“Scarto e preziosità.” Una testimonianza al tempo del COVID.

L’Autrice della testimonianza che segue, Pina Masciavè , è mancata nel giorno di Natale.
Educatrice di grande competenza e professionalità, ha dedicato l’intera sua esistenza alla diffusione dell’ideale della “vita contemplativa”. Sarà ricordata come la prima straordinaria testimone itinerante, in tutta Italia, dell’ideale in cui ha creduto.
Nella sua riflessione, una mirabile sintesi del come si possa scoprire la bellezza anche nelle situazioni più difficili e dolorose, con vero sguardo “contemplativo”, attraverso quello che Lei chiama “esercizio di fede”.

Agosto. Qui, al Sud d’Italia, il clima è bellissimo; dalla finestra della RSA in cui mi trovo filtra un riverbero di luce estiva, a tratti più intensa e mi ricorda che è piena estate, tempo di ferie, riposo, spensieratezza: valori giusti del resto.

Dopo la quarantena a causa del Covid-19, sono uscita in corridoio per la camminata di fisioterapia e ho scoperto un mondo di cui sapevo l’esistenza ma non avevo mai fatto l’esperienza diretta se non per episodi familiari che ancora mi tornano in mente. Un mondo fatto di anziani e malati: pochissimi in grado di camminare, tutti con le sedie a rotelle; mi ha colpito il silenzio; nessuno parla, qualcuno grida e non capisco se per la sofferenza o la ribellione contro una situazione che forse non riesce a inquadrare.

Mi rendo conto che la giovane terapista si rivolge a tutti con gioiosa dolcezza e riesce a strappare una sillaba o un accenno di sorriso. Capisco che c’è una relazione lunga, costruita giorno per giorno, fatta di brevi parole, sguardi, gesti di affetto.
La prima realtà che percepisco di questo ambiente, detta in maniera brutale, è che qui vive uno “scarto” della nostra società, scarto che può essere economico, di potere, di autonomia. Qui è l’autonomia a mancare e questa mancanza la sto vivendo anch’io. È difficile pensarci quando si è lontani da queste situazioni; anzi sono pensieri che vengono rimossi perché fastidiosi, inopportuni e turbano la nostra convinzione di essere autosufficienti e, magari, sempre vincenti: ci fanno temere di poter essere “scarto”. E lo scarto è meglio non venga visto: anche per protezione, cura, difesa.

Quando rientro in camera, la televisione trasmette immagini di ferie estive: distese marine, spiagge e corpi bellissimi, forti e abbronzati che trasmettono voglia di vivere, di essere felici, di sentirsi appagati. Insomma è la bellezza che si offre in tutta la sua forza. Immediato è il confronto con la realtà percepita nei corridoi; e sorge l’interrogativo: ma… cos’è la bellezza? E ancora: ci può essere, c’è la bellezza nello “scarto”? Conosco la risposta; ma faccio fatica ad accettarla.
La risposta è che ogni condizione umana ha una sua bellezza inalienabile, che nulla e nessuno può togliere perché è la bellezza stessa di Dio donata per natura alla creatura uomo creata a immagine del suo Creatore.

È una bellezza che a volte traspare e attira lo sguardo e il cuore, a volte è celata dietro un velo che impedisce di vederne la luce e la preziosità. Mi viene in mente una espressione del profeta Isaia: “Non ha bellezza, né splendore per attirare i nostri sguardi…”. Il Profeta parlava del Servo di Javhè, il più bello tra i figli dell’uomo, la cui bellezza era offuscata da tutto il dolore dell’umanità: ma era la più preziosa bellezza perché era il prezzo per restaurare la vera bellezza umana.
Mi rendo conto, così, che l’apparente “scarto” ha una preziosità immensa: è la garanzia della bellezza vera, quella che non si corrompe, non si macchia e non muore; la bellezza che spetta come destino ad ogni creatura umana.

In me matura così la consapevolezza che c’è bisogno di guardare con altri occhi, cioè con lo sguardo di sentinella capace di vedere oltre il buio, con lo sguardo “contemplativo”. Non si tratta certamente di stravolgere la realtà, né di non valutare e godere della bellezza visibile che, anch’essa è dono grande di Dio alle sue creature; si tratta di guardare oltre il visibile nella certezza che tutto è luce e porta verso la Luce che nessuna nube può offuscare.

Capisco che c’è bisogno della lente della fede illuminata dalla Parola che è Luce, quella che si identifica con la Vita stessa. È questione di esercitarsi, anche in questa RSA.

Intanto la fisioterapista mi esorta:
“…Non abbiamo finito… c’è ancora un esercizio da fare…”
Le rispondo: “Anche tu sei a servizio della Bellezza…”

Pubblicato nella rivista bimestrale “Vivere In”, 5/2020, pagg. 32 – 33