Per una civile convivenza

Il tema del fondamento della civile convivenza ha radici antiche ed ha sempre suscitato un vivace dibattito culturale. A confrontarsi, la contrapposizione tra la legge, la norma, le regole scritte dall’autorità costituita e governante in un certo periodo, ed i modi comportamentali individuali, personali, propri di ciascuno, per quanto a volte di comune tendenza. Dunque, tra νόμος (nòmos) ed ἦθος (èthos), tra legge e comportamento, secondo la tradizionale terminologia derivante dal mondo greco; tra una norma radicata nella comunità, tale da regolare la vita della città, e la indole personale e soggettiva del cittadino.

La contrapposizione è stata resa originariamente da Sofocle nella sua Antigone, opera letteraria che dal V secolo avanti Cristo è diventata celebre per la sua immutata attualità e che narra la contrapposizione di Antigone al decreto del re Creonte di divieto di funerali solenni per Polinice, riconosciuti invece ad Eteocle. Antigone, reclamando pari dignità per i corpi dei due fratelli, Polinice ed Eteocle, vicendevolmente uccisi in duello, oppone al decreto le ἄγραφοι νόμοι (ágrafoi nómoi), le leggi non scritte ma appartenenti alla natura umana. Si oppongono, cioè, le regole derivanti dalle decisioni politiche del momento, a quelle fondate su valori naturali, le regole scritte (oggi diremmo il diritto positivo) a quelle presenti nella coscienza individuale. Antigone rivendica la superiorità dei valori tradizionali, superiori, presenti nella natura umana dell’individuo, rispetto alle norme appartenenti all’autorità politicamente configurata.
La distinzione è giunta fino ai nostri giorni, con l’eterno dibattito tra leggi giudicate ingiuste cui sarebbe legittimo opporsi, e finanche se davvero la convivenza civile possa richiamarsi a leggi non scritte; tra i confini dell’ἦθος, èthos, e del νόμος nómos; tra comportamenti ritenuti naturali e quelli che, invece, sono frutto di condizionamenti culturali. Sul confronto circa i limiti da porre ai comportamenti e su cosa umano sia. Tenendo conto che l’evoluzione storica e sociale induce, oggi, a confrontarsi su temi che – tra molti altri – riguardano il digitale, l’intelligenza artificiale e le sue applicazioni, la manipolazione biologica e genetica, il rispetto per la natura, l’uso delle energie fossili o rinnovabili, la tutela dell’ambiente, l’eutanasia, la ricerca medica, scientifica e sperimentale.
Questo confronto non è certo di mera astratta teorica dialettica, ma si materializza nella quotidianità. Sono infiniti i casi in cui mal tolleriamo e vorremmo opporci a tantissime imposizioni e restrizioni stabilite dall’autorità politica del momento: una sempre più generalizzata propensione alla doglianza nei confronti dell’autorità costituita, cui finanche san Paolo – invece – raccomandava riconoscenza scrivendo ai Romani (13, 1 – 8). Da un canto, esprimendo la convinzione che l’ordine politico si inserisca comunque in un disegno superiore, con le istituzioni necessarie a consentire la umana convivenza; d’altra parte, non mancando di ammonire come non sempre l’esercizio del potere sia corretto. Anche la visione paolina, dunque, pone un limite all’autorità. Essa è necessaria, perché senza vigerebbe il disordine; tuttavia, deve mantenere la propria finalità ordinatrice rispondendo a criteri di giustizia.
La dialettica tra necessità e limite può superarsi riconoscendo la funzione ordinatrice svolta dall’autorità, che perde di legittimazione quando, tradendo tale funzione, diventa strumento di ingiustizia. Sicché la critica non riguarda l’autorità, ma la modalità di esercizio del potere che essa svolge. La funzione politica è, dunque, necessaria, ma non assoluta e l’esercizio del potere incontra il limite della giustizia e del bene comune, rifuggendo l’uso della forza.

La capacità di civile convivenza si fonda, letteralmente, proprio sul con-vivere, cioè sulla capacità di stabilirsi nella reciprocità senza che essa appaia come un riduttivo compromesso. È necessario un costante bilanciamento tra interessi, riconoscendo il primato della ragionevolezza, dell’equilibrio: in una parola, del λόγος, lògos. Fuggendo il pericolo che la tradizionale storica antinomia tra èthos e nómos, al pari di quella tra “leggi scritte” e “leggi non scritte”, venga comunque offuscata dal νόμος τῆς φύσεως, nómos tès physeos, la “legge di natura”, intesa come la semplice e brutale supremazia del più forte. È il valore agli antipodi della convivenza civile a cui opporsi e che purtroppo resiste strenuamente nelle società civili come scintilla sotto i carboni, pronta a trasformare i latenti dissensi in lotta.
Il potere va legittimato attraverso la ricerca costante del saggio discernimento tra differenti interessi ed esigenze, rammentando come l’autorità che lo esercita tragga il suo fondamento non in un puro elemento tecnico – o, peggio, arbitrario – bensì nell’esigenza, duratura nella storia dell’uomo, di con-vivere subordinandosi ad un principio di giustizia superiore, morale e trascendente, unico in grado di ben governare le infinite epifanie della storia dell’uomo. Così, quella paolina è una raccomandazione cui ognuno, governante, politico o comune cittadino che sia, dovrebbe ispirare la propria azione quotidiana. E che ognuno sappia aprirsi alla riflessione, prima personale e poi comunitaria, su cosa giustizia e bene comune siano e come si declinino. Sarebbe, in fondo, più che una riflessione, una specie di preghiera; forse “laica”, ma pur sempre preghiera. Del resto, chiunque ne abbia capacità – credente o non credente che sia – dovrebbe tenere in adeguata considerazione un’altra raccomandazione dell’apostolo delle genti, che, mentre Nerone ordinava carneficine di cristiani, suggeriva proprio che si facessero preghiere “…per tutti quelli che sono costituiti in autorità, perché noi possiamo condurre una vita quieta e tranquilla in tutta pietà e dignità…” (1Tim., 2, 1 – 2).

pubblicato nella rivista “Vivere In”, n. 1/2026








