Mi sono distesa per terra e ho guardato le nuvole

Recensione a libro di Carmen De Mola

Il programma era di leggere tre libri tra Natale e Capodanno. La lettura di quello che sembrava il più semplice mi ha rallentato e sorpreso più di quanto avessi previsto. Forse la conoscenza diretta dell’Autrice mi ha indotto in errore. Pensando di aver sbagliato, a prima lettura, nel cercare di scorgere in quelle pagine riferimenti alla sua persona, l’ho riletto in ampie parti, pensando alla sola storia.
La storia raccontata, nuda e cruda, è quella di un rapporto difficile tra due amiche all’ultimo anno di liceo.

Sullo sfondo di questa amicizia, esplosa solo tardivamente, fanno capolino quelle – non meno complicate – degli amici di scuola, delle loro famiglie, dei loro docenti. In breve, uno spaccato dei disagi esistenziali dei nostri adolescenti, alle prese con il complicato stare nella vita, non più limitata alle mura domestiche, tantomeno a quelle scolastiche, tra scelte diverse, primi amori spesso anch’essi sofferti, la paura di non essere compresi, sogni, aspettative e desideri a volte stroncati sul nascere.
Pur tuttavia, una luce di speranza accende queste giovani vite: la possibilità di realizzare quei sogni ed, in ogni caso, di aprirsi al futuro guardando con serenità il passato. Un futuro fatto, nella storia raccontata, di brillanti lauree in medicina alla Sant’Anna di Pisa, di master alla Scuola di Musica di Weimar; ma anche di professioni forensi abbandonate per un posto fisso alle Poste e di docenti precari.

Così la storia, che a prima lettura – lo confesso – mi è sembrata triste, forse troppo, rappresenta invece un fedele spaccato della realtà giovanile, dove ormai quello dello sballo del week end è prassi comune e generalizzata. E guai a contraddirla, per tutti! Genitori o insegnanti che siano.
Dove le prime esperienze sessuali perdono ogni barlume di genuina tenerezza, da ricordare per sempre, per presentarsi, nella migliore delle ipotesi, frettolose ed occasionali, quando non si presentino addirittura violente e dunque da dimenticare. Invece no, certe esperienze non si possono dimenticare.
Una realtà giovanile alle prese con le complesse dinamiche della politica e delle sue scelte, quasi mai consapevoli ed informate. Già, la politica, croce e delizia anche per i giovanotti, divisi – proprio come gli adulti – tra entusiasmi partecipativi, quasi innocentemente rivoluzionari, e disaffezione per un mondo percepito distante ed ingannevole.
Dove il rifugio consolatore è costituito da un buon familiare. Per fortuna, c’è sempre un buon familiare, almeno uno, che sa capirti ed accompagnarti.

Oltre la storia, che ho provato con difficoltà a sintetizzare, sperando di non averla banalizzata, un testo stilisticamente ineccepibile, per quel poco che può capirne uno come me…
Di agevole lettura, che in ampi tratti lascia trasparire il primo amore letterario dell’Autrice: la poesia. Non poteva esser diversamente, per una donna da sempre dedita, con piacere ed entusiasmo, alla lettura, alla scrittura ed alla passione per l’insegnamento, passione che traspare in ogni pagina di questo libro, magico carillon di esperienze scolastiche.

Insomma, un libro la cui lettura non andrebbe suggerita, ma imposta – se mai si potesse ed avesse un senso – ad ogni nostro caro giovanotto. Anche a noi, che da questi giovanotti siamo chiamati “vecchi”. Perché se questo è il mondo giovanile, se questa è la storia da raccontare, dipende anche da noi. Sicché, qualche riflessione senz’altro non guasta. A noi, prima ancora che a loro.

Infine, dalla lettura un dubbio mi rimane: Edimburgo. Si cita Edimburgo. Perché, tra tante, proprio la città di Edimburgo?

Sperando di aver stimolato chi avrà avuto la pazienza di leggermi, adesso veloce a comprare e leggere il libro. Suvvia…veloce.