Suicidi ed effetto Werther.

Aumentano i casi di suicidio a causa della crisi economica. L’ultimo ieri, nel leccese. Le statistiche segnalano l’abbassamento dell’età media delle vittime.
Ma il dato preoccupante, su cui occorre riflettere, è il meccanismo psicologico che spinge le persone ad identificarsi con le vittime di suicidio, con i loro problemi e disagi, al punto di emularne il gesto. Gli esperti lo chiamano “ effetto Werther” , fenomeno per il quale la notizia di un suicidio resa nota dai mezzi di comunicazione di massa (giornali, tv, i nternet ) induce una catena di altri suicidi.
Sembra che il fenomeno prenda il nome dal romanzo di Goethe, I dolori del giovane Werther, nel quale il protagonista si suicida per non essere corrisposto nel suo amore.
Sembra che dopo la pubblicazione del libro (nel 1774) si verificarono molti suicidi di giovani che si identificavano nel giovane Werther e riconoscevano nella sua storia la loro storia individuale.
Lo stesso effetto si registrò anche in Italia quando Ugo Foscolo pubblicò Ultime lettere di Jacopo Ortis.
Anche in questo caso il protagonista si toglie la vita perché la donna amata si sposa con un altro uomo.
Ecco la riflessione.
Attiene ai rapporti tra il fatto storico e la sua diffusione, tra l’evento e la sua cronaca.
È giusto diffondere notizie di suicidi o tentati suicidi, soprattutto se collegati alla crisi economica, in presenza di un fondato pericolo che in molti si possano identificare nelle vittime?
La crisi economica coinvolge tutti.
Sono molti i cassaintegrati, i disoccupati, i licenziati, quelli che subiscono procedure esecutive o fallimentari, finanche semplici pensionati.
I suicidi per cause economiche fanno ormai parte del dibattito pubblico.
Difficoltà e disperazione inducono ad immedesimarsi nelle condizioni e nelle vicende degli altri. Spesso usiamo le azioni degli altri per decidere quale sia l’atteggiamento giusto per noi.
Certo, vi è la consapevolezza che esistano il diritto di cronaca ed il diritto all’informazione. Ma non sarebbe male pensare anche al potere che i media esercitano su di noi, un potere che addirittura Karl Popper, nel suo Cattiva maestra televisione (Marsilio Editori, Venezia, 2009), definisce “incontrollato” ed in grado di indurre nella società forti dosi di violenza.
La comunicazione e l’informazione svolgono un ruolo sociale fondamentale e incidono anche sullo sviluppo caratteriale di ognuno di noi.
La questione sarebbe anche più ampia e complessa, riguardando il livello di completezza ed affidabilità che comunicazione ed informazione offrono al cittadino medio.
Nel non lontanissimo 2000, Indro Montanelli scriveva su Repubblica che “…Il suicidio è una cosa che non ha né diritti né doveri. Di fronte a esso ci sono soltanto due sentimenti: di pietà, di enorme pietà, per lo stato di disperazione che ha condotto la vittima al suicidio. E di rispetto. Di altrettanto rispetto per il coraggio che ha chi resta vittima di questa cosa.”
Pietà e rispetto.
Pietà e rispetto sembrano non appartenere alla nostra civiltà, sempre in cerca di scoop.
Così, accade che le notizie dei suicidi, specialmente quelli definiti “di tendenza”, dovuti alla crisi economica, vengono presentati in maniera non adeguata rispetto alla loro origine, alla loro causa.
Non sempre la cronaca è in grado di precisare le ragioni del gesto, responsabilità, storie personali, sofferenze di chi lo compie.
Se ogni morte merita il rispetto e la pietà di cui parlava Montanelli, per avere questi sentimenti bisogna essere capaci di amare la vita, innamorati del suo mistero; anche delle sue difficoltà. Anche capaci di affrontare con delicatezza un dolore enorme, sicuramente difficilissimo da sopportare; ma anche difficilissimo da raccontare.
Sarebbe bello se tutti imparassimo a saper parlare della vita (ed apprezzarla!) anche nei momenti più difficili.
Un’altra sfida. Come per molte altre, serve provarci.








