Le strane logiche di guerra. Liberi pensieri di un ignorante.

Negli anni ’80 un film, Wargames – giochi di guerra, propose in chiave pacifista il tema della inutilità della corsa agli armamenti a causa di quella si presentava come la conclusione più logica ed al tempo stesso drammatica: la completa certa distruzione di tutti i partecipanti.
Nella trama, in breve, un giovanetto riesce ad introdursi in un computer militare statunitense studiato per rispondere ad un attacco sovietico utilizzando giochi e simulazioni militari ed in grado di rimediare progressivamente agli errori commessi. Pensando di avviare un nuovo intrigante gioco, il giovane hacker avvia una partita contro il computer militare chiamata Guerra Termonucleare Globale assumendo il ruolo dei sovietici. Quello che per il giovane è un gioco, per il computer è realtà, così avviando una serie effettiva di difese da parte dei militari, che a loro volta provocano le reazioni sovietiche, in un crescendo di tensioni tali da condurre ad una vera guerra nucleare. Tutti i successivi e quasi disperati tentativi di bloccare il computer si rivelano vani, programmato com’è per vincere sempre imparando dagli errori; fino a quando lo stesso giovanotto avvia contro il computer una partita a tris. Nella nuova partita, che varrebbe i definitivi codici di lancio dei missili nucleari, il computer non riesce a superare la ben nota fase di stallo tipica del tris fino a bloccarsi definitivamente pronunziando la frase: “Vincitore: nessuno. Unica mossa vincente è non giocare. Che ne dice di giocare una partita a scacchi?”
Dal virtuale al reale, confesso la mia ignoranza. Ignoro, nel senso latino del termine ignorans, “colui che non conosce”. Ignorando, cioè non conoscendo, proprio non riesco a comprendere. Non comprendendo, dunque, confesso anche la mia difficoltà ad esprimermi sull’attuale conflitto tra Russia e Ucraina e la conseguente crisi internazionale, che non sia auspicando la immediata cessazione di ogni ostilità e, soprattutto, dell’uso delle armi.
Auspicio purtroppo ovvio ed in parte banale. Banale perché contrasta con i contrapposti interessi ed aspettative delle parti in conflitto che, nonostante più di tutti e nell’immediatezza ne colgano le sofferenze, mostrano di non voler affatto rinunziare alle rispettive pretese, alimentando tensioni ad ogni occasione, piuttosto che smorzarle.
Aspettative di pace – dicono – albergano nel cuore di tutti gli uomini. Almeno così dovrebbe essere. Tuttavia, se siamo in due a contendere, ma senza giungere a realizzare e consolidare quella aspettativa, evidentemente uno dei due non ha serio interesse ad essa.
Le cronache ci raccontano di popoli con origini comuni che da anni si contendono un territorio, rivendicando autonomie politiche ai nostri occhi incomprensibili. Fortunatamente, da noi giudichiamo follia il solo pensare di poter invadere e riconquistare militarmente l’Istria e la Dalmazia. Evidentemente non è così per altre culture, che delle rivendicazioni territoriali, sempre legate ad interessi ben più ampi, ne fanno ragion di Stato.
D’altra parte, cosa mai accadrebbe, da noi, se un bel giorno nella pur neutrale e pacifica Svizzera impazzissero improvvisamente e ci invadessero per prendersi qualche bella montagna per arricchire la loro offerta turistica? Agiteremmo fiori e sventoleremmo bandiere di pace o risponderemmo a cannonate?
L’assurdo rende il pensiero. Cosa mai dovrebbe fare, il governo ucraino, quand’anche in presenza di possibili passati errori politici, difronte ad una invasione militare, se non difendere il proprio territorio, le proprie sovranità ed indipendenza con le armi?
Scenari di distruzione e di morte, conseguenze dell’uso delle armi, ci toccano sensibilmente. Non altrettanto, almeno sul principio, le manipolazioni massmediatiche, l’uso strumentale di immagini, i riconoscimenti facciali, le sospensioni delle contrattazioni economiche e le transazioni finanziarie, gli appelli propagandistici che i primi e principali protagonisti del conflitto rivolgono tramite i social , al pari dell’utilizzo di espressioni verbali particolarmente offensive che urtano contro le più elementari regole della diplomazia.
Com’è mai possibile che importanti capi di Stato, le cui dichiarazioni sono sempre opportunamente studiate e misurate, si lascino sfuggire espressioni di provocazione e sfida, come bambocci capricciosi ancora inesperti della vita? E noi, forse abituati dalle partite di calcio, ci riscopriamo tifosi contrapposti, pronti ad urlarci contro e finanche inveire contro gli arbitri cui deleghiamo di vigilare sul gioco, magari mettendo anche in discussione gli strumenti tecnologici che aiutano quella vigilanza. Qualcuno lamenta anche la non adeguatezza della classe arbitrale. Succede anche con la guerra, quando si addebita l’insuccesso delle trattative di pace alla incapacità dei mediatori ed ognuno pensa di poter individuare quello più capace.
“Papa Francesco – invocano alcuni – lui sì che avrebbe la possibilità di persuadere i contendenti. Perché non va a Kiev?”
Andare a Kiev. Andare a Kiev o a Mosca? Chi va persuaso? Ed a far che? E quali argomenti utilizzare? Quali altri, che non siano già stati utilizzati dai tanti negoziatori internazionali, finora incapaci di ottenere una piccola tregua e l’apertura di corridoi umanitari? La dignità umana ed i diritti inviolabili dell’uomo? I valori della pace e della fratellanza universale?
Il fatto è che sono ignorante ed allora proprio non riesco a capire come questi argomenti possano affermarsi dove ed in chi, con ostinata consapevolezza, li ha calpestati. In chi ti tende una mano per dialogare e con l’altra lancia una granata; discute di corridoi umanitari, condizionandoli alla resa delle città; riconosce sovranità, ma ne impone limitazioni all’esercizio del potere o vincolando le relazioni internazionali.
Sempre da ignorante, proprio non riesco a comprendere le misteriose logiche che, nel XXI secolo, dopo l’esperienza disastrosa e devastante di guerre mondiali in tempi non certo lontanissimi, inducano alla guerra.
Tantomeno comprendo cosa mai induca qualcuno, nel bel mezzo di una visita diplomatica ampiamente preparata, annunciata e condivisa, a paralleli bombardamenti, segnali palesi – pur nel bel mezzo di trattative – di indisponibilità a serie volontà pacificatrici e piuttosto sgradevoli dissuasive intimidazioni a non contrastare le proprie richieste rispetto a quelle avverse.
Così, nel gioco al rialzo, proprio come in quel Wargames, ai movimenti di truppe si risponde con l’artiglieria pesante; a questa si risponde con i mezzi meccanici; per frenare l’avanzata dei mezzi, si utilizza l’aviazione; per abbattere gli aerei si sparano missili; per evitare che si sparino missili, si bombardano da quote maggiori gli obiettivi militari. Non da ultimo, minacciando l’utilizzo di innovativi super missili, anche nucleari. E senza curarsi se, sparando e bombardando di qua e di là, ci scappa anche di colpire obiettivi civili e gente indifesa che non chiede altro che fuggire. Strana contraddizione: per vivere, bisogna nascondersi e fuggire, cioè allontanarsi dalla vita.
Con altrettanta contraddizione, per raggiungere la pace sembra che uno dei due contendenti debba vincere la guerra. Peccato che la pace raggiunta non già cessando la guerra, ma vincendola, afferma comunque la vittoria della morte e la sconfitta della vita: quelle di un popolo e di uno Stato. Allo stesso tempo, afferma la sconfitta della vita come modo di intendere le relazioni internazionali. La sconfitta di un metodo, di un modello, di un sistema, costituito dalla ricerca di unità e comunione che, ben oltre le utopie letterarie o filosofiche, tutti, per il solo fatto del vivere, dell’unica certezza della vita stessa, rappresentata da essa, dal vivere, dallo stare nella vita, dovremmo avere a cuore.
Sono ignorante e di questa guerra non ci ho capito molto. Per la verità, mi consolo pensando come in tutte le guerre non ci sia da capire molto. Sono guerre e questo basta a condannarle. Sono occasioni nelle quali vince solo la morte, cioè nessuno.
E ciò che più mi preoccupa di tutta questa mia ignoranza, è il non riuscire a capire cosa e come fare perché vinca la vita e non già la guerra.
Che ne dite, allora, cari russi ed ucraini, di cambiare gioco? Che ne dite di una bella partita a scacchi? Ne siete sempre stati campioni e proprio per quest’anno, 2022, le Olimpiadi di Scacchi sarebbero previste in Russia, dal 26 Luglio al 9 Agosto.
Vedete di darvi una regolata e giocatevela a scacchi.
Pubblicato nella rivista “Vivere In”, 2 – 3/2022, pag. 15 -17








