Stare alla finestra?

Non abbiamo voglia di rimanere silenziosi.
Non ce ne staremo oziosi, né saremo solo curiosi.
Non abbiamo voglia di assistere solo a spettacoli messi in scena da altri.
Vogliamo partecipare. Attivamente. Direttamente.

Stando alla finestra non si distingue bene. Tutto rimane confuso. Si assiste solo passivamente.
Eppure il sostare alla finestra sembra diventare la norma.
Invece nessuno può rintanarsi nel suo mondo perché non si può vivere nell’isolamento.

Nessuno di noi è una capsula separata o inconciliabile.
La natura umana, propria di ogni uomo, esige comunione, consonanza, convivenza. Per questo lo stare alla finestra diventa una scelta di stoltezza somma. 

Occorre, invece, far ripartire la società della saggezza e la prassi della comunione.
La vita non è semplice udito o semplice sguardo o semplice ascolto. Esige coraggio.

Si chiudano le finestre e si esca di casa se si vuole vivere o se si ha voglia di sperare che le cose cambino.
Non ci si può rassegnare a rimanere alla finestra.

Un momento sportivo, qualunque esso sia, può essere trasmesso per televisione, ascoltato per radio, assistito allo stadio. Però può anche tentarsi il gioco diretto, l’esercizio, la partecipazione a quella attività sportiva; direttamente, da protagonisti.

Occupiamo l’arena, la piazza, le strade, il mercato, le strade; viviamole. Capiamole,  incontrandoci e parlandone. Ovunque.

Non si può rimanere alla finestra, continuando solo e sempre a mugugnare.
Occorre riscoprire un nuovo senso civico, quello che consente di credere ad una umanità integrale, comune, partecipata.
Si chiudano le finestre e si esca di casa se si vuole vivere o se si ha voglia di sperare che le cose cambino.