Superare le effimere democrazie valorizzando le differenze.

Questo mondo  social, retto dalla intoccabile e indiscutibile  democrazia del web , ci costringe verso una massificazione che già Tocqueville, in un’epoca in cui si viveva ancora con le candele, avvertiva come rischiosa.

Il generico richiamarsi ad una società di uguali, ontologicamente apprezzabilissimo, perde il proprio significato nobile laddove non si accompagni a valori spirituali e lo si rinvenga solo in umane fonti legislative, pur conseguenze di lotte e conquiste sociali. Si trascura come finanche il modello democratico più evoluto comporti la divisione della società in gruppi, nell’ambito dei quali la vita comune soffre di egoistici domini oligarchici, quasi sempre irrispettosi delle minoranze, che tendono a ripararsi anch’esse nel più comodo conformismo.

Indubbiamente nutriamo passioni diverse e aspiriamo a desideri diversi.
Pur nella reclamata uguaglianza, non siamo disposti ad offuscare passioni e desideri personali, mai sazi di quanto l’eguaglianza comunque ci riconosce.
Mal sopportiamo, invidiosi, chi abbia più di noi, interrogandoci sempre sulle motivazioni delle differenze che scorgiamo.
Chiediamo uguaglianza ma rivendicando possesso.
Quasi accecati dal bisogno di volere, di apparire, di detenere e mostrare tutto, cerchiamo nel mondo  social la soddisfazione altrimenti mancante nei gruppi di appartenenza, senza scorgere la fallacia del virtuale rispetto al reale.
Ne risulta una sostanziale desocializzazione in cui l’individuo non è protagonista, attore, progettista, sovrano, ma microscopica particella di un organismo che naviga autonomo e del tutto indifferente rispetto ai suoi componenti, tutti allineati come bravi soldatini; tutti ammaliati dal suono del magico pifferaio di turno che propone secondo la propria convenienza e carpisce sogni ed aspettative; tutti pronti a condividere o sbraitare, tra cuoricini,  smile likesigh  ed altre varie  emoticon ; tutti assorti nel rincorrere soddisfazioni esistenziali prive di vere relazioni; tutti accecati dal fanatismo del proprio egocentrismo.

Siamo indubbiamente condizionati da un potere, tutto moderno ed in parte sconosciuto, tecno e videocratico, che con abile manipolazione ci ha conquistati senza combattere. Perché ad esso ci siamo arresi, persuadendoci di poterne fare parte. Quasi una sottospecie di masochistica sindrome di Stoccolma dove, oltre al provare piacere dal subire una posizione di potere, ci si ammalia del contagio subito, godendo nel pensare di poterlo trasferire ad altri.

Anche il modo di fare politica ne risulta condizionato, ormai permeato da elementi di informatica, sistemistica e statistica privi del valore della passione e della coinvolgente iniziativa soggettiva, sostituendo al carisma ed all’autorevolezza la mera capacità di influenza mediatica, spesso priva di contenuti. Con la conseguenza che prevalgono non già idee durevoli nel tempo, bensì protagonismi da macchiettistica operetta.

La pandemia in corso ha acuito il fenomeno allontanandoci dalle piazze, dai luoghi e dalle tante occasioni di incontro della vita reale, dagli sguardi, dagli abbracci, dai cambiamenti del tono della voce, tra alti e bassi, silenzi ed urla, dai confronti a volte aspri ma veraci, dalla passione dei dibattiti e dei confronti. Personalità, professionalità e competenze che la vita reale rende più facilmente palesi, si perdono e confondono tra digitalizzazioni di tastiere ed espedienti offerti dalla rete.

La vera democrazia è quella in grado di valorizzare le differenze senza abolirle, tantomeno di fintamente assecondare improbabili richieste.
La vera democrazia è relativistica in quanto non ha verità assolute, ma vive dell’insieme; accoglie gli ideali e promuove i programmi; è pronta al ragionamento ed al dialogo fecondo; apprezza la persuasione e contrasta l’imposizione; corregge gli errori e fugge intolleranza e discriminazione; apre porte e non alza barricate; tollera le differenze e riconosce diversità culturali; armonizza i contrari; non demonizza i conflitti, ma sa illuminarli e risolverli con paziente chiarificazione; edifica il futuro mattone su mattone, risaltando anche il più piccolo; osserva con attenzione l’evoluzione del fatto storico adeguandosi alle novità e cambiamenti.
La vera democrazia si nutre delle potenzialità e personalità dell’individuo, dei suoi dinamismo e creatività. Quando si smarrisce e non si cura la vocazione dell’individuo, emergono le mere adesioni alle mode massificanti, effimere e passeggere.
La vera democrazia offre opportunità ed oppone i privilegi, quelli che a parole tutti condanniamo ma che ad ogni occasione brighiamo per ottenere, dalle ingenue scorciatoie alle grandi nefandezze, dalle piccole raccomandazioni alle illegalità diffuse.
Soprattutto, la vera democrazia si costruisce con pazienza giorno dopo giorno, anche attraverso sacrifici e rinunzie. Una gran bella seccatura rispetto alla ormai diffusa pretesa di ottenere risposte immediate alle proprie perenni insoddisfazioni a colpi di  social click!

La indubbia crisi della democrazia, come per molti altri caratteri del tempo presente, è essenzialmente crisi di valori. Un po’ come avere una scatola bellissima, ma vuota nel contenuto.
Al fondo si scorgono disamore e disaffezione non tanto per la  politica  in sé – anch’essa all’apice di un immenso smarrimento sociale – quanto per la  cosa pubblica , cioè per la condivisione di beni, risorse ed occasioni comuni. Una crisi, dunque, che riguarda l’essenza dello stare insieme, della socialità, della vita stessa, essenza costituita dalla solidarietà umana, sempre più sopraffatta da egoismi ingiustificabili ed atteggiamenti autarchici.

La crisi affonda le radici nel mancato rispetto di chi ci sta vicino e ci accompagna nel quotidiano vivere; nel non riconoscere al prossimo pari dignità e considerare che reclamiamo per noi; nel non saper rinunziare neanche parzialmente ai propri interessi rispetto a quelli pubblici e diffusi.

La bellezza della vera democrazia sta nella ricompensa che essa sola sa elargire, costituita in primo luogo dallo stesso concorrere alla sua realizzazione attraverso la propria azione sociale.

Ogni individuo, il proprio contributo alla costruzione della casa comune, non può che riceverne soddisfazione, beneficiandone nel secondo luogo dei risultati. Le differenze individuali, cuore della democrazia, ne costituiscono il lievito. A condizione, però, che ognuno lasci prevalere l’umiltà di servizio e sollecitudine verso l’altro, la cura per la  cosa pubblica , la ricerca del  bene comune.

Lo scetticismo di chi non crede che ciò sia possibile è pari al preferire la comoda facile ma effimera tastiera rispetto alla promozione continua e costante, mai sufficiente, di una profonda rivoluzione, culturale e morale, che considera ogni individuo, ognuno con la sua diversa personalità, quale valore primario da tutelare.

Quella da auspicare come fondante, in realtà, non può essere una rivoluzione  spirituale  che sappia accompagnare ognuno nelle segrete manifestazioni ed occasioni della vita, in modo da condurre saggiamente verso la bellezza dell’impegno sociale. Dalla individualità e dalle differenze, alla unitarietà ed all’uguaglianza, tutti ed ognuno partecipi e costruttori di una superiore trama unitaria.

Pubblicato nella rivista bimestrale “Vivere In”, 5/2020, pagg. 28 e seguenti