Lo sport, formazione per il corpo e l’anima

Ogni sportivo è ben consapevole come per migliore le prestazioni occorra esercizio e pratica costante. Anche abituandosi alle difficoltà, alle delusioni, alle sconfitte.

Nell’antica Grecia la partecipazione ai giochi, occasioni di originaria pratica sportiva, era quasi riservata ai guerrieri più forti e capaci. Con il passare del tempo, proprio i più forti e capaci venivano allontanati dai rischi delle guerre, loro riservando la possibilità di allenarsi in vista delle gare di grande importanza.

A ben pensarci, anche oggi gli atleti più forti appartengono a gruppi sportivi militari: il corpo militare garantisce loro la retribuzione a condizione che garantiscano prestazioni di un certo livello. Non può che essere così, necessitando quel livello di pratica sportiva allenamenti costanti ed impegnativi cui occorre dedicare gran parte della quotidianità, al punto da diventare un mestiere.

In fondo, è giusto così. Le attività sportive di alto livello, con il loro impatto mass mediatico, hanno acquisito un tale popolarità che anche gli spettatori chiedono di assistere a manifestazioni qualitativamente sempre più alte. Un tempo i fenomeni di massa erano gli spettacoli teatrali o musicali; oggi lo sono anche quelli sportivi. E come un artista nella sua vita si dedica alla propria attività vivendo dai compensi che ne derivano, così anche gli atleti di livello vivono dagli stipendi, dagli ingaggi, dai ricavi provenienti dalle varie manifestazioni.

Che strano. Il fenomeno sportivo è diventato, nel tempo, una specifica occasione di business. La stranezza sta nel considerare come ogni manifestazione sportiva viva dell’attività dell’atleta, per il quale praticare la disciplina va ben oltre il gesto fisico, il fare una corsa, lanciare un peso, calciare un pallone. Un atleta è tale perché, giorno dopo giorno, in lui c’è una costante cura nel compiere azioni e movimenti finalizzati a migliorare la propria prestazione. Una abitudine che insegna anche ad affrontare situazioni di difficoltà in modo da superarle nel migliore dei modi.  

Si ha la sensazione che lo sport abbia perso il suo valore iniziale e fondante. Non più celebrazioni delle capacità dei suoi partecipanti, quanto occasione di generare utili per organizzatori e l’intero sistema. Ma se la generazione di utili, in fondo, è una necessità organizzativa, ciò che preoccupa è la progressiva erosione dell’aspetto educativo dello sport.

Il maratoneta Emil Zatopek sembra avesse una certezza: «Un atleta non può correre con i soldi in tasca. Deve correre con la speranza nel cuore e sogni nella sua testa.» 

Smarrendo i valori educativi dello sport, rischiamo che esso diventi solo occasione di spettacolo. Forse dovremmo un po’ tutti far tesoro della lezione di Nelson Mandela, che, utilizzando anche momenti sportivi per la diffusione delle sue idee, in occasione “Laureus World Sports Awards” del 2000, disse: «Lo sport ha il potere di cambiare il mondo. Ha il potere di ispirare. Esso ha il potere di unire le persone in un modo che poche altre cose fanno. Parla ai giovani in una lingua che comprendono. Lo sport può portare speranza dove una volta c’era solo disperazione. È più potente dei governi nel rompere le barriere razziali, è capace di ridere in faccia a tutte le discriminazioni. Gli eroi che sono vicini a me sono un esempio di questo potere. Sono valorosi non solo in campo, ma anche nelle loro comunità, locali ed internazionali. Sono campioni, e meritano di essere mondialmente riconosciuti come tali. […] La loro eredità sarà quella di lasciare un mondo dove le regole del gioco sono uguali per tutti, e il comportamento è guidato dal fair play e dalla grande sportività.»

Abbiamo bisogno dello sport come base educativa, come pratica di virtù e valori.
Abbiamo bisogno dello sport affinché l’anima e il corpo di ogni persona possano diventare migliori con l’esercizio e con il tempo.