Storiella di un ordinario ricovero.

Questa storia comincia alle 13.15 di un giorno qualunque. Il giorno fissato per un ricovero ospedaliero. Un ospedale. Uno vicino a noi. Molto vicino. Ma può essere uno dei tanti. Un reparto. Uno comune. Ma può essere uno dei tanti. Un ricovero. Anch’esso comune, di controllo periodico. Anch’esso può essere uno dei tanti. Una capo-sala. Ce ne sono tante, in ogni ospedale.
“Mi raccomando – aveva precisato per telefono – alle 13.00, massimo 13.30 dovete essere qui.”
Piccolo problema. Si capisce subito che bisogna attendere alle 14.00, quando è previsto il cambio turno; per cui bisogna pazientare un po’.
Allora perché ci ha fatto arrivare così prima? Boh, forse bisogna essere in reparto prima del cambio turno, in modo che i nuovi arrivati possano cominciare subito gli adempimenti. In ogni modo, poco male. Si tratta di aspettare poco. Poco più di mezz’ora.
Cambia il turno e quantomeno viene assegnata la stanza.
Sistemare i pochi effetti personali richiede circa cinque minuti. Diciamo dieci, per abbondare.
Solo che adesso, dopo l’assegnazione della stanza, comincia la parte più complessa: il ricovero, cioè compilare moduli, accettazione, cartella clinica.
Siamo in autunno, ma fa ancora caldo e si suda. Non è facile scrivere, soprattutto se si deve usare la tastiera di un computer. Però, suvvia, se ne può fare a meno. Meglio scrivere a mano, con la penna. Ma bisogna limitarsi alla parte anagrafica. Lo chiarisce la capo-sala.
“A proposito – precisa – guardi che il medico vorrà vedere la precedente cartella clinica…”.
Qualche attimo di panico. Come si fa?
“Va bene. Avremmo potuto pensarci. Però potevate anche dirlo quando avete chiamato. Se è proprio necessario provo a farmela portare.” Telefonata veloce a casa. Qualche volta i telefonini sono utili veramente. Solitamente, durante le attese, servono a giochicchiare e guardare il mondo virtuale.
Corri e scappa, dopo una ventina di minuti arriva un altro parente con la cartella clinica.
Sono le 15.00 circa. Forse ce l’abbiamo fatta.
“Va bene, aspettiamo il medico.”
“Perché, il medico non è ancora arrivato?”
“No, ma sta arrivando.”
Il cambio turno era alle 14.00. Il medico doveva essere già lì a quell’ora. Avrà avuto qualche problema.
Pazienza. Si può riprendere a giocare con il telefonino.
Il medico in effetti arriva. Pochi minuti dopo le 16.00.
I due parenti del paziente si alzano e chiedono alla caposala–direttore d’orchestra se possono andar via.
“No, il medico potrebbe avere bisogno.”
“Ma guardi che la paziente può rispondere benissimo!”
“No no, aspettate.”
Altra piccola precisazione. La verità è che può saltare il ricovero. Per cui, se prima la documentazione del ricovero non è completa, gli accompagnatori non possono lasciare il paziente. Certo, sarebbe antipatico dover richiamare a casa per riprendere il paziente. Meglio far attendere il disbrigo di tutte le formalità.
Il medico, non appena arrivato, deve andare al Pronto Soccorso. Si blocca tutto. Bisogna aspettare che ritorni.
Passa una mezz’ora ed il medico ritorna. “Prego, potete entrare.”
Il medico non comincia neanche a guardare le carte. Gli fanno notare che c’è un bambino. Il medico chiede scusa e chiede a paziente e parenti di uscire ed attendere.
Ci sarà da attendere ancora. Del resto, mica ci si può lamentare di una precedenza per un bambino. Solo che nel frattempo arriva un altro ricovero, il medico si libera e, non si capisce perché, dà precedenza all’ultimo arrivato.
Questa volta non è un bambino; ma sembrava conoscere molto bene l’ambiente….diciamo così. Forse era “conosciuto”.
In certe occasioni l’utilizzo del termine “conosciuto” è preferibile rispetto a quello “raccomandato”. Meglio essere politicamente corretti. Non ci sarebbero prove di una “raccomandazione”, che sarebbe – certo – politicamente scorretta; invece le eventuali prove di una “conoscenza”, una conoscenza mera, non indurrebbero altre considerazioni. Oppure le indurrebbero, ma meno gravi.
Ecco. Ha finito. Forse ci siamo. Ormai è suggeribile l’uso del “forse”.
Si entra nella stanza. In effetti in molte occasioni utilizzare il “forse” equivale a successo certo. Anche in questo caso: c’è stato un errore e bisogna dar precedenza ad un altro adempimento. Di nuovo fuori.
Il terzo tentativo è quello giusto. Ci siamo. Finalmente. Solo che prima bisogna salire su, a Cardiologia.
Sono passate le 17.00. Si sale, ci si presenta e si attende la chiamata.
Passa un’ora. Poi mezz’ora. Un’ora e trenta di attesa nella saletta, fuori dal reparto.
Arriva la fortuna: la paziente deve far pipì. Gli scappa proprio! Dopo oltre cinque ore non ce la fa più.
Evviva, questa sì che è una buona motivazione per suonare il campanello senza essere sbranati!
Si suona il campanello per chiedere del bagno.
Fortuna delle fortune, il bagno da utilizzare è quello della stanza delle visite ambulatoriali.
“Visto che ci siete, aspettate che facciamo fare la visita dal cardiologo.”
Ma come sarebbe “…visto che ci siete…”?!
Va bene, non è il caso di polemizzare. Ormai ci siamo.
Passiamo alla visita. Ovviamente è l’infermiere che procede all’elettrocardiogramma, mentre il cardiologo legge solo il tracciato. Normale. Ma non è normale – forse, perché è sempre bene utilizzarlo, questo “forse” – che non si tratti di un cardiologo comune, ma di un mega scienziato che, senza guardare i precedenti, la prima cosa che sa dire, aprendo bocca, è che deve essere cambiata la terapia.
La bocca non sempre sa rimanere chiusa.
Così, la bocca, aprendosi, libera questa frase: “Scusi, dottore, ma guardi che questo medicinale è stato sostituito perché erano sorti problemi.”
“Ma no, quali problemi? Questo è molto migliore.” Silenzio. Un interminabile silenzio. Riflessivo.
Poi una frase, riferita con la convinzione, già assolutamente certa, che si tratta di una bugia: “Va bene, se lo dice lei.”
Ma sì, meglio assecondare lo scienziato e sbrigarsela con il proprio cardiologo! Al limite con il proprio medico curante.
Si scende nuovamente al reparto. Mancano pochi minuti alle 19.00. Ci siamo. Arriva la chiamata giusta. Il medico riceve la paziente e può completare la cartella clinica. A posto.
Nessun “forse”, almeno questa volta. Ed addirittura – sì, addirittura – si può andar via.
Orario? Sono le 19.20. Sono passate appena sei ore.
Che saranno mai sei ore, appena sei ore? Sei ore fortunate. Certo, fortunate. Perché, in fondo, sono servite a riflettere. Riflettere non è da poco. Sei ore servite a riflettere sulla sanità. In maniera diversa da quella più comune. Non per accusare strutture, imprecare contro la chiusura di reparti ed ospedali, lamentarsi dell’aumento del ticket, accusare le liste d’attesa, prendersela con le riduzioni dei tagli…niente di tutto questo. Ma per riflettere su come – al pari di altre occasioni – la centralità competa e sia riservata all’uomo.
Dipende tutto dall’uomo. Dalla persona umana. Da ciascuno di noi. Da quanto impegno ci mettiamo nel lavoro. Da quanto crediamo nell’adempimento del dovere. Da quanto crediamo nel valore della responsabilità. Ma spiegare questi ultimi righi è, in questo momento, piuttosto complicato; per cui…chi avrà avuto la pazienza di leggere questa storiella completi lo sforzo per comprenderne il senso…
Buona riflessione.








