Orientamento sessuale e fine vita, tra contraddizioni e difficili scelte.

La Puglia, terra di frontiera, vive da molti anni la condizione di “laboratorio politico”. Tra i tanti temi prioritari nell’agenda politica, dal periodo del governatore Nichi Vendola a tutt’oggi, a far da apripista v’è la dichiarata attenzione ai temi sociali; l’attenzione a quelle indicate “periferie del mondo”, riferite non solo alle condizioni dei luoghi ma anche a quelle delle persone; l’attenzione ai temi delle pari opportunità. Sono temi sui quali non è certo in dubbio la priorità, quanto il modo di declinarli, tanto che spesso l’occuparsene crea solchi e fratture esattamente contrarie ai fini che si vorrebbero perseguire.

Ed è quanto sta accadendo in queste settimane.

Con l’obiettivo dell’attuazione del proprio programma politico, nei mesi scorsi la Regione Puglia ha prodotto un’accelerazione sull’approvazione di due leggi: la prima in materia di “pari opportunità e parità di trattamento in riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere e alle variazioni nelle caratteristiche di sesso”, la seconda in materia di “assistenza sanitaria per la morte serena e indolore di pazienti terminali”.
La prima, frutto di lunga gestazione e lavori in Commissione, sarà proposta all’Assemblea per la definitiva approvazione alla ripresa dei lavori dopo la pausa feriale ed elettorale; stessa tempistica anche per la seconda, nonostante il tentativo del partito di maggioranza relativa di reclamarne l’approvazione assembleare prima della pausa.
La prima proposta disciplina a livello regionale la materia della libertà sessuale, della identità di genere o variazioni di sesso, con l’intento di superare ogni possibile discriminazione ed impegnando il servizio sanitario regionale, i servizi socio-sanitari e quelli socio-assistenziali, a promuovere e sostenere iniziative “…in favore delle persone omosessuali, bisessuali, transessuali, transgender e intersex (LGBTI) dei loro genitori e delle loro famiglie…” (art. 5).
La seconda proposta assicura, tramite le strutture sanitarie pubbliche regionali, l’assistenza per aiutare alla morte serena e indolore le persone malate in stato terminale o cronico, la cui condizione clinica è compatibile con il diritto al rifiuto del mantenimento artificiale in vita. L’assistenza sanitaria, consistente in prestazioni e trattamenti clinicamente adeguati, è assicurata a persone che siano capaci di assumere decisioni libere, consapevoli e abbiano espresso autonomamente e liberamente la volontà di accedere alle prestazioni e ai trattamenti, con le modalità e gli strumenti più consoni alle condizioni cliniche; siano affette da patologie irreversibili; siano tenute in vita con trattamenti di sostegno vitale; si trovino in condizione di sofferenze fisiche e psicologiche assolutamente intollerabili.

Entrambe le proposte rappresentano la volontà regionale di superare l’impasse che uguali tentativi di disciplina delle così delicate materie hanno incontrato a livello nazionale, nonostante gli interventi e le sollecitazioni in tal senso da parte della Corte di Cassazione e, soprattutto, della Corte Costituzionale.

Ma entrambe le proposte scontano un primo importante problema costituito dalla riserva di legge in favore dello Stato su tali materie. Pur volendo superare le riserva di legge, i temi in discussione sono di estrema rilevanza e delicatezza; certo non affrontabili ideologicamente, bensì lasciando prevalere una equilibrata ragionevolezza tra diverse esigenze ed interessi sottesi e contrapposti.

Quanto al tema della libertà sessuale, la Consulta Regionale delle Aggregazioni Laicali (CRAL) di Puglia e la stessa Associazione Movimento VIVERE IN (associazione che fa capo all’Editore di questa rivista) hanno offerto il loro contributo trasmettendo osservazioni scritte e partecipando direttamente alle audizioni esterne disposte dalle competenti commissioni regionali, osservazioni critiche nei confronti della proposta di legge.

Rilevata l’ambiguità terminologica presente nella materia, le prime perplessità sono rappresentate dalla mancanza di chiarezza di termini, quali “orientamento sessuale”, “identità di genere”, “transgender”, “intersex”, che, sebbene in uso nel linguaggio comune, in mancanza di definizioni, anche giuridiche, univoche e valide su tutto il territorio nazionale, vengono usati impropriamente. Invero, la terminologia sottende la presenza di teorie riguardanti la sessualità umana non scientificamente accertate rispetto all’utilizzo della più comune espressione “identità sessuale”. Con il rischio di prevedere addirittura tutele minori di quelle che idealmente si vorrebbero. Inoltre, la proposta trascura l’aspetto educativo, invece essenziale per migliorare effettivamente la convivenza civile, a tutela di ogni persona che, a qualsiasi titolo e per qualsivoglia condizione, sia esposta al rischio di discriminazioni.

Sempre a livello educativo, non emerge neanche il rispetto della corresponsabilità e libertà genitoriale nella scuola, in modo da assicurare che in essa vengano valorizzate la pluralità di metodologie di intervento idonee a garantire un’effettiva libertà di scelta.

Quanto all’altrettanto delicato tema del fine vita, la Conferenza Episcopale Pugliese ha ricordato come la sacralità ed il valore della vita impongano un ampio confronto parlamentare, dunque in rappresentanza dell’intero Paese, evitando logiche di parte e possibili strumentalizzazioni politiche. Invero, ogni cittadino ha, ben al di sopra dei diversi ius che gli si garantiscono, quello fondamentale e che si può riassumere nello ius vitae, cioè il diritto e la tutela da ogni attentato contro la vita e la garanzia che lo Stato se ne prenda sempre cura. Per raggiungere questo scopo, è necessario porre in essere ogni forma di assistenza e di ausilio, in qualunque stato della possibile malattia. Anche mediante cure palliative e di sedazione del dolore, purtroppo non sempre adeguatamente diffuse e fruibili in ambiti ospedalieri, territoriali e domiciliari, nonostante le indicazioni in tal senso – queste sì – presenti a livello legislativo nazionale fin dal 2010 (legge n. 38 del 15.03.2010).

Entrambe le materie scontano la difficoltà di introdurre norme disciplinando ciò che, eticamente rilevante, vive e si manifesta in modo diverso nelle tante sensibilità.
Al fondo vengono in rilievo concezioni antropologiche che riguardano la persona e la dignità umana di dubbia conciliabilità e, piuttosto, causa di profonde divisioni. Perché è nostra convinzione che, in realtà, presi dalla frenesia del voler regolamentare tutto, scegliendo la complicata vita del positivismo giuridico rispetto alla valorizzazione della dimensione propriamente umana del diritto, che vive ed alberga nel cuore di ogni uomo, non solo dei cattolici, ci si spende nella ricerca di una mediazione antropologica al ribasso che finisce con il trascurare ciò che si vorrebbe tutelare: la persona umana, nella sua più profonda essenza, con la tutela della sua vita, in ogni dimensione e contesto, dal suo nascere accogliendo la naturale diversità di genere al suo spegnersi assistendola amorevolmente.
Non è, forse, l’amore, la somma regola già scritta nei cuori, ciò che muove e regola, di per sé, ogni momento della vita?
Ci appare contraddittorio, allora, che pur in virtù del medesimo valore, l’amore, si invochi una libertà di scelta – che si pretende di regolamentare – dimenticando che il vero volto dell’amore si manifesta nell’accoglimento di vita e persona nella loro essenza, secondo il loro ordine naturale. Difenderle e sostenerle non richiede barricate o nuove crociate ideologiche, ma sforzarsi di applicare la primaria regola d’amore nella più comune, ordinaria, civica, sociale quotidianità, nell’ambito della quale si producono istanze e bisogni che inducono la formazione dei procedimenti legislativi.

È questa l’azione, al tempo stesso compito di responsabilità e di testimonianza, cui da credenti siamo chiamati.

(pubblicato nella rivista “Vivere In” , 4 – 4/2022, pagg. 21-23)