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Vita Politica

Vocazione alla politica. Esigenza e valore di un impegno nella “polis” eticamente orientato

02/12/2024
Vocazione alla politica.                               Esigenza e valore di un impegno nella “polis” eticamente orientato

Relazione al Forum di Dottrina Sociale della Chiesa
organizzato dalla Diocesi di Lamezia Terme

Ci sono riflessioni che nascono da lontano. Nel caso di questo tema, quello della “Vocazione alla Politica”, peraltro con la specifica qualificazione di una chiamata ad un impegno eticamente orientato, la riflessione è nata quasi quaranta anni fa, cominciando a pensare se, come, perché si potesse e dovesse provare a proporre una diversa idea di politica rispetto a quella più comune.

Premetto come la locandina di presentazione di questo incontro ha costituito, per me, una piacevole sorpresa, costituita dalla scelta della immagine di fondo. Perché diversi anni fa, quando con un gruppo di amici lavorammo sul nostro territorio, Polignano a Mare, provando a concretizzare l’auspicio per una politica che fosse realmente propositiva e che, soprattutto, nascesse dalle esigenze del territorio, scegliemmo la stessa immagine.

Nel ciclo di affreschi «Allegorie ed effetti del buono e del cattivo governo» il pittore senese Ambrogio Lorenzetti illustrò, a metà del Trecento, come la città e i territori limitrofi possano essere valorizzati dall’applicazione di un corretto corpus di regole. Affermare che, applicando un “corretto corpus di regole”, città e territori possano trarre benefici sembra una banalità. Ma si rischia che l’affermazione da banale diventi una vera e propria chimera, laddove non ci si adoperi per favorire nuovi modelli di governo (di governance).

Propongo alcuni spunti di riflessione, permettendomi anche alcuni rinvii a testi di approfondimento che sono presenti nel mio blog.

  • 1. Vocazione alla politica, presenza nella vita

Il termine vocazione trova fondamento nella costituzione conciliare Gaudium et spes, documento che per primo trattò il tema della chiamata dei laici all’animazione del mondo temporale.

Più che dal concetto di “vocazione”, cioè di chiamata, di richiesta di impegno a fare qualche cosa, propongo di partire e valorizzare quello di presenza.

Vocazione apre ad una prospettiva, visione prospettica; presenza segna una realtà attuale, concreta, hic et nunc; richiama l’esserci,

Parlando di “politica”, quello della “presenza nella vita” è caratterizzazione un po’ sottovalutata. A mio parere perché siamo condizionati dalla politica rappresentativa, dal “ricoprire cariche”, cioè dall’esercizio del mandato politico a seguito di una scelta elettorale. E riteniamo “politici” solo quelli che ricoprono cariche.

In questo modo, dimentichiamo la natura politica dell’uomo, animale politico, portato per sua natura ad unirsi ai propri simili per formale delle comunità. E forse più che richiamare Aristotele, i cattolici che colgano questo valore dovrebbero rifarsi proprio alla Gaudium et spese, fonte privilegiata e fondamentale che ammonisce come “…L’uomo, per sua intima natura, è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere, né esplicare le sue doti…” (G.S. 12). Senza alcuna distinzione e nella consapevolezza che non tutti possono essere “credenti”. Tanto che, parlando di “ateismo”, quel documento chiarisce come “…tutti gli uomini, credenti e non credenti, devono contribuire alla giusta costruzione di questo mondo, entro il quale si trovano a vivere insieme; ciò, sicuramente, non può avvenire senza un leale e prudente dialogo…”.

Da quest’ultima frase emerge un’altra connotazione essenziale per aprirsi ad una politica diversa: il dialogo quale metodo e strumento per la civile convivenza. Anzi, ancora più precisamente, la dimensione del lògos, su cui proporrò qualche altra considerazione.

Mi permetterò di indicare alcune “verità”. Alcune forse costituiscono, più che “verità”, “proposte”. Sono le mie proposte, che personalmente ritengo “verità”. Dunque, le propongo nella piena consapevolezza che potrebbero non essere condivise.

  • 2. La prima verità: la vita in comune.

Il vivere in comune costituisce destino profondo della persona. Di certo, la vita, e la vita in comune, è una innegabile verità. Noi tutti, viviamo, ci siamo, siamo presenti nella vita, nella vita storica.

Non si può parlare di politica, prescindendo dalla vita. La politica, anche nella concezione tradizionale e più comune, si occupa della vita. E perché mai, allora, dovremmo consentire che altri si occupino di noi, restando indifferenti, invece, rispetto all’occuparci, tutti insieme, di noi? Perché dovremmo delegare anche i momenti partecipativi? Deleghiamo la rappresentanza attraverso il mandato elettorale, ma non dovremmo mai rinunziare al momento partecipativo. Perché mai non dovremmo preoccuparci (anzi, occuparci) della fase programmatoria della vita pubblica, al pari della vita privata?

Parlare di “programmazione politica” sembra una barzelletta. Ma deprime sempre più, in ogni campagna elettorale, qualunque essa sia, assistere alla trasformazione dei suoi momenti propositivi e programmatori in critiche all’operato di chi amministra. Converrebbe rammentare che non sempre è opportuno levare le vele e spingersi al largo, sino a perdere di vista la terra: ritrovarsi, dopo qualche tempo, senza strumenti ed esperienza per fare ritorno, può essere molto pericoloso.

La nostra naturale presenza nella vita, questo nostro comune vivere, ci induce altrettanto naturalmente ad occuparci di noi e di chi ci sta vicino. Nulla e nessuno può esserci estraneo.

Ho già fatto cenno alla Gaudium et spes.

Il prologo esorta la comunità dei cristiani, cui è destinata, a sentirsi realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la storia. Il documento principia con la frase del commediografo precristiano Publio Terenzio Afro, che nella sua commedia “Heautòn Timorùmeros” (traducibile come “Il torturatore di sé stesso”), scrive: “Homo sum, humani nihil a me alienum puto” cioè “Sono un uomo, nulla di ciò che è umano mi è estraneo”.

Il richiamo alla corresponsabilità di tutti ed ognuno allo sviluppo della storia deriva dal naturale esserci, dalla presenza, dalla vita e, dunque, dalle relazioni. Siamo tutti solidalmente responsabili della storia che, nascendo come percorso proprio ed individuale d’azione, si completa ed invera in sintesi universale.

La relazione intreccia singolarità ed universalità. Origina dai bisogni e dalle istanze dei singoli; realizza una pluralità di interessi che, interconnessi, si compendiano in modo organico. Compito di ogni individuo è impegnarsi a far sì che, nel percorso, in questo intreccio di relazioni, organicità coincida con armonicità, funzionalità, efficienza, omogeneità, ordine, equilibrio, generando humanitas a beneficio collettivo.

L’individuo è parte di un tutto più ampio nel quale vive, che gli sta accanto e cui non può rimanere indifferente. Il modello etico che si propone valorizza la comunione e l’universalità dell’esperienza relazionale partendo dal profondo della natura umana. Perché, come ammonisce Terenzio in un dialogo della commedia, “…la vicinanza è prossima all’amicizia…”.

(Per approfondire: https://eugenioscagliusi.it/lumana-universale-corresponsabilita/)

La frase “Sono un uomo, nulla di ciò che è umano mi è estraneo” è stata ripresa da Papa Francesco alla 50 Settimana Sociale dei Cattolici. È stata citata proprio per richiamare i cattolici a contribuire attivamente alla costruzione del bene comune. Il Papa ha ricordato come occorra ridare salute e dignità alla democrazia, in crisi “…come un cuore ferito…”, attraverso l’attività pratica nella quale essa si produce, cioè l’attività politica.

Non si svolge attività politica senza partecipazione. Il cuore della politica – ha ammonito Bergoglio – è “fare partecipe”, cioè prendersi cura del tutto. Con un coinvolgimento prima personale, poi comunitario. E senza timori per le difficoltà insite nella ricerca del bene comune, ma con il coraggio di proporre nel dibattito pubblico l’amore politico.

Ci si interroga spesso su cosa sia questo bene comune. Mi avventuro in una risposta: è la capacità di individuare le obiettive esigenze delle persone e delle comunità, di analizzarle e di corrispondervi con la gradualità e nei tempi compatibili. È, a mio parere, la ricerca della reale efficacia di ogni azione politica rispetto ai problemi concreti delle comunità.

Inutile negare: il compito è difficilissimo. Nobilitare la politica è difficilissimo.

Tuttavia, possiamo provare ad opporre le difficoltà allenandoci alla partecipazione. Senza improvvisazioni, ma con percorsi di responsabilità graduali che consentano di sostituire, al più facile “parteggiare”, il più corretto “dialogare” per raggiungere obiettivi comuni in cui tutti possano riconoscersi. Un percorso dal quale i cattolici non possono emarginarsi, ma che devono animare costruendo ponti, occasioni di unità e di dialogo, così favorendo sinergie per il bene comune.

Questo “cuore ferito” – per riprendere le parole del Papa – attende che i cattolici ne contribuiscano al risanamento. Urge sempre più partecipare. Pur nella consapevolezza della difficoltà, occorre provarci.

Ecco, allora la prima provocazione: tu, che fai?

  • 3. Da verità a dimensione. La seconda dimensione: l’azione.

L’idea di presenza, di responsabilità della presenza e della partecipazione, è strettamente collegato all’idea di azione.

Azione non è affatto mero attivismo. Anch’essa è uno strumento. È ciò che ci consente di aggiungere in ogni momento qualcosa di sé a noi stessi ed a ciò che ci circonda. Agire è il continuo adeguamento di me stesso; è ciò che consente di migliorarmi; è la continua tensione a volere, a conoscere, a produrre.

Ho scoperto questa idea di azione tantissimi anni fa conoscendo occasionalmente Maurice Blondel attraverso un suo grande studioso, il filosofo del diritto Giuseppe Capograssi.

Non solo mi permetto di suggerire di leggere il libro l’Action (preferibilmente nella traduzione originaria di Ernesto Codignola), ma rimando ad un brano di questo libro per meglio comprendere cosa azione sia, affidando la spiegazione al suo Autore.

(Per approfondire: L’azione. Anzi, #azione. Cos’è? – Eugenio Scagliusi)

Soprattutto, dal mio punto di vista ha una forte valenza “politica” l’idea, che appartiene a Blondel, secondo cui “…Se non agisco di mia iniziativa, c’è qualcosa in me o fuori di me, che agisce senza di me…”.

Preferiamo “agire”, assumere l’iniziativa, o preferiamo che altri lo facciano per noi? Certo, anche restare indifferente è una possibilità. Ma se scegliamo l’indifferenza, il restare alla finestra rispetto alla partecipazione politica, non siamo poi legittimati a lamentarcene.

Propongo un altro testo. Nuovamente dalla Gaudium et spes.

Questa volta siamo al paragrafo 30 e già il suo titolo è significativo: “Occorre superare l’etica individualistica”.

Lo faccio perché è un testo che mi consente di collegare questa esigenza di “agire” all’esigenza di aprire alla dimensione “etica” dell’agire.

La profonda e rapida trasformazione delle cose esige, con più urgenza, che non vi sia alcuno che, non prestando attenzione al corso delle cose e intorpidito dall’inerzia, si contenti di un’etica puramente individualistica. Il dovere della giustizia e dell’amore viene sempre più assolto per il fatto che ognuno, interessandosi al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità degli altri, promuove e aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini. Vi sono di quelli che, pur professando opinioni larghe e generose, tuttavia continuano a vivere in pratica come se non avessero alcuna cura delle necessità della società.

Anzi molti, in certi paesi, tengono in poco conto le leggi e le prescrizioni sociali.

Interrompo la lettura solo per segnalare la comparsa del tema delle “leggi”; in maniera più ampia, del tema delle “prescrizioni sociali”. Sono lo strumento che consentono il materiale esplicarsi dell’attività politica. Quelle che dovrebbero essere indirizzate al “bene comune”, a “migliorare le condizioni di vita degli uomini”. Quando, all’inizio di questa conversazione, ho citato l’Allegoria del Lorenzetti, ho fatto riferimento al corretto corpus di regole. Sono quelle che possono consentire di ottenere effetti benefici per la pòlis e per i territori limitrofi.

Continuiamo la lettura:

Non pochi non si vergognano di evadere, con vari sotterfugi e frodi, le giuste imposte o altri obblighi sociali. Altri trascurano certe norme della vita sociale, ad esempio ciò che concerne la salvaguardia della salute, o le norme stabilite per la guida dei veicoli, non rendendosi conto di metter in pericolo, con la loro incuria, la propria vita e quella degli altri. Che tutti prendano sommamente a cuore di annoverare le solidarietà sociali tra i principali doveri dell’uomo d’oggi, e di rispettarle.

Infatti quanto più il mondo si unifica, tanto più apertamente gli obblighi degli uomini superano i gruppi particolari e si estendono a poco a poco al mondo intero.

E ciò non può avvenire se i singoli uomini e i gruppi non coltivano le virtù morali e sociali e le diffondono nella società, cosicché sorgano uomini nuovi, artefici di una umanità nuova, con il necessario aiuto della grazia divina.

  • 4. La terza dimensione: superare la distinzione tra politica e morale.

Ci siamo. Ci avviamo verso la parte centrale della riflessione ed è la dimensione da perseguire, raggiungere, fare propria. Una vera necessità, sempre più impellente: bisogna superare la distinzione tra la politica e la morale.

La teoria della “doppia morale”, una per la vita privata e l’altra per la vita pubblica, smarrisce l’unicità dell’individuo, sempre e comunque in cammino, in ogni momento e senza distinzioni. Non c’è divisione, ma unitarietà tra vita e politica.

Si cade in errore – grave errore, con conseguenze disastrose – slegando la politica dalla morale: perché la politica è vita e questa, nella sua interezza, risponde delle scelte che, indirizzate eticamente, ognuno di noi compie. Ognuno secondo i propri valori etici di riferimento. Chi slega la politica dalla morale, slega la politica dalla vita. Ma la vita non può che tenere al suo miglioramento, all’eccellenza, in un continuo cammino, complesso e costante, ogni giorno ed in ogni momento. Un cammino quasi irraggiungibile, ma per il quale pure ci adoperiamo.

Proseguo con una ulteriore e significativa provocazione. La domanda che tutti coloro che si occupano di politica prima o poi devono porsi: “Il fine giustifica i mezzi?”

Questa frase, che pone un importante punto di riflessione, attribuita a Niccolò Macchiavelli (che in verità non l’ha mai usata), introduce piuttosto il tema del macchiavellismo, che va decisamente opposto.

Il testo più famoso di Macchiavelli, Il Principe, fu scritto nel 1513, plasmato dallo specifico contesto storico in cui visse, tra guerre ed instabilità politica. Pone riflessioni importanti, studiato ancora oggi per alcune intuizioni sulla natura del potere e del governo. Soprattutto, emerge l’importanza del pragmatismo.

Ma fatta questa premessa, possiamo veramente giustificare ogni sorta di comportamento immorale o non etico nella ricerca del potere? Possiamo, invece, propendere per un approccio soft, leggero, sfumato, che bilanci i fini ed i mezzi? Esiste una “terza via” per la cui ricerca possiamo adoperarci?

La ricerca di questa terza via è tema sotteso nell’Antigone di Sofocle, nella quale si pone il drammatico contrasto tra le ragioni di Antigone o di Creonte; tra la ragione di stato o quelle del cuore, dell’amore, delle supreme leggi non scritte ma presenti in natura, quelle che si chiamano diritto naturale.

La “terza via” è decisamente quella da perseguire.

La propongo attraverso un altro testo: Tra conflitti, tra legge e diritto, la via di Ismene ed Èmone. – Eugenio Scagliusi

Torniamo a Macchiavelli. Ma non per parlare del suo Principe ma per i Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio.

Parlando della Repubblica Romana, Macchiavelli analizza al cap. 34 “L’autorità Dittatoria” ed al cap. 35 “La creazione del Decemvirato”. Ci ricorda come nella Roma Repubblicana il “dittatore”, magistrato con pieni poteri per un periodo di tempo limitato, previsto e vincolato dalle leggi, fronteggiava le emergenze senza pregiudicare le libertà repubblicane; i “decemviri”, invece, scelti per fare le leggi, cui venne affidato un mandato privo di vincoli, si fecero tiranni.

Questo ricordo di Macchiavelli consente di affermare come nessuno strumento, nessuna ricetta, nessuna indicazione può ritenersi generalmente valida e superiore o infallibile, in mancanza di una matura coscienza civica. Quella che, se in grado di assurgere a valore ampio e condiviso, può assumere natura di obbligazione morale e, così, finanche in grado di condizionare e forse superare l’obbligazione giuridica.

Nuovamente mi permetto di provocare. Ce l’abbiamo, in Italia o nel resto del mondo ormai globalizzato, una coscienza così? Forse potremmo adoperiamoci – tutti – per realizzare questo superiore obiettivo, piuttosto che lamentarci delle cose che non vanno bene.

  • 5. La quarta dimensione:
  • Il nostro vivere politicamente deve trasformarsi nel vivere eticamente

Siamo tutti persuasi di come occorra ridare dignità alla politica. Registriamo opinioni differenti sul come, in quale maniera, con quale strumento; insomma, quale medicina prescrivere per questo “cuore ferito”.


Ecco la mia proposta. Non pretendo certo che la si condivida, ma è – appunto – la mia proposta: è necessario aprirsi alla dimensione del lògos, cui prima ho accennato:

  • a. il dialogo deve farsi stile, prassi, ethos di vita (la vita come dialogo).

Ancora più specificamente, il logos deve farsi ethos di vita: che sia principio (laico) di ragione, o logos spermatikòs, semi di ragionevolezza presenti in tutte le culture, o il Logos nuovo principio di Somma Ragione che i Padri della Chiesa indicavano in Cristo; quale che sia, si scelga pure il significato. Ognuno scelga il senso, il “valore” ritenuto più confacente, ma è bene aprirsi alla dimensione valoriale del lògos.

  • b. Dal lògos-dialogo si deve passare al lògos-azione.

L’azione è ciò che ci lega saldamente alla vita.

È chiaro che la sfida che qui si propone è di pensare (parlare) di politica pensando (parlando) della vita; in secondo luogo, è di offrire alla politica una cura etica, risolvendo il tema della presenza, del vivere politicamente, cioè dell’impegno quotidiano di ognuno nel costruire la vita comune, in quello del vivere eticamente.

In questo modo, l’impegno a superare le criticità della politica diventa di tutti. Partendo dall’esigenza di rieducarsi alla politica, che ci appartiene perché delegata ad occuparsi di noi, del nostro vivere comune. Una politica della quale, allora, ci si deve interessare quasi naturalmente perché è parte di noi.

Non si può pensare al recupero della politica senza il recupero prioritario di ognuno di noi. Va recuperato il senso della dignità della persona umana, di ognuno, di ogni singolo, di ogni individuo, e della sua centralità rispetto al mondo ed alla storia.

Non può esserci una buona politica senza indagine sulla tensione quotidiana dell’uomo ad organizzare i bisogni della propria vita, la propria e quella degli altri con i quali si relaziona.

La vita è costituita da piccole infinite azioni quotidiane, cui bisogna dare valore nel loro insieme. Il fare politica coincide con lo stare nella vita e nel mondo, nella società, nelle istituzioni. Con tutte le preoccupazioni, disagi, interessi, bisogni.

Così, nobilitare la politica non è impresa disperata; piuttosto, è un navigare in acque agitate che richiede passione e rispetto. Anche speranza, che è, in fondo, desiderio di andare oltre, di aspirare ad altro, di tendere a qualcosa di meglio.

(Per approfondire: Il vivere politicamente – Recensione editoriale – Eugenio Scagliusi)

(Se può interessare, il riferimento è al mio libro Il vivere politicamente)

Ma è sufficiente affidarsi solo alla speranza? A questa tensione al meglio, verso l’alto? Anche laddove – da credenti – questo “alto”, questa “speranza”, coincida con l’apertura verso l’infinito?

Il trasformare in vivere eticamente il bisogno di vivere politicamente dell’uomo, non può affidarsi alla sola speranza.

Accompagnare l’azione con la speranza, l’aprirsi all’infinito, non basta. Ognuno di noi ha ancora bisogno di capire perché mai si dovrebbe adoperare, perché dovrebbe scegliere l’azione, questa coscienza etica del vivere, questo mondo comunque finito, se l’obiettivo, il fine ultimo da raggiungere, la completezza dell’azione, sia oltre il finito. Si tratterebbe – potrebbe dubitarsi – di un percorso fine a sé stesso. Quasi privo di utilità pratica in questo mondo. Non è così. Perché la vocazione dell’uomo è essere in questo mondo, interamente calato in esso, presente per viverlo e formarlo storicamente. La prima innegabile verità dell’uomo è – ancora una volta – il vivere. È la sua vita. È il vivere pienamente tutta la vita. Volerla tutta. Essere presente, in terra, in questo mondo; nondimeno, guardando ad una più alta aspirazione. Essere sì presenti, anche come cittadini, in prospettiva di un luogo, di una città, di una patria, ben superiore a quella terrena e che va preparata.

Questa speciale ulteriore notazione, che ancora una volta arricchisce il concreto percorso del vivere, origina da una frase che Paolo di Tarso utilizza scrivendo ai Filippesi  (3, 20).

La frase di Paolo, nell’originale greco è: “ημων γαρ το πολιτευμα εν ουρανοις υπαρχει εξ ου και σωτηρα απεκδεχομεθα κυριον ιησουν χριστον”, (emòn gar tò polìteuma en uranòis upàrchei ou kài sotèra apecdekòmeta kurion iesous criston) tradotto, nella versione attuale proposta nel libro della Bibbia, in “Quanto a noi, la nostra cittadinanza è nei cieli, da dove aspettiamo anche il Salvatore, Gesù Cristo, il Signore.” Nella versione precedente, la prima parte della frase era tradotta: “La nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo.”

La traduzione in italiano della frase di Paolo offre spunti interessanti per la riflessione sul vivere politicamente. Soprattutto nella prima parte della frase e, specificamente, quel το πολιτευμα (tò polìteuma).

Nella vulgata, la traduzione di quella prima parte è resa con “…Nostra autem conversatio in coelis est…”. Invece, nella versione precedente della Vulgata Clementina si leggeva municipatus e non conversatio. 

Paolo utilizza il termine πολιτευμα (polìteuma), la cui traduzione evidentemente non rende a pieno il pensiero dell’Autore. Perché cittadinanza, come oggi intesa, indica la condizione di appartenenza ed i relativi diritti del soggetto, chiamato cittadino,ad uno Stato; dunque, ad una comunità. Il termine latino conversatio indica più il senso del volgere intorno: sta per familiarità, intimità, relazione, uso frequente, pratica. Quello di municipatus, invece, riferisce specificamente ad una istituzione pubblica, il municipio (da munere capere, assumere doveri), che identificava una comunità annessa a Roma, cui – tra l’altro – veniva riconosciuto il diritto di cittadinanza.

La parola usata da Paolo, πολιτευμα (polìteuma), è composta dal tema πολιτευ (politeu)di πολιτευω (politèuo), che significa sono cittadino, governo, amministro la città (esercito l’attività di cittadino, vivo da cittadino, partecipo alla vita politica; indica l’esercizio effettivo del potere politico), e dal suffisso –μα (ma), ad indicare l’azione e l’effetto dell’azione. Il significato, intraducibile con un’unica parola, è di atto politico, atto di governo, azione politica. La radice πολις (pòlis) non viene utilizzata spesso da Paolo, se non in particolarissime occasioni. Dunque Paolo, grande studioso e conoscitore di varie lingue, di certo utilizza quel termine per qualche ragione particolare.

Mi permetto di ritenere che Paolo esorti i Filippesi a quel vivere da cittadini, rimarcando l’aspetto pubblico e comunitario del dover stare nel mondo, ma guardando εν ουρανοις (èv uranòis), nei cieli. Non era suo interesse promuovere una comunità che fosse ripiegata su sé stessa, estranea alla vita sociale. Tutt’altro. L’obiettivo indicato alla comunità di Filippi – come alle altre – era quello di illuminare il loro mondo, oggi inteso come mondo globale.

Quel termine, polìteuma, nel contesto nel quale Paolo lo inserisce, assume lo specifico valore di una partecipazione politica attiva, di un preciso atto politico da assumere nel mondo. Paolo ammonisce i destinatari di quel richiamo, le nuove comunità dei cristiani, a comportarsi nel mondo come cittadini di Cristo. I destinatari vengono esortati ad uno stile di vita che deve attuarsi sì nel mondo, nella pòlis, ma attuando il diritto, le leggi, lo stile, di Cristo. Ogni uomo, ogni cittadino, viene chiamato ad agire (conversatio) nella quotidianità della sua vita con una continua tensione verso un mondo non solo umano, ma divino. L’invito è ad una condotta etica a vivere da cittadini di Cristo mentre si è cittadini del mondo. Una condotta di vita non da astratto iperuranio, ma da comportamenti concreti e reali derivanti dalle (nuove) regole di Cristo.

Dunque, quello di Paolo è il richiamo ad una presenza politica attiva, non certo passiva. Soprattutto, è il richiamo ad un impegno politico importante, senza che l’aspetto pubblico (politico) della vita venga relegato a confini angusti rispetto a quello privato.

Mi scuso per questa lunga esposizione. Ma è essenziale. Perché quel testo costituisce una delle fonti privilegiate della mia tesi.

Noi tutti siamo qui, in questo mondo, in questo contesto, oggi, nella pienezza della vita; al pari e con gli stessi principi e valori propri di una vita altra. Quel termine, polìteuma, indica non tanto una comune cittadinanza, quanto uno speciale modo di vivere nella pòlis. Non è solo un’appartenenza formale, ma una presenza attiva che sia anche preparatoria di un mondo altro, superiore, futuro. Occorre agire, qui, nel mondo, già come cittadino partecipe e che guarda ad una città futura. Occorre agire, qui, nel mondo, senza slegare il piano temporale da quello spirituale, l’azione civica dall’azione cristiana.

La vocazione è ad una pienezza di vita che va oltre le dimensioni della esistenza terrena e che comunque proprio nella fase temporale vede il suo momento originario e qualificante dell’esistenza.

Ed allora, se occorre individuare una cura per questo “cuore ferito”, la mia opinione è che vivendo, per la vita pratica, occorra decisamente una cura etica.

Con buona pace di chi pone etica e politica su piani distinti e separati.

  • 6. La mia proposta:
  • a. riscoprire il senso de la vita pratica

A riflessione, propongo un testo.

È di Giuseppe Capograssi, Autore cui ho fatto cenno. È un brano del suo Lettere a Giulia, raccolta di scritti, biglietti, pensieri e lettere scritte da Capograssi alla sua fidanzata.

«Tutto consiste, Giulia mia, nella vita pratica e nella vita politica e storica, che poi sono la stessa cosa, tutto consiste nel rispettare la volontà degli altri, nel rispettare gli altri. Il problema della libertà sta tutto qui: il problema della libertà e della democrazia non significa altro che questo, cioè che nessuno può arrogarsi il diritto tremendo di pensare e dirigere per gli altri, ma che invece il più sicuro è di affidarsi alla volontà di tutti, alla volontà della maggioranza, in modo che si possa essere sicuri di arrivare ad una soluzione che non sia troppo difforme dall’interesse generale […]. Ecco tutta la democrazia, tutta la politica moderna […], tutto si riduce ad un immenso esperimento di umiltà, a un’immensa dichiarazione di umiltà […]. Quello che più offende, Giulia mia, nella lotta politica odierna, è la retorica, la stupida retorica, non la grande retorica del quarantotto, la grande retorica del Risorgimento, che non era retorica, ma profondo sentimento di poesia e di forza. Offende la retorica odierna, la retorica di questa gente che dice di voler rifare l’Impero romano e invece non sa nemmeno amministrare la propria casa.»

(Giuseppe Capograssi, Lettere a Giulia, vol III, nn. 1601 e 1750)

Sono anni che la “politica” si è ridotta a slogan qualunquistici; quasi un continuo rialzo al denigrare tutto e tutti che, escludendo la possibilità di argomentare, ottiene l’effetto di allontanare le migliori personalità politiche. Così a prevalere sono piazzisti, ciarlatani, urlatori, social chiacchieroni, pallonisti sociali e socio fumisti (come un mio Maestro definitiva i “venditori di fumo”). Tutti abili nel proporre le scorciatoie massimaliste e populiste, giammai nel produrre comuni sforzi di mediazione tra gli infiniti interessi coesistenti in una comunità. Il cittadino finisce con l’essere spettatore distratto ma omologato, incapace finanche di discernere. Ma sempre pronto a lamentarsi, per ogni occasione.

  • 7. La mia proposta:
  • b. Valorizzare esperienza, competenza, professionalità

Resta un mistero come da un canto esperienza, competenza e professionalità non costituiscano criteri di scelta della classe politica; d’altro canto, come le presenze, gli incontri, i confronti, i dibattiti, gli scambi di idee, si siano smarriti per lasciar spazio al mondo virtuale.

Proprio come in un deserto, la politica rischia di presentare miraggi verso i quali correre nel tentativo quasi disperato di salvezza. Meglio, allora, affidarsi ed affrontare certi viaggi con guide sagge, prudenti, esperte.

Sembriamo politicamente circondati da un mondo di sirene. Ovunque, dove meno te le aspetti. Sta diventando un problema il conoscerle.

Recentemente ho riletto l’episodio di Ulisse e delle sirene. Le pericolosissime sirene che si possono incontrare in viaggio. Sono incantatrici, dal canto ammaliante… Si deve sperare che qualche maga Circe ne faccia avviso, che le si creda e che prudenzialmente ci si metta i tappi nelle orecchie oppure ci si faccia legare saldamente. Peccato, però, che quella di Ulisse è una storiella. In politica non c’è Circe che ci avvisa. Allora proviamo a resistere. I nostri tappi alle orecchie, o le corde…per evitare di sbattere contro gli scogli, al pari di ogni altro pericolo, non possono che essere esperienza, competenze e professionalità.

  • 8. La mia proposta:
  • c) Ricercare una politica totale, eticamente orientata, anche attraverso il diritto

Ciò che propongo potrebbe riassumersi nella ricerca di una politica totale, eticamente orientata, anche attraverso il diritto.

Sono persuaso che esista un nesso profondo tra scienza giuridica e vita e che si fonda sull’idea di diritto quale proiezione dell’azione individuale. Legame indissolubile che comporta la dipendenza della scienza dal proprio oggetto, che non è altro che l’attività pratica e comune di tutti gli individui testa a realizzare i fini della loro vita.

Il diritto non nasce in Parlamento per invenzione estemporanea di qualcuno, ma è proiezione sociale. “Il diritto non è dato, ma si fa nel quotidiano svolgersi dell’esperienza comune. Dobbiamo renderci conto che è ciascuno di noi, con la propria azione, che concorre a formare il diritto e che quindi, per ripetere una famosa formula di Capograssi, ne porta tutta la responsabilità.” Chi mi conosce penserebbe stia citando me stesso. Ed invece questa frase appartiene ad un insigne giurista, tra i maggiori e brillanti civilisti, scomparso recentemente: Nicolò Lipari.

  • 9. La mia proposta:
  • d) Vivere come attori della storia e costruttori di diritto

Sono persuaso che occorra acquisire consapevolezza di questa realtà-proposta che ho formulato ed assumerne la responsabilità, in modo da incidere nella storia e nel diritto.

L’attività pratica è quella che si svolge quotidianamente con ed attraverso l’azione, le singole infinite azioni quotidiane. Il diritto stesso, il suo contenuto, è proiezione dell’azione individuale. Attraverso l’azione, arricchita dall’esperienza comune, l’azione da individuale diventa finanche legislativa.

Mi sia consentita, allora, un’altra provocazione: “Tu, che diritto sei? E cosa fai? A quale legge originaria ti attieni, a quale occorre attenersi, che sia fonte di ogni altra?”

Perché ognuno di noi, ogni singolo, ogni individuo, ha in sé, profonda, intima e segreta, la propria regola, la propria legge. Quella che prova faticosamente a tradurre in realtà pratica e regola positiva generalmente valida, cui spera tutti si attengano. E ci prova ogni giorno, vivendo. Se esista e quale sia la legge prima, la più profonda dei cuori, quella più largamente condivisa, che possa assurgere a motore del tutto, deve interessarci. Affinché essa, se individuata, possa ispirare e condizionare l’azione operosa di ognuno e, attraverso il cammino dell’esperienza comune, animare correttamente il mondo storico.

(Per approfondire: Un nuovo volto per il diritto – Recensione editoriale – Eugenio Scagliusi)

(Se può interessare, il riferimento è al mio libro Un nuovo volto per il diritto)

  • 10. La mia proposta:
  • e) la legge del logos amore

In questo percorso, partendo dal logos-dialogo, attraverso il logos- azione, siamo arrivati al logos-amore.

Le leggi dell’uomo, questo corpus di regole che ci diamo come atti prodotti nell’esercizio della vita politica, spesso ci deludono. Pronti ad invocare “regole” a nostra tutela, le soffriamo a parti invertite.

Nuovamente mi permetto di riferirmi a Paolo, Apostolo delle Genti, che più di ogni altro ha viaggiato e scritto rivolgendosi a persone soggette ad ordinamenti giuridici diversi. Paolo, ovviamente in piena sintonia con la novella evangelica (mi riferisco all’episodio de Il buon samaritano), ci ha offerto un modo, mirabile ed universale, di intendere la legge. Ci ammonisce come tutta la legge “…trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso…”. Poi invita a lasciarsi guidare dallo Spirito, unico modo per essere sempre sopra la legge. Perché – precisa – i frutti dello Spirito sono amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà fedeltà, mitezza, dominio di sé e “…contro queste cose non c’è legge…” (Gal., 5, 22 – 23).

Non può esserci una legge che possa mettere in discussione e pregiudicare i frutti dello Spirito, emanazione del primario e superiore precetto d’amore, regola d’oro. E l’amore stesso, è il pieno compimento della legge (Rom., 13, 10). Nessun pregiudizio può mai derivare dall’attenersi vicendevolmente alla legge d’amore, facendone ragione di vita.

Interrogarsi su quali siano i precetti, le regole, su cui moduliamo le nostre scelte quotidiane, richiede accurata ed attenta introspezione. Ancora meno semplice è tradurre la legge d’amore in azioni ed opere. Ed ancora più complicato il compito di chi, legislatore, amministratore, politico ad ogni livello, deve trasferirne il precetto elaborando norme e regolamenti che indirizzino e condizionino le comunità; anche concretizzando opere di governo.

Non conosciamo ricette miracolose o rimedi universalmente validi. Forse non ne esistono o trascendono le umane possibilità. Di certo, va riservato il gravoso compito a chi avverta la missione della politica, cui le scelte legislative competono. Una, però, ci sovviene, una sola: quella suggerita dall’Apostolo di lasciarsi guidare dallo Spirito.

Lasciarsi guidare dallo Spirito significa imparare ad amare e farsi trascinare dall’amore; uscire da visioni individualistiche o di comodo, aprendosi alla pienezza dell’umanità e del creato; vivere con ottimismo le difficoltà terrene. Soprattutto, significa rapportarsi e conformarsi al Cristo, Colui che la legge d’amore ha realizzato in maniera suprema, fiduciosi che, in tutto questo, è l’amore di Cristo che ci spinge (2 Cor., 5, 14). In maniera più completa, riferendoci al verbo greco nel testo paolino, con i suoi plurimi significati (συνέχει, synèchei), l’amore di Cristo al tempo stesso ci coinvolge, ci avvolge, ci guida, ci spinge e travolge, forza impetuosa che agisce in noi, forza e vince. L’amore di Cristo, motore dell’esistenza; l’amore di Cristo, legge di vita.

Non è affatto una proposta riservata ai “credenti”. Perché, come ammoniva il giurista Francesco Carnelutti (un processualista!), “…Fino a che gli uomini non sappiano amare non c’è altro mezzo che obbligarli… Vi è, a un certo punto della catena, un uomo che si occupa degli altri non perché deve ma perché vuole…La volontà è il culmine dello spirito, l’amore è il suo fondamento…Tale è la fonte del diritto, cioè del dovere…che altro non è se non il mezzo, che si offre agli uomini, affinché la divisione si converta in unità. E l’unità del mondo si chiama amore…”

E mi affido al filosofo Guido Calogero per completare che “Se davvero avvertissimo onnipresente a noi medesimi non solo la nozione della legge morale…ma addirittura la sua efficiente cogenza, cioè il suo rigoroso imporsi come obbligatoria,…allora non avremmo assolutamente più nulla da fare, assicurati per sempre dalla nostra eterna eticità…”

Non è affatto riserva per “credenti”.

Ho citato Terenzio. Cito un altro autore precristiano, Orazio, che nelle sue Odi (III, 24, 35 – 36) ammoniva “Quid leges sine moribus, vanae proficiunt?”

Ve lo chiedo con vigore: a che servono le leggi, inutili senza i valori?

Ad ognuno i suoi valori. Ma i cattolici dovrebbero aver ben chiari i propri…

  • 11. Una raccomandazione: il valore della testimonianza.

La raccomandazione vale ancora più per chi si professa “cattolico” e “credente”. Ci mancano testimoni che sappiano essere coerenti con la fede professata e sappiano trasformare il vivere politicamente, attraverso la modalità del vivere eticamente, in “regole”, in un corretto, valido ed efficace corpus di regole finalizzato al miglioramento del comune vivere bene.

La delusione, la disaffezione, tutte le critiche che si rivolgono alla politica e, in genere, ai politici, nascono dal vedere che “si predica bene e si razzola male”.

In verità, c’è un’altra comune opinione che occorre contrastare: “Sono tutti uguali”. Non è affatto vero. Abbiamo diverse personalità ed ognuno, nel libero esercizio del conferimento del mandato, nella scelta elettorale, deve saper scegliere. Ci conosciamo bene, tutti, soprattutto a livello locale. E non è vero che “siamo tutti uguali”.

Alcuni vanno premiati per abnegazione, sacrificio, esperienza, preparazione, competenza, saggezza, umiltà. Altri…è meglio se rimangano alle loro occupazioni private, che senz’altro svolgono meglio dell’esercizio del mandato politico rappresentativo. Certamente anche il loro contributo di idee può essere utile, ma nell’ambito del più ampio momento partecipativo, quello di base, che serve ad arricchire comunque l’esperienza comune.

Insomma, abbiamo bisogno di testimoni, di persone che sappiano coniugare spiritualità (o etica, laddove il termine spiritualità disturbi o appaia eccessivo) e politica e che, crescendo, meritino la fiducia della rappresentanza politica.

  • 12. Conclusione:
  • a) riconoscere il primato dell’uomo interiore.

Tutto questo è possibile solo riconoscendo preliminarmente il primato dell’uomo, della persona, a livello ontologico. Un primato che attiene profondamente l’essere, cioè la presenza, di ognuno e di tutti, nelle nostre comunità.

Occorre decisamente rivendicare la consapevolezza del nostro esserci e, dunque, del dover operare per il comune vivere bene in piena armonia sociale.

Siamo nella storia. Forse, acquisita questa consapevolezza, dovremmo porci il problema dell’imparare a “stare nella storia”.

Storia deve diventare una specie di parola magica. Perché, come ha ricordato Papa Francesco esattamente un anno fa (Ugento, 15.12.2023, Omelia durante la Celebrazione, presenti i responsabili delle aggregazioni laicali della diocesi), “…il laico è un’antenna che capta i segnali della storia, anche per orientare il cammino di una carovana.”

Proviamoci. Consolidando le nostre competenze, con umiltà e spirito di servizio, lasciandoci guidare da principi morali che superano il tempo e che ho provato a proporre. Perché in questo mondo, nell’attuale contesto storico, urgono non solo sensibilità, ma le operosità di una nuova generazione di cattolici, che sappiano essere coerenti con la fede professata; che abbiano rigore morale; che abbiano capacità di giudizio culturale; che abbiano competenza professionale e, soprattutto, passione di servizio per il bene comune.

       b) Provocazione finale. Che si fa?

Un’ultima provocazione, che in realtà apre ad una riflessione ancora più ampia.

Non è che la crisi dello Stato o della politica dipendano da quella della famiglia e – infine e forse soprattutto – da quella dell’uomo? Cioè di ognuno di noi? Non dipende, questa crisi, proprio da noi?

Ed allora che si fa?

A mio parere non v’è altra cura se non la promozione di una ricerca costante ed incessante di un nuovo umanesimo che miri, sotto ogni aspetto, alla salvaguardia della persona umana e della sua dignità. Perché è l’individuo, il suo farsi persona, l’attore protagonista del contesto storico ed universale nel quale è inserito

È una “fatica”, certo. Una lotta che sembra titanica e che vede questo “individuo”, anche l’ultimo, il più piccolo e dimenticato dalla storia, impegnato a “campare”, cioè a tirare avanti, a vivere tra le mille difficoltà della vita.

Tuttavia, proprio nel pieno della lotta e di questa fatica; nel coacervo delle opinioni, delle idee, delle divergenze, delle divisioni, dello scontro di volontà; nella pluralità di interessi e bisogni da soddisfare pur tra risorse economiche limitate; in questo groviglio, nel continuo negarsi e combinarsi, criticarsi ed accordarsi sopra un minimo o sopra un massimo di cose accettate e consentite, alla ricerca di un comune sforzo di realizzarlo e tradurlo in realtà; in tutto questo si trova il fondamento dell’unione di vita e della società civile.

Ho parlato del concetto di unitarietà di vita e politica. Aggiungo, completando il senso, che questa proposta è la visione della unitarietà di vita e politica nel (attraverso, per il tramite del) fenomeno giuridico.

In fondo, è compito e spazio che compete a ciò che chiamiamo “politica”.

L’alternativa è costituita dagli scontri tribali da civiltà delle caverne, cui molti degli attuali protagonisti della vita civile e politica ci stanno riportando.

Occorre scegliere tra i diversi modelli, prima ancora che tra gruppi o schieramenti: occorre ormai da un canto prepararsi e da un canto scegliere modelli di vita.

Concludo ringraziando per la pazienza dell’ascolto ed affidandovi – da ultimo – la preghiera di provare a convalidare e condividere il senso profondo di questa ultima frase. Come fosse un compito a casa su cui continuare a confrontarsi. Riassume in poche battute la tesi che sostengo, frutto di questa elaborazione di decenni e che ho provato – senz’altro malamente – a riassumere:

“Il diritto salva l’azione, mentre la morale salva l’agente; nell’azione la vita si realizza in parte, mentre nella moralità dell’agente si realizza in totalità; l’esperienza giuridica è la consapevolezza dell’azione, l’esperienza morale è la consapevolezza della vita.”

Siate indulgenti: non mi dite troppe parolacce, grazie.

Grazie per aver dedicato del tempo a leggere questo articolo. Resta sintonizzato per ulteriori aggiornamenti!
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Eugenio Scagliusi

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