Pensare di “destra”?

 

La mia opinione? E’ che in Italia non c’è nulla che possa definirsi veramente “di destra”. Tant’è che per essere sdoganata, quella che poteva definirsi “destra”, l’allora MSI, ebbe bisogno, dal 1993 in poi, di Berlusconi. In realtà non c’è mai stato – né esiste oggi – nulla che possa, a pieno titolo, accreditarsi come grande forza liberale in grado di alternarsi, democraticamente, con la sinistra. Ne avremmo bisogno; ne avrebbe bisogno la democrazia. Ma sugli scaffali della politica l’articolo manca.

Adesso, prendersela con Berlusconi o con i suoi fedeli militanti, effettivamente non ha grande senso. In questi anni tutti hanno pensato a gestire il potere, cosa alla quale questa “destra” non era per niente preparata. Nulla che riguardasse il “pensiero”, il senso culturale dell’essere “di destra”. Perché la destra italiana, fondamentalmente, ha perso il piacere di “pensare”. Forse non lo ha mai avuto. O forse ha continuato a ritenere, nel dopoguerra, che anche il “pensare di destra” fosse un reato . Per cui ha saputo essere solo o nostalgica o chiusa comunque in cantina, come impaurita. Così, con la cronica incapacità di “pensare di destra”, si dovrà aspettare qualche altro decennio in attesa di un nuovo duce, un nuovo mago, un nuovo ercolino.

Ed allora, che si fa? Si fa che, cari amici presunti destrorsi, se si avesse voglia di essere veramente innovativi, esisterebbe un’altra sfida da coltivare. La vera sfida è quella di superare il “pensare di destra”. Perché non ha più senso. Come non ha più senso il “pensare di sinistra”. Trincerarsi ancora alla ricerca di valori, tradizioni, identità, che possano essere specifiche di qualcuno, piuttosto che di qualcun altro, non ha più senso. Serve uno sforzo culturale – questo sì, enorme – per individuare valori comuni da perseguire.

Utopia? Forse. Ma ha un senso sicuramente superiore al continuare inutilmente a sforzarsi del pensare solo di qualcosa, o comunque solo per appartenenze specifiche.

Ma c’è un ulteriore problema: c’è qualcuno in grado di farlo? Chi vuole reggere la sfida? Chi può farlo? Chi vuole lasciare primeggiare il formidabile strumento culturale, evitando che rimanga esclusività quasi elitaria?

In breve: è possibile recuperare il vero fine della politica superando le categoria tradizionali?