Superare la peggiocrazia.

Sostenere che, politicamente, si è favorevoli ad una aristocrazia piuttosto che ad una democrazia , può sembrare grave ed addirittura pericoloso. “Com’è possibile – è la critica più comune – sostenere che sia preferibile che siano in pochi a governare, piuttosto che preferire forme di partecipazione più ampie, più popolari?” Peraltro, anche a volersi allontanare dalla originaria ripartizione aristotelica delle tre forme di governo (monarchia, aristocrazia, politèia), il solo riferimento al significato del termine aristòs (“migliore”) suscita ugualmente perplessità. Chi stabilisce chi siano i migliori? Con quale metodo di scelta?
La storia delle civiltà ci ha indirizzato verso modelli di democrazia nei quali, per quanto con regole diverse, sono i cittadini che scelgono da chi farsi governare. Purtroppo non sempre vengono scelti “i migliori”. Qualche volta ai cittadini non viene concessa neanche la diretta facoltà di scelta. Problematica attualissima ma in questo caso non rilevante. Perché non mi interessa tanto riflettere su regole e sistemi di scelta (leggi elettorali), quanto piuttosto sul risultato concreto che – a mio parere da almeno una quarantina di anni, per quanto il fenomeno si sia accentuato nelle ultime tre legislature – si è prodotto in termini di scelte.
Non credo di affermare eresie sostenendo che non abbiamo scelto i migliori. Anzi, il livello medio di preparazione e capacità dei nostri rappresentati politici è da tempo in fase paurosamente calante.
Colpa dei sistemi di scelta? Non mi sembra. O almeno non solo.
Per anni tutti abbiamo tollerato – e per certi aspetti favorito – un sistema clientelare che ha finito per premiare i peggiori a scapito dei migliori.
I pochi migliori emergenti hanno dovuto produrre sforzi enormi per reggere la concorrenza sleale dei peggiori: maggiori impegni, studi, sacrifici, esperienze, mortificazioni.
Abbiamo favorito un sistema per il quale si bussava alla porta del potente di turno elemosinando clientele, così ingenerando un sistema che ha reso quel potente sempre più forte e quasi intoccabile. Sempre più potente.
Sforzarsi di essere migliori non è un male. Non è una malattia grave. Non è un fenomeno antisociale da contrastare. Migliorarsi può essere un obiettivo costante per tutti e per l’intera vita di ognuno. Ma lo abbiamo trascurato tutti. Un obiettivo che, come qualcosa di ormai inservibile, abbiamo riposto in cantina.
Abbiamo preferito agli impegni, agli studi, ai sacrifici, alle esperienze ed alle mortificazioni, le apatie, le indifferenze, le approssimazioni, le facili soddisfazioni.
Abbiamo finito con l’alimentare un sistema clientelare, dove regnano incontrastati i peggiori. Il peggiore che alimenta il peggiore. Un circolo vizioso, perverso, che rompere è quasi impossibile.
Forse una soluzione ci sarebbe. Quel circolo vizioso deve essere rotto smettendola di cercare clientele, prima ancora che favorirle. Perché i migliori di clientele non ne hanno bisogno. Invece, dei migliori ne abbiamo bisogno, eccome! Loro, i migliori, delle clientele sanno farne a meno.
Non pretendo, allora, una aristocrazia. Ma solo perché non voglio essere frainteso. Magari fosse possibile! Posso, però, pretendere almeno una seria volontà di superare questa peggiocrazia che abbiamo instaurato, che continua ad allontanare i migliori, minandone finanche sogni e volontà di credere nel cambiamento?
Pubblicato nella rivista bimestrale “Vivere In”, 6/2020, pagg. 28 – 30)








