Tra conflitti, tra legge e diritto, la via di Ismene ed Èmone.

Accusiamo sempre più spesso l’ingiustizia di alcune leggi o della loro applicazione.
Nel periodo dell’emergenza epidemiologica ne abbiamo fatto un leit motiv di ogni confronto giornaliero.
In realtà il tema è antico ed appartiene alla storia dell’uomo, magistralmente e drammaticamente rappresentato da Sofocle nel contrasto tra il diritto di Antigone e la legge di Creonte. Semplificando, diremmo oggi, tra la legge di natura e la legge positiva: il rapporto tra legge positiva ritenuta ingiusta e la sua disapplicazione, tra il comando ingiusto e la sua disubbidienza, tra il maturare il senso di responsabilità nei confronti della legge positiva ed il metterla in discussione. Non solo una astratta contesa tra norma morale e legge del potere, ma da un lato una concezione tradizionale che rivendica il primato dello ius , il diritto naturale “non scritto e non mutabile, che non è di ieri né di oggi, ma da sempre, di cui è ignota la rivelazione”, lo ius che vale per le cerchie umane vincolate da comunanza di sangue con al centro la famiglia, radicato nei legami vitali, compreso il culto dei morti; dall’altro lato, la preoccupazione dello Stato di dover garantire per il suo stesso funzionamento la lex , la legge positiva, uniforme, valida per tutti, che prescinda anche da legami interpersonali e familiari e travolga anche l’amore, coniugale, paterno, fraterno o filiale che sia.
Sofocle ha creato un mito, ben oltre la letteratura: la sua Antigone rappresenta unanimemente l’eroina che si oppone al potere.
Tuttavia dalla storia sofoclea, quasi ne fosse una sintesi, emergono elementi per opporre ampie e diverse valutazioni sul conflitto tra valori opposti più che tra poteri, conflitti che i protagonisti risolvono in maniera errata, fino alla tragica conclusione.
I valori contrapposti ci inducono a parteggiamenti mutevoli, tra giudizi di ambiguità attribuiti alla giustizia in sé, che spesso si riduce e trasforma nel suo contrario, alla presa d’atto che queste situazioni, per l’appunto, appartengono alla storia dell’umanità e si presentano ogni giorno. A volte parteggiamo per i tanti Creonte, invocando rigida e severa applicazione di ogni regola; a volte parteggiamo per qualche novella Antigone, simbolo della ribellione contro lo Stato. Due simboli per due valori ugualmente validi. Due comportamenti ugualmente rispettosi del proprio dovere.
Quasi nessuno parteggia per Ismene, sorella di Antigone, o per Èmone, figlio di Creonte, promesso sposo di Antigone, che tentano la terza via, quella della strategia e della ragionevolezza. In fondo quell’altalenante contrapposizione è giustificata dalla importanza e pariteticità dei valori in gioco, valori da sempre presenti nelle cronache quotidiane.
Da un parte le ragioni della comunità e della ragion di Stato rispetto a quelle dei singoli, anche a costo di sacrificare gli interessi famigliari.
Dall’altra parte, le ragioni delle relazioni umane più intime, proprie di una sensibilità che prelude alla nascita di una coscienza morale meno laica e più religiosa.
Nel mezzo, i tentativi di chi crede che si tratti di radicalizzazioni errate e predica le ragioni del dialogo.
Una terza via cui pochi credono e che, invece, occorrerebbe percorrere. Perché le tesi e le ragioni in gioco non sono sbagliate, ma ci sono momenti in cui occorre porsi umilmente in ascolto di quelle contrapposte, di comprendere l’altrui punto di vista, superando la pericolosità di fondamentalismi e radicalizzazioni.
La vita è ben più complessa e fatta di plurime relazioni per non tentare di contemperare gli interessi confliggenti.
I due protagonisti sofoclei, con le loro esasperazioni, finiscono con il tradire ciò che entrambi vorrebbero tutelare: l’amore. Che sia amore per il bene della città o che sia amore per il fratello morto. Sullo sfondo, la terza via: l’amore, non così unidirezionale e mai limitato, ma l’amore appassionato che Èmone prova per Antigone e quello sincero che loda Ismene.
I conflitti, pur esistenti e quasi necessari, possono essere oggetto di risoluzioni.
La difficoltà sta nell’evitare i conflitti cercando una sintesi che renda giustizia ad entrambi gli interessi concorrenti.
Il corretto agire ne richiede una equilibrata valutazione, finanche calandosi nel quasi incomprensibile immedesimarsi nelle profonde ragioni altrui. E non sempre si produce l’auspicata sintesi, realizzandosi comunque una qualche forma di ingiustizia. Tanto più è piena e ricca la borsa dei valori, tanto più è difficile realizzare l’armonia nel suo interno, che rimane la speranza e fine ultimo.
In fondo, la bellezza della vita sta nella poliedricità. Una società civile e democratica vive l’eterno conflitto tra lex e ius , tra legge e diritto. Ma senza ius , la lex può diventare debole.
Una società civile e democratica ha il compito di cercare un equilibrio tra poteri, interessi e forze contrapposte.
Una società civile e democratica ha bisogno del contributo di persone come Ismene, alla ricerca della mediazione.
Una società civile e democratica ha bisogno del contributo di persone come Èmone, portatore di una visione politica che scorge i rischi delle contrapposizioni e riconosce come anche qualche rinuncia possa salvare le identità.
Occorre ascoltarsi e provare a comprendersi. Chi viola la legge non ha ragione; nondimeno, la conoscenza del diverso punto di vista è motivo di arricchimento e di ricerca di soluzioni comuni.
La società cresce in questa ricerca comune, non nella fredda esasperazione dei propri interessi e dei propri esclusivi valori.
La società cresce quando si impara a rimediare agli errori.
Una società civile e democratica non pretende di dominare il variegato mondo delle situazioni umane attraverso la mera tecnica legislativa.
I fenomeni sociali sono sempre straordinariamente complessi e frutto, oltre che di razionalità, anche di emozioni, di affetti, di sentimenti. Alla loro sintesi siamo chiamati tutti, con equilibrio e saggezza.
L’opera letteraria di Sofocle costituisce da millenni la massima espressione dell’esito fallimentare e funesto generato dal reciproco disconoscimento di ius e lex , del diritto profondo e stabile dei legami sociali, impersonato da Antigone, e della artificiale e mutevole legge pubblica dello Stato, impersonata da Creonte. Un esito materialmente rappresentato dalla morte fisica per Antigone e dalla morte spirituale, di totale e quasi unanime delegittimazione per Creonte, contestato dai suoi concittadini e ripudiato perfino in casa propria, del quale alla fine nulla resta.
Per noi, la vocazione ad evitare lo stesso finale. Piuttosto, come Ismene, a rischio di apparire deboli ed incerti, provare a far prevalere la saggezza pratica. Come Èmone, a rischio di apparire prudenti e mirare ad altri interessi, ponderare la complessità dei fenomeni sociali, se necessario agendo con rispettosa circospezione ed equilibrata flessibilità.
Ci compete l’adoperarci per superare conflitti e tensioni sociali attraverso la potenza del dialogo sincero ed operoso, mai domo, primo strumento in grado di cogliere, dall’esperienza comune, quanto di essenziale vada valorizzato e trasformato in legge di vita universale.
È una vocazione comune, non limitata a chi in un certo contesto storico viene chiamato a ruoli di rappresentanza politica. Compete ad ogni soggetto, protagonista principale e parte necessaria nella formazione di una comune coscienza sociale, fondamento del percorso costitutivo della legge. Con il passo successivo, ancor più gravoso, di offrirsi disponibili proprio a quell’alto ruolo di rappresentanza, attività nobile delegata alla pratica realizzazione del percorso.
Dal caso letterario in esame emerge una lezione di vita. Non serve parteggiare per valori contrapposti. Serve adoperarsi perché la fatica dell’esperienza comune, il districarsi tra le innumerevoli circostanze della vita, produca valori condivisi, quanto più generalmente validi, pur senza dimenticare sé stessi.
È il primato della terza via, la via della più alta politica e del principio del lògos che deve indirizzarla. Politica e Lògos la cui interpretazione corretta e da favorire è quella che li vede scritti con la lettera maiuscola. A noi provare a farne ragioni di vita.
Pubblicato nella rivista bimestrale “Vivere In”, n. 3-2020, pag. 18 – 20








