Tempo di riforme, ma serve tempo per le riforme.

È tempo di riforme. Lo dicono tutti ed ormai tutti hanno imparato la frase, anche i bambini. Ma non tutti hanno capito veramente cosa voglia dire, anche i grandi.
Prima o poi le riforme di cui tanto si discute, tanto si ascolta, tanto si parla, le faranno. Resta ancora un mistero il come le faranno. Perché per quanto nei luoghi competenti ed ormai ovunque se ne parli, sembra che le idee sul come riformare siano abbastanza confuse. Forse se ne parla troppo? O forse se ne parla da incompetenti?
Strano paese, l’Italia. Tutti sanno tutto. E proprio come tutti capiscono di calcio e tutti sono esperti allenatori, in questo momento sembra che tutti capiscano di riforme ed abbiano la propria ricetta per risollevare il paese.
Il luogo massimo deputato alle riforme, il Parlamento, sembra proprio lo specchio di questa italietta che litiga su tutto.
A Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, dove in questo momento si discute il testo della riforma costituzionale che riguarda proprio l’abolizione del Senato e, con esso, la fine del bicameralismo legislativo perfetto, si litiga su tutto. Migliaia di emendamenti, molti dei quali del tutto inutili e di mero ostruzionismo; dibattiti sterili che si prolungano inutilmente; lavoro fino a tarda ora, quasi a voler emulare Stachanov non tanto per nuovi modelli organizzativi quanto per l’impiego delle ore serali, scelta dubbia per produttività e ancor più per efficacia e qualità del lavoro prodotto. E poi urla, litigi e tanta pura demagogia ai quattro venti.
Uno spettacolo deprimente. Anche per chi – come me – è ancora romanticamente legato ad un’idea somma di politica che appartiene sempre più al mondo delle idee e sempre meno al mondo della realtà.
Certo, è tempo di riforme. Ma le riforme necessitano tempo. Il richiedere tempo per riflettere, pensare, studiare, discutere, analizzare, non sembri sprecato. Tutt’altro. Né chiedere tempo è l’alibi di chi non vuole riformare; piuttosto, è il bisogno di chi vuole riforme ben fatte. Possibilmente di larga condivisione.
Per riformare si è scelta la strada più complicata: affidare il compito agli organi stessi da riformare. Chissà se questo medico ha voglia di curare se stesso e se, nel caso, ha le competenze per farlo in proprio. Forse sarebbe stato meglio se si fosse rivolto a qualche collega, magari più esperto e competente.
Così – giusto per esempio – siamo rimasti in pochi a credere nel bicameralismo perfetto. Strano, però. Perché il premier Renzi ancora ieri ribadiva che “…l’obbrobioso Italicum sarà modificato al Senato…” . Se così fosse, vorrebbe dire che la seconda camera, Senato o Camera che sia, serve per correggere o emendare eventuali errori della prima. Dunque, la seconda camera avrebbe una particolare utilità, una utilità che oggi, invece, sembra a tutti un impedimento.
In pochi credono che il vero problema non sia il bicameralismo perfetto, ma la qualità del lavoro svolto (i provvedimenti legislativi) e la qualità di chi lo produce (i parlamentari), con il relativo criterio di selezione della classe politica (legge elettorale). E se proprio devo dirla tutta, avrei preferito una Assemblea Costituente, eletta su base proporzionale, che si fosse occupata solo di riforme costituzionali e legge elettorale, per massimo ventiquattro mesi, lasciando il Parlamento ad occuparsi di tutto il resto.
Invece in nome del contenimento e riduzione dei costi della politica abbiamo preferito altro.
Abbiamo preferito una strada molto più tortuosa e su i cui risultati ci sarà molto da discutere, per chissà quanto altro tempo. E non certo, come nel caso della Carta del 1948, per farne oggetto di studio, quanto per rammaricarsi dell’occasione persa e dei guasti.
Speriamo bene. A chi – come chi scrive – è inguaribile ottimista, il tempo riserva sempre la speranza in un benevolo futuro, la fiducia nel miglioramento possibile. Intanto, servirebbe tempo. Nonostante appaia un impedimento, quasi una ostinazione a non riformare, servirebbe tempo.
Serve tempo per le riforme.
Mentre, ieri, pensavo queste cose, giunge la notizia che la Corte Costituzionale ha eletto Giuseppe Tesauro come suo nuovo Presidente e che la sua prima dichiarazione è stata sintetizzata dagli organi di stampa con la frase “Sulle riforme serve maggiore riflessione” . Tesauro ha precisato che “…Ci sono provvedimenti che hanno bisogno di sedimentazione: andare troppo veloce per certe cose va bene, per altre è meglio una riflessione maggiore, purché non sia strumentale per ostacolare il cammino verso un migliore assetto del sistema…” . Il giurista ha poi aggiunto: “La nostra Costituzione è bellissima, ma come tutto è perfettibile: non avrei esitazioni sulla prima parte, ma la seconda si può perfezionare”. Infine, l’appello al Parlamento: “Ritrovate lo spirito dei Padri costituenti”.
Facile a dirsi; complicato a farsi. Se non altro perché quei Padri costituenti avevano – senza offesa per nessuno – ben altro spessore culturale e politico.
Ecco, tutto sommato l’ottimismo serve. Perché c’è sempre qualcuno che, in ogni caso, riesce a lasciar vivere la speranza. La speranza che tutto si possa perfezionare. La speranza che si possa migliorare. La speranza che saprà far prevalere la ragionevolezza del corretto uso del tempo.
Facciamo buon uso del tempo. E così adesso vi saluto e mi scuso: perché del vostro tempo ho abusato.
(nella foto, Giuseppe Tesauro il giorno del giuramento davanti al Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, 09.11.2005)






