Tutti vocati alla politica, la forma più alta di carità.

L’attività politica, la materiale costruzione della  pòlis  in cui quotidianamente viviamo, oggi aperta ad una concezione sempre più globale che supera i ristretti limiti territoriali locali, compete a tutti ed a ciascuno. Pur nella diversità e complementarità di forme, livelli, compiti e responsabilità [1], nessuno può tirarsi fuori da questa essenziale vocazione alla partecipazione politica, destinata alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale, con lo scopo finale di promuovere organicamente e istituzionalmente  il bene comune [2] .

Affinché sia realmente funzionale alla ricerca del  bene comune, l’attività deve lasciarsi guidare nel percorso di analisi dei fenomeni sociali e della sintesi del regolamentarli, dal carattere della  giustizia , virtù pubblica per eccellenza, quel comune profondo sentimento di ragionevolezza che, distinguendo il bene dal male, consente all’intera  pòlis  di godere dei benefici dell’attività stessa [3] .
Chi non prova sincero amore per la comunità, per ognuno dei suoi componenti, non può ben esercitare attività politica.

L’amore per la comunità, l’averne cura ed interesse, rappresenta la dimensione più tipica della carità, che, in quanto amore ricevuto, donato e testimoniato [4] , è il fondamento etico dell’attività politica, finalizzata alla costruzione di una vera civiltà dell’amore.

Tuttavia, nonostante si ribadisca spesso come la politica sia la più alta forma di carità – secondo l’accostamento proposto per primo da Pio XI [5]  e ribadita spesso da tutti i suoi successori –, molti nutrono riserve in merito alla partecipazione alla edificazione della  pòlis  ideale, la città dell’uomo che aspira al massimo miglioramento, esprimendo giudizi negativi sull’attività politica e su chi senta di assumerne il gravoso compito.

La presenza di disfunzioni e di sviamento dell’esercizio corretto della funzione politica, pur esistenti, non devono scoraggiare coloro che, pienamente e correttamente motivati dagli ideali di giustizia e solidarietà, si producano in favore del  bene comune  prestandosi alla politica in pieno spirito di servizio, lontani dal considerarla mezzo per la soddisfazione delle proprie ambizioni ed interessi personali.

Occorre accompagnare il percorso di chi voglia impegnarsi con questo spirito di servizio, così apprezzando e stimando degna di lode [6]  l’opera di chi creda e viva la funzione come una missione, assumendone il peso delle responsabilità.
Se assunto in questa maniera, l’impegno politico merita essere giudicato tra le più alte condizioni etiche, morali e professionali della persona, anche a prescindere dalle diversità di opinioni che la comune dialettica sociale comporta.

L’onere in capo a chi si professa credente è ben più gravoso, richiedendosi una coerenza con la propria fede, dovendosi lasciarsi guidare, nell’azione politica nel mondo, da vera ed umile carità cristiana, con autentico spirito di servizio [7] , alla luce del Vangelo e del pensiero della Chiesa [8] .

La presenza di una classe politica che mira a distinguersi per  slogan  di facile impatto sulla pubblica opinione, spesso generalisti ed errati, a volte finanche rozzi e volgari, attraverso un’abile strumentalizzazione dei mezzi di comunicazione, così generandosi giudizi negativi sulla bontà di una nobile attività quale quella politica, deve indurci a ricercare con pazienza, serietà e rigore momenti qualificativi di formazione delle opinioni e delle coscienze di ognuno di noi. Perché funzione ed impegno politico non si improvvisano, ma si preparano ed affrontano con la giusta responsabilità che ogni vicenda umana richiede.

Il compito non è affatto riservato a chi in un certo momento storico eserciti il ruolo di rappresentanza politica, poiché la unitarietà della vita chiama tutti al compimento dei doveri civili comuni; né l’animazione dell’ordine temporale può essere confinata in un ambito limitato ad alcuni, tantomeno tenuta distinta rispetto ai doveri spirituali.

Tutti, ognuno secondo proprie attitudini e personalità, nei vari contesti sociali, economici, culturali, politici in senso ampio, siamo chiamati al ruolo di lievito fecondo in un mondo sempre più massificato, così contribuendo ad interpretare ed organizzare i fenomeni secondo un giusto ordine [9].
Tutti esprimiamo il concetto più autentico di  cittadinanza , che non può compiutamente realizzarsi se non nell’ambito di una comune condizione nella  pòlis , nella quale tutti si adoperano, a vari livelli, per il corretto sviluppo. Ognuno con i propri e diversi compiti, ruoli, impegni, ma con una unità che produce armonia. Una cittadinanza, dunque, impegnata, riflessiva, consapevole e unita in vista di un obiettivo o un progetto comune.
Tutti siamo vocati all’impegno politico, funzionale alla costruzione della  pòlis ,dove il problema dell’altro non può che essere comune e, dunque, uguale al mio.

La comune soluzione, da ricercarsi pur a fatica ed in ogni circostanza che la vita presenta, è il vero ed alto compito della politica.

Appare significativamente senza tempo l’osservazione di Aristotele che, dopo aver definito il bene “ciò a cui tutte le cose tendono”, aggiungeva che “se anche il bene è il medesimo per il singolo e per la città, è manifestamente qualcosa di più grande e di più perfetto perseguire e salvaguardare quello della città: infatti benché sia degno il conseguire il fine anche di un solo individuo, tuttavia è più bello e più divino conseguirlo per una nazione o per una  polis .” [10]

Tutti viviamo nel mondo, la cui ricchezza comprende anche situazioni difficili e complesse, bisogni e preoccupazioni che, comune destino, reclamano il reciproco agire amorevole, elemento primo e necessario di una giustizia sociale che favorisca il progresso di ciascuno e salvaguardi la dignità di ogni singola persona umana.
Per quanto possano legittimarsi plurime differenti opinioni sulla concreta realizzazione del  bene comune, peraltro tipiche di un corretto pluralismo culturale e rispetto alle tante variabili storiche e sociali, tutti siamo vocati a lasciarci ispirare dalla regola dell’amore caritatevole, fondamento della comunione.

È una vocazione che promana dalla ordinarietà della vita, che attende che essa si trasformi in concreta azione di servizio in favore della vita stessa: la vita di tutti noi al servizio amorevole della vita in comune e la politica, che della vita in comune si occupa , alimentata da una vigorosa tensione morale.

Pubblicato nella rivista bimestrale “Vivere In”, 4/2020, pagg. 28-30

[1]  Caritas in veritate, 7.
[2]  Christifideles laici, 42.
[3]  Caritas in veritate, 6 – 7.
[4]  Caritas in veritate, 5. [5]  Il 18 dicembre 1927, in un discorso rivolto ai giovani della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, Pio XI affermò: “E tale è il campo della politica, che riguarda gli interessi di tutte le società, e che sotto questo riguardo è il campo della più vasta carità, della carità politica, a cui si potrebbe dire null’altro, all’infuori della religione, essere superiore… Tutti i cristiani sono obbligati ad impegnarsi politicamente. La politica è la forma più alta di carità, seconda sola alla carità religiosa verso Dio ”. In Discorsi di Pio XI , SEI, Torino, 1960, vol. 1, pagg. 742-746. L’espressione venne poi ripresa dall’allora assistente ecclesiastico della FUCI, Giovan Battista Montini (Discorso agli studenti , Studium, 24, 1928, p. 3.
[6]  Gaudium et spes, 75.
[7]  Octogesima adveniens, 46 anni.
[8]  Apostolicam Actuositatem, 7.
[9]  Deus caritas est, 28, a. [10]  Etica Nicomachea, 2;