Quale libertà?

Cogliamo da più parti una rivendicazione della libertà personale e della autodeterminazione. Quasi una corsa nel voler superare ogni vincolo di autorità, giuridica o morale che sia, individualizzando il concetto di libertà a proprio gusto e piacimento.
Non sembrano riguardarci neanche i limiti derivanti dal vivere comune e, con essi, il riconoscimento di libertà altrui e condivise.
Pretendiamo di autodeterminarci e reclamiamo i nostri desideri, spesso capricciosi, avendo quale unico riferimento la libertà di scelta in un ventaglio di proprie opinioni personali.
L’assolutizzazione dell’idea di libertà relativizza la vita. Tutto diventa lecito, anche a prescindere da qualsiasi limite etico, cioè dalla valutazione se ciò che si fa sia un bene o un male. Importa solo il sentirsi liberi, svincolati da ogni remora. Il valore di riferimento è il proprio “io”, superiore ad ogni legame comune. Non esiste altro criterio se non il “faccio ciò che mi pare e ciò che voglio e ciò che sia utile per me”, elevato a massima espressione.
Alla ricerca della larga soddisfazione collettiva si sostituisce quella della assoluta soddisfazione individuale.
Alla ricerca dell’accordo con gli altri si sostituisce la ricerca dell’accordo con se stessi.
L’unico fine è la propria soddisfazione materiale, smarrendo quello della ricerca della verità.
La ricerca della soddisfazione personale conduce ad una accondiscendente tendenza a rendere tutto opinabile, sminuendo anche valore ed efficacia di ogni tipo di norma, sostituita dall’etica del “tutto è permesso”, “tutto secondo la mia volontà”. Ne viene sminuito il valore della libertà quale strumento di comune ricerca di ciò che è più vero e duraturo.
Assolutizzare il principio del seguire volontà e convinzioni proprie, induce in errori. Si perde la dimensione razionale e sociale per abbracciare la dimensione edonistica ed egoistica, anticamera dell’isolamento. La vita di relazione, invece, responsabilizza e reindirizza l’individuo nel cercare la libertà nel rispetto degli altri e della natura.
La libertà dell’individuo deve trovare il suo naturale completamento nella responsabilità, nel respondeo, che significa l’essere chiamati a rispondere a qualcuno di qualcosa. Rincorrere la indipendenza, esclusiva, autarchica, contraddice la natura stessa dell’uomo, che invece si connota come dipendente, relazionale, calato in un mondo che lo circonda tra infinite sensibilità, interessi, percezioni.
La libertà di ognuno di noi trova un limite nelle libertà degli infiniti altri, fuori da noi, con i quali ci relazioniamo e che sono da rispettare, tutti, indistintamente, perché anch’essi, come noi, portatori di uguale dignità personale.
Il primato della dignità personale reclama un agire che sappia coniugare libertà e solidarietà, libertà individuali e sussidiarietà, lontano da quell’assistenzialismo statalista latore di inerzia e pigrizie.
La libertà, se vera e reale, è radice generatrice di tutti gli altri beni; invece, se caratterizzata da una solo astratta uguaglianza, rischia di produrre pericolose degenerazioni, anche stataliste.
Discernere connotazioni, contenuti e limiti della libertà individuale, è essenziale per vivere in maniera corretta e compatibile la comunione di vita, naturale e propria dell’uomo.
Il discernere è l’affinamento della capacità di scelta, in modo che fine e risultato sia realmente utile.
Discernere responsabilizza ed affina la volontà.
Limitarsi per aprirsi all’altro costituisce modalità più autentica ed alta dell’esercizio della libertà perché diventa strumento di ricchezza.
Le rivendicazioni liberiste prodotte dal mondo storico, a livello sociale come a livello politico, a livello economico come a livello culturale, trovano terreno fertile laddove ci si allontani dal riconoscere l’esistenza di una fondamentale legge morale, propria in capo ad ogni individuo e che troppo spesso si giudica scomoda o sconveniente. È la suprema legge morale dell’amore, fondamento del poter riconoscere uguale dignità, pari al sé stesso, anche all’altro, al proprio compartecipe nel mondo.
Discutere l’esistenza di questa legge è incompatibile con il professarsi credente, poiché essa deriva dalla creazione di ognuno ad immagine di Dio, tutti destinatari della medesima vocazione e medesimo destino. Ne consegue l’onere per i credenti, più e prima di chiunque altro, di adoperarsi, ognuno secondo la propria condizione e possibilità, per la eliminazione sociale delle disuguaglianze, anche facendosi partecipi delle vicende sociali, animandole ed indirizzandole solidarmente.
All’individuo moderno, come ed in ogni condizione oggi presente nel mondo storico, compete superare la tentazione di esercitare la propria libertà in vista della realizzazione del proprio desiderio ed interesse.
Esiste un orizzonte comune, sempre più evidente nel mondo globalizzato, per scorgere e valorizzare il quale occorre spendersi. Lo stare nel mondo, l’edificazione comune della polis globale, richiede il corretto esercizio del dono della libertà, strumento che, vincolato alla legge morale dell’ agape , dell’amore, la traduca nella pratica quotidiana.
La libertà è lo strumento che consente l’attualizzazione pratica della primaria legge d’amore, quella che consente la vera comunione, anche secondo i bisogni individuali, senza cedere agli errati eccessi propri degli egualitarismi statalisti, al pari di quelli liberisti o di ogni deriva meramente assistenziale.
Pubblicato nella rivista bimestrale “Vivere In”, 4/2020, pag. 31 – 32








