L’umana universale corresponsabilità

Durante un convegno mi distrae una occasionale citazione del prologo della Gaudium et spes, uno dei documenti principali del Concilio Vaticano II. Il prologo esorta la comunità dei cristiani, cui è destinata, a sentirsi realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la storia. Tra gioie e speranze, tristezze e angosce, non vi è nulla di genuinamente umano – si legge – che non trovi eco in ciò che vissero i discepoli di Cristo.
Ne faccio una lettura “laica” rispetto a quel contesto di riferimento e mi distraggo perché ricordo come in quel prologo, in quella frase, si faccia riferimento all’aforisma del commediografo Publio Terenzio Afro, originario di Cartagine, giunto a Roma come schiavo e poi reso libero, che nella sua commedia “Heautòn Timorùmeros” (traducibile come “Il torturatore di sé stesso”), scrive: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” cioè “Sono un uomo, nulla di ciò che è umano mi è estraneo”. La frase viene pronunciata dal personaggio Cremete, un vecchio cittadino ateniese, in un contesto che sottolinea l’importanza della solidarietà umana. Nel corso della commedia, Cremete interviene in una disputa che non lo riguarda direttamente, giustificando intervento ed interesse con questa massima.

Protagonista della commedia è un vecchio di nome Menedemo che non ha prestato consenso alle nozze di suo figlio, che per questo motivo lo abbandona. Il padre, disperato, si punisce lavorando tutto il giorno. Nonostante sia ricco e possieda molti servi, sembra agire in modo irrazionale: lavora dall’alba al tramonto come un forsennato. Il vicino Cremete se ne accorge e cerca di scoprire le ragioni di tanto accanimento lavorativo: “Non esco mai tanto presto al mattino, non torno a casa tanto tardi la sera, che non ti veda nel tuo fondo a scavare, arare, portar pesi. Insomma, non ti dai un momento di sosta e non ti fai nessun riguardo: sono sicuro che questo lavoro non è per te un divertimento”.

Menedemo non gradisce affatto l’ingerenza del vicino, ribattendo: “Cremete, hai così poco da pensare alle cose tue, da doverti occupare dei fatti degli altri, e di quello che non ti riguarda”. È in quel momento che Menedemo manifesta il suo interesse all’altro, al vicino, alla persona: “Homo sum: humani nihil a me alienum puto.”

Cremete manifesta, così, il cuore della humanitas, nella disponibilità a superare ogni difficoltà attraverso la comunicazione, mettendo cioè in comune con gli altri le proprie emozioni. Infatti, continua: “Se tu hai qualche pena, me ne dispiace; ma che disgrazia ti è capitata? Scusa, che male hai fatto a te stesso?… Non piangere, e, qualunque pena tu abbia, confidala a me. Non metterti zitto, non avere timore; abbi confidenza in me, ti dico; ti sarò vicino con il conforto, con i consigli, con il mio aiuto”.

La sensibilità e l’apertura di Cremete non lasciano, infine, indifferente Menedemo, che si confida raccontando il suo dolore per la partenza del figlio: “È partito di nascosto a me; sono tre mesi che è lontano”. Cremete prova a consolarlo: “Il torto è di tutti e due… Io direi che la tua natura sia portata alla tenerezza verso i figli, e la sua all’obbedienza, a saperlo prendere con modi ragionevoli, come si deve; ma né tu avevi ben capito lui, né lui te. Queste cose come succedono? Quando non c’è la franchezza; tu non gli hai mai fatto capire in che conto lo tenevi, e lui non ha avuto con te la confidenza che si deve avere con un padre. Se così fosse stato, tu non saresti arrivato a questo punto».

Quella breve ma significativa rivendicazione di Cremete, “Sono un uomo, nulla di ciò che è umano mi è estraneo”, è diventata nel tempo emblematica dell’etica terenziana. Circostanza singolarissima, la dichiarazione proviene da un commediografo precristiano che, con le sue rappresentazioni, sollecita il pubblico non al riso (come in prevalenza accadeva con l’altro commediografo del tempo, Plauto), ma a riflettere su temi di natura etica. Il caso raccontato nel primo atto dell’Heautòn Timorùmeros induce a cogliere le ragioni dell’altro e a comprenderlo, esalta il primato delle relazioni e condivisioni. Emerge un’etica di comprensione e tolleranza che scuote ancor più se si pensi che a proporla sia stato uno straniero, Publio Terenzio Afro, schiavo e affrancato nella Roma del II secolo a.C., centro di una civiltà caratterizzata da grande apertura nei confronti delle tante culture e stili di vita che andava incorporando.

Il richiamo alla corresponsabilità di tutti ed ognuno allo sviluppo della storia è conseguenza diretta ed immediata del naturale esserci, della presenza, della vita e, dunque, delle relazioni. Siamo tutti solidalmente responsabili della storia che, principiata come percorso proprio ed individuale d’azione, si completa ed invera in sintesi universale.

La relazione intreccia singolarità ed universalità. Nasce dai bisogni e dalle istanze dei singoli; realizza una pluralità di interessi che, interconnessi, si compendiano in modo organico. Compito di ogni individuo è impegnarsi a far sì che, nel percorso, in questo intreccio di relazioni, organicità coincida con armonicità, funzionalità, efficienza, omogeneità, ordine, equilibrio, generando humanitas a beneficio collettivo.

L’individuo è parte di un tutto più ampio nel quale vive, che gli sta accanto e cui non può rimanere indifferente. Il modello etico che si propone valorizza la comunione e l’universalità dell’esperienza relazionale partendo dal profondo della natura umana. Perché, come ammonisce Terenzio attraverso le parole di Cremete, attraverso l’affermazione iniziale cui segue il dialogo con Menedemo, “…la vicinanza è prossima all’amicizia…”.

Ho voluto rileggere quel dialogo. Sono stato colto da una piacevole sensazione: qualche paginetta scritta nel II secolo avanti Cristo riesce efficacemente, ancora dopo qualche migliaio di anni, a far riflettere sulla essenzialità della solidarietà nelle vicende umane. La mera vicinanza tra fondi vicini impone a Cremete di interessarsi alla vita del prossimo e di curarsene. Quante volte, invece, tralasciando i gravi e deprecabili casi di puro egoismo, trascuriamo la sottile differenza tra “discrezione” e “indiscrezione”. Giustamente allontanando la vana curiosità, il pettegolezzo, l’invadenza, manchiamo però di curare quella particolare forma di attenzione costituita dall’autentica e sincera compartecipazione alla vita altrui, con grave mancanza di sensibilità rispetto ai rapporti interpersonali.

“Non sono fatti miei” è la frase più utilizzata per giustificare silenzi ed omissioni nel comune vivere. Invece quella frase di Terenzio dovrebbe indurci non solo ad una più responsabile forma di comunicazione sociale, ma anche ad una equilibrata indiscrezione, così superando con saggezza e discernimento qualche rigida barriera in nome della comune umanità.

Per poter vivere bene è necessario far primeggiare l’amicizia e, ancor più, la più profonda agàpe, il grande segreto e regola aurea della vita. Il contrario costituisce somma ingiustizia nei confronti di sé stessi e degli altri. Perché tutto ciò che riguarda gli altri riguarda anche noi. È l’unico modo affinché questo nostro mondo, sempre più complesso, aperto e globale, variegato e plurale, immenso caleidoscopio di realtà, di sentimenti, di ragioni, ferva di verace humanitas.

(pubblicato nella rivista “Vivere In”, 3 – 4 /2024, pag. 14 – 16)