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Per una politica del dialogo – Recensione Logroscino

11/07/2011
Per una politica del dialogo – Recensione Logroscino

Strappo, sfida e rivoluzione nel pensiero politico di E. Scagliusi

In un Italia terra di conquista; sfasciume svenduto a rigattieri, preferibilmente stranieri; vuoto di potere che giustifica e promuove l’invasione “extracomunitaria”; e sarebbe forse questa una premessa di rinnovamento, se non persistesse tenace, voracissima, imperterrita, inquietante ed inquinante la presenza di certi visi pallidi indigeni;  in questo scenario comico e cupo acquista singolare rilievo (o scoppia come una mina) l’ultimo lavoro che Eugenio Scagliusi affida alla garanzia delle Edizioni VivereIn, “Per una politica del dialogo” .

E già il titolo implica che una “politica del dialogo” nella serva Italia oggi non esiste; più esattamente, non esiste una politica degna del nome perché non è possibile intavolare un onesto dialogo costruttivo. Ciò che ufficialmente si autodefinisce dialogo e persino osa vantarsi, nientemeno, come dialettica parlamentare è avvilente chiacchiera di mercenari del video, rissa da trivio, inquinamento acustico, passerella d’amene sgrammaticature, e soprattutto trappola per l’ignaro cittadino.
Simulacro di parola dunque: che non ha nulla da dire; non è e non vuole essere occasione di fattivo incontro; anzi s’inalbera in strumento di reciproche esclusioni; ed è anche delittuosa distorsione di significati al servizio d’inconfessabili interessi personali.
Caricatura di dialogo; che non è nemmeno capace di mascherare ciò che ribolle dietro la farsesca imitazione di prassi politica: sgambetto, pugnalata alla schiena, brutalità di teppismo.
Nella migliore delle ipotesi si avrà un coinvolgimento tattico della Magistratura; la quale è tuttora attendibile come autonoma istituzione, ma ansante e spasimante anch’essa per imprescindibile esigenza di autodifesa.

Dello zoo politicante lo Scagliusi dice pochissimo, quasi niente; e fa bene a non sporcarsi; ma automaticamente lo evoca come termine di confronto nel fatto stesso di precisare i concetti fondamentali della relazione politica, in quanto autentica e rispettabile politica.
A monte dell’impegnativa meditazione splende il valore intrinseco della parola, brillantemente chiarito nel primigenio significato socratico di logos, ma anche arricchito e sublimato nel sovrasenso cristiano di Verbo: energia creativa dunque, rivelazione delle profondità abissali del pensiero, organo di comunicazione, strumento di associazione e collaborazione, e perciò fondamento inalienabile del dialogo, forma e norma della prassi politica.

Il meglio del volume confluisce in questa quasi religiosa premessa ispirata ad eccelsa dottrina. Non a caso vi incidono, in confortante sintonia, un’acuta prefazione del senatore G. Quagliarello e la presentazione di N. Giordano che, nella espressione anodina di “nuovo libro”, esplicita in sordina una qualificazione di originale novità, quasi monstrum nel coacervo incomprensibile della letteratura attuale. In questa premessa prendono dimora le radici, articolate e profonde, della vera e propria trattazione, sviluppata in poco più di centocinquanta pagine, e in capitoli generalmente brevi e scattanti, giudiziosamente scoccati in sezioni minori, che agevolano la lettura e la rendono più efficace e spesso piacevole.

Tre dunque i principi direttivi del coraggioso discorso; e sono interdipendenti tra loro, quasi col rigore clinico del classico sillogismo.

Nella premessa maggiore si riconosce la “necessità” quasi ontologica della vita politica. Non se ne può dunque fare a meno; ed esplicito è il richiamo all’insegnamento aristotelico, che fa della politica il carattere distintivo e specifico dell’essenza umana. “Animale politico” per definizione, l’uomo si riduce ad essere soltanto una bestia se non sa essere anche politico. E resta una bestia anche quando corrompe e falsifica il senso e il costume della vita politica.

Per rigorosa deduzione ne discende in premessa minore l’“obbligo morale di partecipazione” responsabile alla vita politica. Nessuno ha il diritto di appartarsi. Nessuno può dichiararsi indifferente. Tanto meno si ha il diritto di esercitare politica in termini di trasgressione.
Espressione della vita morale, la politica non può impacchettarsi in un facile e redditizio mestiere o, peggio, in occasione di appropriazioni indebite.

Necessariamente ne viene in conclusione che l’esercizio politico deve essere preceduto e animato da un’accurata preparazione; e questa non può ridursi alla ben nota scaltrezza o malizia (furfantesca talvolta) della tecnica parlamentare; ma è impegno di approfondimento e continuo rinnovamento culturale. In tale contesto la disciplina dottrinaria è una sola indissolubile cosa con la correttezza morale.

Nel rispetto di queste tre auliche premesse prende corpo lo sviluppo della meditazione in settori specializzati che peraltro, nella precisazione dei singoli aspetti del dialogo politico, aggiungono interessanti corollari a sorpresa.

Lo Scagliusi non ha intenzione, dice, di scrivere un trattato di filosofia; e bisogna credergli, perché il suo stile, pacato e colloquiale, frutto di sentimento più che di curiosità teorica, riduce al minimo indispensabile l’uso dei termini tecnici e delle astruserie accademiche.

Tra i meriti del volume spicca, a dispetto delle intenzioni, un ribollente sottofondo culturale, che tradisce remota ed inequivocabile preparazione anche filosofica. I già citati Giordano e Quagliariello fanno appena da avanguardia a tutta una schiera incredibilmente fitta d’altre fonti prestigiose. Dai classici sempre in auge ai moderni, magari discutibili, come Weber, all’ineludibile Freud, ai modernissimi come il  numinoso Wittgenstein, venerata icona dello scientismo contemporaneo.

Ancora più sorprendenti, in un autore ancora giovane, la sorvegliata prudenza ed una vincente abilità strategica nel mantenere le debite distanze, non lasciarsi travolgere dagli incantamenti sofistici, non cadere nelle foibe del modernismo.

Alla fine il lettore non incapperà nella consueta ingrugnata bibliografia delle trattazioni specialistiche, che di solito non è letta; ma non potrà trascurare le innumerevoli note, che sviluppano occasionalmente quasi un discorso a parte operante in parallelo; e sono spesso, come tutto il testo, provocatorie occasioni di ripensamento.

La struttura sillogistica evidenziata nelle premesse è già prova di sviluppato abito filosofico.
Ma questo non è tutto. Non saremmo giusti se trascurassimo numerose altre tematiche complementari, non per questo meno importanti.
Nell’esame del dialogo, delle varie sue forme, delle molteplici componenti, delle circostanze canoniche o casuali nell’infinita casistica delle condizioni ambientali o personali, la preparazione dottrinale è presupposta, ed anche avvertibile, ma è sempre subordinata e quasi dissolta nella suprema necessità di venire al sodo, e cioè alla prassi politica vissuta in termini di quotidiana sofferenza.

L’analisi del singolo atteggiamento politico porterà allora inevitabilmente alla disamina dell’uomo concreto nella sua struttura psicologica, proprio nel senso sperimentale della moderna psicologia. Questo fiuto psicologico agisce come il sale del discorso; sparso a piene mani è motivo non secondario di gradimento. Magari non sarà sempre tangibile (meno male) lo zampino freudiano; ma chi ne ha voglia potrà rintracciarne nelle note autorevole rappresentanza.
E poi, insieme con la componente psicologica, appare anche lo spunto pedagogico, come esigenza di educazione politica, ma anche nel minuto senso didattico: magari nella figura della maestra di scuola che, con pazienza e quasi pietà, “ascolta per l’ennesima volta la stessa domanda”.

Il maggiore impegno dell’Autore appare dunque rivolto alla disamina, caso per caso, della realtà concreta, sorpresa nel fatto singolo o nell’esempio illuminante. È questa la dichiarata intenzione. Ma proprio la pirotecnica esuberanza della pratica esemplificazione, insieme con l’esondante ricchezza della materia coinvolta, rende impossibile evidenziarne esaurientemente l’intera portata nel giro d’una paginetta, e richiama l’opportunità della lettura personale.

Basterà forse sottolineare che proprio in quella variegata abbondanza si può cogliere l’originale fisionomia della trattazione, e proprio in questa circostanza il lettore può patire gli stimoli del maggior interesse.
Ma infine neanche questo è tutto; perché, proprio per le stesse ragioni, in gara con la filosofia, con la pedagogia, con la psicologia, esplodono a sorpresa, almeno in alcuni capitoli, stimolanti incursioni d’altre discipline: dal cinema alle belle arti, astratte e non astratte.
Non mancherà la musica con la “rivoluzione del Cage”; non mancherà la medicina con la rivoluzione del “conversaziona­lismo”; e c’è la filologia che, magari umilmente in nota, scende a notomizzare i valori della parola sino all’osso della etimologia greca.

Non sorprenderà allora che un intero capitolo sia dedicato ad una breve antologia di “massime ed aforismi” con curiosa e dilettevole evocazione di fonti le più eterogenee.
Non per pregiudiziale parzialità dunque, non per deformazione personale, siamo costretti a prescindere dalla briosa vivacità dei germogli e delle ramificazioni, per limitarci all’esame delle sole strutture logiche ed alle generiche valenze etico-culturali del lussureggiante dettato.

Protagonista ne resta il dialogo nella eminente sua forma politica.
Sembra quasi un paradosso; ma se la partecipazione alla vita politica è necessità ontologica e non trasgredibile imperativo morale, ne viene che la natura stessa del dialogo non può non avere carattere politico. I concetti di dialogo e politica si fondono pur senza confondersi; quanto meno si reciprocano polarizzati in organica unità. Non c’è vera politica senza dialogo costruttivo; non c’è dialogo sensato che non incida costruttivamente nella quotidiana esperienza, e non abbia pertanto, direttamente o indirettamente, effetti civici.

L’analisi del dialogo è dunque analisi della stessa relazione politica.
Ogni capitolo del libro ne sviscera esaurientemente, forse con eccessivo scrupolo, una delle componenti essenziali. Ogni capitolo si inarca nella denuncia delle forme degenerative e delle interferenze corruttrici. Ogni capitolo approda e si completa nella enunciazione di una regola di comportamento; e ne avremo quasi un “discorso sul metodo”, a partire dalla materia prima, che è la parola. Quasi automatico il passaggio dalla parola, parlata o scritta, agli altri mezzi d’espressione: sguardo, gesto, casuale oggetto; che possono essere, come un fiore, anche più espressivi ed efficaci della parola.

A tutta la materia lo Scagliusi dedica succinte ed incisive panoramiche, aperte alla soddisfazione della curiosità e sempre sostenute da vigile senso critico.
Ma le pagine più persuasive sono indubbiamente quelle dedicate alla componente, quasi divina, del silenzio.
Il silenzio sembra qui diventare, più che un’ombra seguace della parola, lo spazio vitale, l’ossigeno che le permetterà di respirare. Ci sono ovviamente, e sono elencate e discusse, tante forme di silenzio; c’è persino il silenzio “che uccide”; ma non ci attarderemo ad inseguirne le variazioni. Basterà mettere nella giusta prospettiva quella particolare duplice forma di eloquente e costruttivo che coincide, soggettivamente, col ritiro nella solitudine della meditazione e della preparazione e, oggettivamente, col rispetto della parola e della persona dell’inter­locutore.

In queste pagine la parola dello Scrittore diventa particolarmente appassionata e quasi canora. L’uomo non può prescindere dall’altro uomo; anche il semplice muto solitario pensare “è sempre un rivolgersi ad altri”. E gli altri non sono complici o nemici, non sono numeri di folla amorfa, non clienti da manipolare, non poveri disgraziati da sovvenire, non indifferenti presenze casuali; sono una componente essenziale di noi stessi, sostanza del nostro meditativo silenzio; e insomma una ricchezza gratuita, “un dono” che ci viene offerto per la migliore realizzazione del nostro esserci.

Segue a commento una stimolante meditazione sul precetto evangelico del “non fare agli altri ciò che non si vuole fare per se stessi”; sulla “politica” necessità di tradurlo da negativo divieto in positivo impegno operativo; sul differente orizzonte delle due versioni, e sulla possibilità di corrompere l’una e l’altra per effetto di materialistica interpretazione.
Seguono varianti e corollari, parentesi o utili divagazioni nei capitoli dedicati, per esempio, al “chi ascoltare” e al “che cosa dire”.

Ci basti aver sottolineato la struttura logica sottesa dall’intero discorso; ci basti concludere con rilevamento delle valenze umanistiche.

Il volume, per valore didattico che abbia, non pretende di propinare nuove scoperte scientifiche né d’insegnare qualcosa; ma umilmente aspira a due o tre finalità, interdipendenti anche queste. In primo luogo appare l’ansia di confortare il lettore ed aiutare, i giovani specialmente, ad uscire dal letargo della disillusione, dello sgomento, della rinuncia o dell’indifferenza: da quella che, con riferimento a Gadamer, può brillantemente definirsi “patologia del disincanto”.

Non ci lasceremo turbare dall’inverecondo spettacolo della prassi ufficiale. E poi, perché conforto e cura siano efficaci, alta sventola qui, ed è come bandiera di combattimento, la cristiana certezza che un radicale miglioramento è ancora possibile.

Non si propongono qui utopie: si confessa una fede; in sostanza, l’attesa di una rivoluzione; in pratica, un invito coraggioso ed una occasione di ripensamento.

Questo libro, con la scrollante sua passione, col tagliente suo profilo, aspirerebbe attendibilmente ad una cattedra di politologia.

di Giuseppe Logròscino

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