociali, proprio come, per altri aspetti, il tempo presente – pose all’attenzione del mondo l’intero spettro dei rapporti sociali.
L’attualità e l’agire pratico
Il tempo presente, in una società globale sempre più complessa e frammentata da molteplici interessi, spesso fortemente contrapposti, reclama sia la riscoperta del vincolo sociale universale, proprio della solidarietà, sia l’esigenza di adoperarsi per una nuova civitas fondata sull’amore quale principio irrinunciabile dell’agire sociale.
In piena consapevolezza della parabola storica del concetto di solidarietà, è necessario che non ci si limiti alla attuazione pratica di quanto conseguirebbe (che già sarebbe tanto!) dai vincoli nativi e, dunque, di origine di ciascuno verso ogni altro; ma che ci si adoperi nella piena consapevolezza che ognuno di noi, parte integrante del tutto, vive – come a valenza giuridica – con una specie di debito originario costituito dal patrimonio immenso di valori, di cultura, di conoscenze, di esperienze, ormai plurimillenarie, che occorre condividere. Un debito antropologico di sé. Perché senza l’altro, senza quel prossimo, vicino o lontano che sia, individuato nella parabola evangelica, anche il mio stesso essere sarebbe parziale ed incompleto. L’altro, ogni altro, è presente in ognuno di noi, in ogni sé, non più separabile. Quel debito è indivisibile e richiede l’essere riconosciuto e valorizzato nella vita pratica attraverso un agire non “restitutivo”, ma assolutamente libero, spontaneo, gratuito, messo a disposizione di altri che, a loro volta, potranno beneficiarne. Ho bisogno dell’altro per potermi realizzare pienamente. Con uno scambio sociale costante che crei sempre nuove condizioni di equilibrio.
La sfida di oggi è promuovere ed adoperarsi, in ogni contesto, per nuove modalità di relazioni sociali e di superamento dei tanti conflitti che affliggono l’umanità percependoli come fossero propri.
Il passaggio dall’io al noi ha origini profonde. Nato insieme e con la storia dell’uomo, dell’uomo primordiale, progredisce nella storia delle civiltà. Oggi, con la maturità dei tempi, occorre farne e consolidarlo come ordine giuridico. Compete ad ognuno, nel continuo evolversi della vita, legarsi alla regola aurea facendone ispiratrice di azione.
pubblicato nella rivista “Vivere In”, numeri 6/2025 e 1/2026









