La politica…una idea. La postfazione

Quando si esaurisce la lettura di un nuovo libro si è portati spontaneamente ad interrogarsi su ciò che si è letto e, di conseguenza, ad esprimere un giudizio. È questo il compito del recensore che a volte, però, si lascia suggestionare dalle cose dette e soprattutto dalla personalità di chi le ha dette.
Al termine della lettura di questo libro, invece, per chi lo ha letto non in veste di recensore, occorre rispondere alla domanda suggerita dall’Autore fin dai primi righi su cosa si intenda per “politica”.
Non sembra che la domanda sia soltanto letterariamente provocatoria.
Pare che l’Autore voglia proporre di aprire un dibattito o, meglio, un dialogo, finalizzato allo scopo di promuovere una novità di vita politicamente intesa.
Se la domanda dell’Autore ha questo fine, sembra giustificato che qualcuno, implicitamente chiamato in causa, scriva una Postfazione che non si fermi a dare una risposta formulata in slogan di modernità commerciale ma che si sintonizzi o prenda le distanze dal pensiero dell’Autore che, col suo libro, pare voglia suscitare l’interesse di più persone intorno alla stessa idea politica.
L’intento di per sé è meritevole, di interesse comune. Ma se anche questo intento fosse soltanto una personale supposizione o significasse l’auspicio di un momento innovativo nella vita politica invocato dall’Autore, la presente Postfazione verrebbe ad assumere un altro valore che è quello di dare maggiore risalto alle convinzioni personali di chi le sottoscrive, che, pur estraneo all’arte della politica, ha di questa una grande considerazione proprio mentre si assiste al degrado dell’“arte” ridotta a “mestiere”.
Al limite, le convinzioni potrebbero anche diventare certezze e – perché no? – speranza che la politica, come “arte del vivere”, riesca a coinvolgere non soltanto gli addetti al lavoro quanto tutti gli uomini nel loro modo di pensare, di volere e di agire.
La prima convinzione che viene a palesarsi, come intuito istintivo ed immediato, è che la politica, in effetti, più che progetto diventa sinonimo di presenza libera, personale ed interminabile in ogni ambito dell’umana esistenza e dell’umano vivere. Ne segue che ogni uomo è in se stesso un essere politico e che, come tale, dovrebbe vivere senza mai delimitare il suo campo di azione e soprattutto il raggio delle sue azioni e l’entità del proprio interesse e dinamismo.
Questa deduzione pratica si desume non da una ricerca concettuale ma dalla evidenza del vivere umano che, pur nella limitatezza congenita di ogni persona, non può essere assolutamente racchiuso dietro delle sbarre. Il vivere e l’esistere non hanno limiti o confini.
Allo stesso modo il luogo ed il tempo non si possono imprigionare dietro cancelli invalicabili.
Quando il concetto di politica viene collegato alla idea della pòlis si può correre il rischio di attribuire alla stessa, come spesso avviene, una dimensione di ristrettezza e di angustia.
La pòlis , secondo il suo significato e valore essenziale, non può essere ristretta. Anche quando si costruiscono forzieri particolari o mura di difesa o delimitazioni regionali o nazionali a seguito di necessità di vita particolare, la pòlis non verrebbe a perdere i molteplici, estesi, interminabili valori.
L’individuo, invece, come un popolo o una nazione, per merito o colpa degli addetti al lavoro, può trasformarsi in agente di positività come anche di negatività.
La politica, derivata dal nome pòlis , secondo la nostra oggettiva convinzione, dovrebbe essere sinonimo di immensità. La città di un individuo è città di tutti. Il mondo intero è patria di tutti. La pòlis non è mai proprietà privata né un cittadino, membro della pòlis , può essere visto e considerato come forestiero o, peggio, come un emarginato o emarginabile dalla vita sociale.
L’esistenza, nella sua grandezza cosmica ed interminabile, non esclude nessuno dalla sua sfera. Il carcere, la prigione, l’eremo, la lingua, le usanze, i costumi di un singolo popolo non possono eliminare da ogni individuo il suo valore di uomo-politico.
Nella esatta definizione dell’uomo, prima ancora di scoprire ed affermare una particolare dimensione e valutazione umana e quindi annotare le doti o criticare i difetti, bisogna convenire che egli è un essere politico. Ogni singolo uomo a partire dal suo primo momento esistenziale, è sempre inserito in tutte le leggi dell’evoluzione umana che fondamentalmente richiedono e significano relazione, connubio, convergenza, unione.
La nostra convinzione che l’uomo è in se stesso homo politicus , è il presupposto del vivere e dell’agire umano. La stessa legge che regola l’universo è, per noi, una legge di relazionalità piena. Anche gli elementi discordi si intrecciano con gli elementi concordi.
Ne segue che ogni interpretazione ristretta e particolareggiata del valore politico diventa una contraddizione inaccettabile nella natura umana e quindi nel vivere sociale.
Si deve aggiungere che la estensione dell’appellativo “politico” esclude che si possa parlare della politica di un momento. Una politica che non goda o che non abbia la capacità di espandersi e realizzarsi in ampi orizzonti, coinvolgendo prospettive ampie e sconfinate, non avrebbe senso.
Anche un progetto apparentemente provvisorio deve sempre integrarsi nel progetto a largo raggio e a lungo termine. Se è vero che il grande genera il piccolo è anche vero che il piccolo esprime il grande e ne eredita le stesse potenzialità sia in positivo che in negativo.
Nella gestione della vita politica occorre, pertanto, superare gli egoismi ed i particolarismi che sono sempre forme contrastanti all’esterno e all’interno della vita in tutte le sue forme.
La teoria della concordia nella discordia non è una utopia irraggiungibile ma una meta che può e dovrebbe garantire lo sviluppo armonioso ed il migliore progresso della specie umana in tutti i suoi modi di essere.
Il primo danno nell’ordinamento politico viene causato dalla legge della provvisorietà. L’ hic e il nunc intesi come parametri dell’esistenza e come sviluppo di norme positive, cozzano con la necessità della esistenza e del progresso della pòlis che nella sua struttura non può trovare giustificazione nel transitorio e passeggero. Queste forme, mutevoli nel loro essere, diventano premesse di disordine, confusione ed anarchia.
È pur vero che superare gli egoismi ed i particolarismi è impresa ardua.
Le forme di intese e di collaborazione, generate e governate da interessi particolari o da necessità transitorie, soffrono tutte di anemia vitale e finiscono per esaurimento o per depauperamento. La affermazione che un “regno diviso va in rovina” ha trovato conferma storica nel succedersi delle varie vicende politiche come nella variazioni della varie dottrine e teorie anche a livello mondiale. A volte si è propensi a credere che i progetti universali soffrono di elefantiasi utopica ed impossibile.
È pur vero che una grande costruzione ha bisogno di grandi sostegni.
Quando un povero rimane tale o quando rimane in situazioni moralmente e socialmente impossibili è segno evidente che il governo di quel popolo viene condotto da persone inesperte o egoiste.
Quando la ricchezza rimane nelle mani di una oligarchia imperante è impossibile che la fame dei più non esploda in rabbia e diventi sommossa, rivoluzione, distruzione.
Il concetto di socialità universale è il substrato di una autentica politica.
Avere la forza di costruire insieme, passando attraverso la ricognizione e l’esame delle necessità altrui e coinvolgendo tutti nell’interesse comune, è la miglior forma di prassi politica.
Ma la reale difficoltà si incontra nell’affermarsi dei preconcetti, dei pregiudizi, delle pretese egoistiche ed egemoniche. In questi casi sorgono i partiti che, di solito e purtroppo, si manifestano e prendono consistenza nella peggiori forme di opposizione e lotte.
Quando c’è contrasto interno e contraddizione esterna il concetto di politica non esiste e trionfa la partigianeria che nasce e si sviluppa proprio tra le classi divergenti e contrastanti.
Tenuto presente che non esiste, a nostro avviso, il germinare spontaneo ed inconsulto del principio di sussistenza politica ma che esso è una esigenza connaturata all’esistenza dell’uomo, è evidente che la vera idea politica dovrebbe corrispondere al progresso universale.
Per essere tale, deve essere continuo, universale, benefico.
Il benessere di uno Stato, come il benessere di un quartiere, dovrebbe espandersi e diventare progresso universale. È questo il principio di vita dell’universo intero là dove la presenza del sole o dell’aria diventano strumento di progresso per l’intera umanità.
Naturalmente la politica trasformata in partiti è la causa ed il prodromo della morte della politica.
La correnti si alterneranno e la stessa stabilità momentanea diventerà macerie di disfacimento per il futuro. Si sa infatti che una politica che non si costruisca e non cresca sulle basi del dialogo universale e della suprema armonia genera le divisioni e degenera in disfacimento e crollo.
A causa di questa labilità determinata dalla carenza di una norma politica saggia e duratura si determina il processo dei corsi e ricorsi storici che, di volta in volta, possono favorire illusorie speranze di giustizia e di verità. Mentre in natura esiste una forma ideale di vita che nell’alternarsi delle stagioni e nel succedersi delle ore garantisce stabilità e armonia, nella vita degli uomini la carenza di una stabilità armoniosa, costruita con intelligenza e prodotta da volontà libera e saggia, è causa di perturbamenti spesso deleteri.
Ogni uomo dovrebbe essere uomo politico.
Ogni uomo politico dovrebbe avere i connotati di universalità ed ampiezza costruiti e retti da altruismo capace di produrre benessere e progresso universale.
Mai, pertanto, un egoista dovrebbe dirsi politico perché mai un orgoglioso, un presuntuoso, un arrogante, un infame ed un superbo riusciranno ad avere criterio e doti per un saggio governo.
La storia terribile delle varie dittature che si sono sempre manifestate nel corso dei secoli e dei millenni danno testimonianza che politica è attenzione verso l’universalità mentre tirannia è distruzione della fondamentale umanità.
L’Autore di questo libro dichiara di avere ricevuto luce per la sua iniziazione verso la politica dall’Associazione “Vivere In” . È questa, effettivamente, una associazione nata dal desiderio e dalla convinzione della improrogabile necessità del comunicare. “Vivere In” si carica delle qualità di ordine, sapienza, giustizia che sono la imago dell’esistenza armoniosa e pacifica che si riscontra in tutto l’universo e che risiede negli interiori aneliti di ogni essere vivente.
La imago di cui parla Vivere In si carica infatti dei connotati particolari che significano ampiezza, grandezza, sublimità. E la vera politica diventa strumento insostituibile per costruire, difendere, garantire il pieno conseguimento di una legge sociale e di un sano costrutto governativo.
Si arriva alla imago hominum che si realizza nella imago societatis hominum.
Quando dall’idea politica si passa all’arte politica è ben chiaro che l’ ars diventa necessariamente norma di vita concreta che si deve realizzare nell’intravedere e nel proporre i modi migliori per attuare dappertutto la concordia tra gli uomini e gli Stati interessati al bene universale.
Anche il concetto di Stato locale diventa valido se non diventa “Stato distaccato, Stato liquido o fluttuante”.
È importante volere ed attuare uno Stato vivente ed operante nella insiemità dell’essere sociale e mirante al raggiungimento di una grande ed autentica pòlis universale.
La stessa concezione delle organizzazioni confederate tra vari Stati, con diverse forme e sotto diverse mire, è una concezione destinata a decadere se non si mira alla realizzazione della pòlis universale perché il progresso umano invoca forme di comunione e solidarietà che noi continuiamo ad esprimere e sintetizzare nel concetto della imago cosmica assoluta.
La domanda posta dall’Autore del presente libro esige una ulteriore dichiarazione.
Esplicitamente sosteniamo che non serve dilungarsi nella definizione del concetto e della idea di politica né conviene attardarsi sull’esame delle varie forme di governo ed ancor più sull’indagine relativa ai diversi modi di intendere praticare la vita politica.
Ciò che manca nella prassi ordinaria della vita politica è una scuola di politica che ci piace intravedere nella forma dell’antica scuola peripatetica dove si apprendeva camminando, attenti a cogliere e coltivare il senso dell’universalismo da estendere e praticare costruendo giustizia, armonia, legalità, benessere e progresso.
In tal modo ogni uomo dovrebbe sapersi porre alla ricerca di un cammino orientato verso il bene comune.
Forse sembrerà esagerato definire la scuola politica da noi ipotizzata e sognata come la scuola della vita, con una riscoperta di quelle discipline fondamentali coltivale nei tempi passati quando un agricoltore fu invitato ad abbandonare il campo in cui stava arando per assumere le sorti dello Stato in decadenza. In quel momento si comprese bene che l’ homo faber aveva tutte le prerogative per essere homo sapiens e quindi homo politicus.
Fra le discipline fondamentali della scuola metteremmo l’arte dell’intendere e del vedere prima di quella del dire e del proporre.
Ogni arte esige professionalità, competenza, specializzazione.
Nel campo della professione politica la professionalità e la competenza devono essere continuamente sorrette dalla onestà chiara ed ineccepibile mirante più al bene pubblico che a quello personale. Aggiungeremmo, come forma di somma sapienza, l’arte del giudizio sereno, preciso, benefico come potrebbe essere significata dall’arte matematica dove i conti devono tornare senza sotterfugi, imbrogli, interessi.
Aggiungeremmo al disciplina della logica che bene si combina con la matematica ma che ha bisogno di un fondamento di valore soprannaturale perché non si può in nessun modo parlare di universalità se non ci si innalza verso l’immensità del creato e non si diventa capaci di ammirare, contemplare, proteggere e diffondere la positività che sorge dal sommo bene che è fonte di vita.
Sublime, in tal modo, diventerebbe la scuola politica protesa a scoprire che si è nati per seguire “virtù e conoscenza” e si può essere utili sono adoperandosi per accrescere il bonum assoluto, universale e totale.
Non possiamo ignorare che l’ homo imago raggiunge la sua pienezza quando proprio l’essere imago, nella sua interezza, viene rapportato, verificato, nella concretezza che pur essendo parva imago, nella sua unicità e piccolezza, raggiunge la convergenza piena con la imago universalis dotata di immensità progressiva e benefica.
La politica diventerebbe in tal modo non una opzione o un’arte riservata a pochi ma la consuetudine del vivere sociale.
Ciò che non ci sentiamo di accettare è la delega fatta da molti ad alcuni dell’arte del fare politica.
I molti hanno sempre il dovere di interessarsi, vigilare, controllare l’amministrazione delle vicende politiche.
Un delegato, a sua volta, non può in nessun modo sentirsi autorizzato a parlare e ad agire in proprio perdendo il contatto vitale con l’intera umanità delegante.
Quando un politico dovesse parlare ed agire in forza delle proprie convinzioni, invocando e rifacendosi alla propria coscienza, come è diventata usuale modo comune, quell’uomo, impropriamente chiamato politico, diventerebbe una minaccia per il vivere sociale.
Non sarà mai un saggio, ad esempio, chi insignitosi di una definizione personalistica dovesse pretendere di salire in cattedra ed occupare uno scanno ministeriale per porsi come guida e maestro della pòlis.
È già avvenuto nella storia che alcuni hanno trasformato in leggi perfino le proprie riprovevoli consuetudini di vita.
In questi casi la presunta ars politica diventerebbe consuetudo immoralis.
Ci auguriamo che il presente libro possa diventare piccola lanterna utilizzabile nella ricerca dell’ homo politicus.
di Nicola Giordano








