“Small is beautiful”

“Piccolo è bello” ( “small is beautiful” ) non è solo uno slogan del minimalismo, cioè di quella corrente artistica degli assi sessanta-ottanta del Novecento, attiva in letteratura, in musica e nelle arti visive, attenta a evitare immagini figurative vistose, manovre compositive complesse, forti contrasti di tinte, e dedicata alla raffigurazione di una fetta di realtà minore, subordinata alla sfera privata. E non è nemmeno solo il cuore del programma minimalista della grammatica generativa, che mette al centro della propria ricerca scientifica eleganza e concisione del linguaggio nell’aderire al compito di connettere suoni e significati.
“Piccolo è bello” è anche un’asserzione che trova conferma nell’etimologia dei due termini, almeno nelle lingue germaniche.
Il clean inglese, “pulito”, è infatti l’equivalente del tedesco klein , “piccolo”, “minuto”. Piccolo è pulito, è netto, è bello.
Ma se l’idea che ciò che è pulito è bello appare di facile comprensione, non così evidente è l’idea che ciò che è bello è anche piccolo, e viceversa, e qui occorre qualche parola di spiegazione.
Troviamo alcuni segnali indicatori nelle Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime di Immanuel Kant (1764).
Nel regno di Kant, ove bello e sublime sono distinti e associati a diversi oggetti e stati d’animo, come le categorie binarie della tavola cinese dello yin e dello yang, bello è il giorno, sublime la notte; sublime il maschile, bello il femminile; sublimi la lingua tedesca, inglese e spagnola; belli il francese e l’italiano.
Sublimi sono l’intelletto, l’amicizia, e la tragedia; belli l’ingegno, l’eros, la commedia.
Il sublime risiede sulle montagne, nei dirupi e nel cielo stellato, nonché nella legge morale; il bello nei fiori e nei campi elisi.
Il sublime commuove, il bello affascina; il sublime è semplice, il bello è multiplo, e infine, ed eccoci al punto, il sublime è grande, il bello “…può essere anche piccolo…”.
Anche nel Discorso sul sublime di Edmund Burke (1757), di poco precedente al trattatello kantiano, troviamo l’associazione del sublime con ciò che è forte, ardito, massiccio, ruvido, scuro, potente, terribile, vasto, e del bello con ciò che è grazioso, tenero, ornamentale, liscio, morbido, delicato, armonioso, luminoso nonché piccolo.
Il sublime produce le emozioni più forti che la mente sia in grado di provare; il bello produce la passione d’amore.
Il sublime provoca attonimento (la condizione di chi è attonito, “stordito dal tuono”); il bello suscita soddisfazione, la passione che nasce dalla contemplazione di ogni cosa, appunto, bella.
Piccolo è bello anche perché amato. “In tutte le lingue di cui ho conoscenza – spiega Burke – l’oggetto d’amore è espresso in forme diminutive”.
Il diminutivo è sempre espressione di affetto e tenerezza.
Se il sublime parla di cose grande e terribili, ruvide e dai contorni spezzati, il bello parla di cose piccole, lisce, delicate, nitide, polite e pulite. Il bello è proprio di ciò che è ornato, minuto, piccolo.
Le associazioni non vengono motivate né da Burke né da Kant, dal momento che riflettono, a loro avviso, un sapere così diffuso e condiviso da apparire naturale, non bisognoso di giustificazione.
Né Burke né Kant hanno bisogno di spiegare il perché, ritenendo di potersi limitare al che.
Senza arrivare a scrivere un apposito trattatello sul tema, anche Hannah Arendt aggiunge un contributo di pensiero: grande è il pubblico, piccolo è il privato, che è anche “charming”, incantevole, affascinante, un po’ fiabesco, ma pur sempre irrilevante e insignificante.
Il pubblico è grande perché è il luogo della libertà, della permanenza e dell’onore; il privato è piccolo perché ospita la necessità, la futilità e la vergogna.
Teniamo per buona allora, almeno per adesso, l’associazione del piccolo col bello, tanto più che ce la conferma anche Heidegger: anche per lui il coseggiare della cosa è attività di poco conto (gering), semplice, docile alla sua essenza: “Semplice è la cosa (ring ist das ding): la brocca e il banco, il ponticello e l’aratro.” Semplice e bella.
E semplici e belle, perché sono cose e coseggiano, sono pure “lo specchio e il fermaglio, il libro e il quadro, la corona e la croce”.
Le cose elencate finora da Heidegger sono manufatti, sono prodotti della tecnica: la brocca, il banco, il ponticello. Ma il catalogo continua abbracciando anche fenomeni naturali, l’albero e lo stagno, il ruscello e la montagna che “…a loro modo, sono cosa…”. E pure esseri viventi, animali come l’orione e il capriolo, il cavallo e il toro, che sono cose “…a modo loro rispettivamente coseggiando…”.
Viva le cose piccole, semplici e belle.








