Mi faccio gli auguri…

Sarà stata colpa della corsa o di Orazio? O di chi altro? È che ieri sono uscito per una corsetta e, correndo, ho pensato al mio compleanno, all’età, al tempo che fugge, inesorabile. Sono fatto così; diciamo un po’ folle. Ed allora, forse anche per colpa di un professore che aveva Orazio tra i suoi poeti preferiti, ho ricordato la frase dum loquimur fugerit invida aetas, seguita dal più comune e banalmente interpretato carpe diem.
Sì, il tempo fugge inesorabile. Istanti, attimi, minuscole frazioni legate tra loro. Tante, indefinite, alcune apparentemente inutili ma che, l’una all’altra legate, compongono il grande puzzle della vita. Frazioni tutte preziose, da cogliere e nobilitare prima che siano volate via.
Ho ricordato anche gli insegnamenti classici a far in modo tale che il tempo non sia una mera sequenza quantitativa di minuti, di ore, di giorni (χρόνος, chrònos), ma abbia anche una dimensione qualitativa, soggettiva, indeterminata (καιρός, chairòs). Perché in opposizione alla sequenza ripetitiva, ciclica, meccanica, v’è la dimensione etica del tempo che induce a cogliere l’istante propizio nella sua immediatezza, cioè la necessità di cercare in quell’istante l’occasione da cogliere prima che sia volato via.
Nei pochi righi della sua più famosa ode, Orazio esortava la ragazza cui è dedicata (reale o immaginaria che fosse) a non cercare di sapere quanti altri giorni di vita gli dei avessero loro riservato, ma di accettare il destino assegnato dalla sorte. L’esortazione del poeta è nel “filtrare il vino” e ridurre le lunghe speranze a più brevi scadenze. Segue la frase più famosa: “Dum loquimur fugerit invida aetas: carpe diem, quam minimum credula postero” (Mentre parliamo sarà fuggito inesorabile il tempo: cogli il giorno confidando il meno possibile in quello successivo).
Orazio oppone l’aetas al diem. Il primo termine indica il tempo nel suo complesso che non si lascia mai afferrare, che fugge; il secondo non indica affatto l’attimo, come comunemente si ritiene e si traduce, ma la giornata. Ecco la singolarità di quel carpe diem. Come può mai afferrare e cogliersi il diem, il giorno, che rappresenta comunque uno spazio temporale ampio? Allora quel carpe diem indica il tentativo costante, lo sforzo, l’azione che si compie per cogliere quello spazio temporale, che tuttavia – ampio – si può cogliere solo in parte. Dunque, l’invito è a sforzarsi a strappare quanto più possibile dalla giornata, in ogni istante, con la determinazione e la consapevolezza che nell’istante successivo quello precedente se ne sarà già andato.
Non possiamo adagiarci sulla pur straordinaria bellezza della vita. La nostra vita è quella che stiamo vivendo ora, non quella che vivremo domani; la nostra vita è hic et nunc, per rimanere nel mondo latino. Siamo presenti, siamo nella vita, ed occorre agire ora, adesso, provando a vivere nel miglior modo possibile le frazioni di tempo di cui disponiamo.
Sono folle, lo so. Colpa della corsa, di Orazio, di non so chi… Chissà, forse colpa di altre mie fonti preferite, Maurice Blondel e della sua azione, “binario della vita”, secondo la metafora di Giuseppe Capograssi. Di certo sono folle perché oggi mi va di farmi gli auguri da solo: mi auguro di saper cogliere il καιρός, il tempo che vola via.








